Notizie e rubriche dal mondo che non troverete nei vostri media. Qualcuna sì ma non a lungo.
Un progetto di Barbara Schiavulli e Alessia Cerantola.

 RUBRICHE

E’ la crisi, Bellezza!

Caracas. Giorno 4
La bellezza è una faccenda seria in Venezuela, tanto seria da essere stata un’ossessione per decenni. D’altra parte essere belle era un trampolino di lancio in una società prevalentemente maschilista. Fare le modelle, fare pubblicità, essere la più bella delle altre ti permetteva un altro tipo e stile di vita. E di questo il Venezuela ne ha fatto un’industria con sette Miss Universo, sei Miss Mondo, sette Miss Internazionale e due Miss Terra. Il venezuela si classifica il paese con le donne più belle al mondo. Per spiegare meglio affezione ai concorsi di bellezza possono essere paragonati agli eventi sportivi da noi. Miss Venezuela è il programma più visto in assoluto e le ragazzine a soli sei anni vengono iscritte ad accademie di bellezza, ma soprattutto quello che ha fatto la differenza in passato era l’accesso alla chirurgia plastica. Un ritocchino non se lo negava nessuno. Nel 2016 il Venezuela era al terzo posto per le operazioni di chirurgia plastica dopo gli Stati Uniti e il Brasile, ora le luci dei riflettori si sono spente. I costumi non si comprano e non ci vendono. Il trucco è irreperibile se non per qualche sotto marca o finta marca. Impianti e botox sono introvabili se non al mercato nero o andando fuori dal paese. Ora perfino trovare un deodorante è una caccia al pezzo. E quando si scopre che una farmacia o una profumeria ha all’improvviso quel tipo di fondotinta si è disposti a fare anche sei ore di coda per averlo. Il costo delle creme è aumentato del 500 per cento in 18 mesi. Colpa della crisi, quel gigante mostruoso che ha fatto tornare le donne umane, che le ha private della loro bellezza costruita o forse le ha solo ridimensionate. Ma resta una cosa seria, resta una via di fuga e poi come sempre e ovunque a tutte piace essere belle. Ma quando devi scegliere tra un pasto e un rossetto, magari all’inizio no, ma ora scegli da mangiare e quando avanzerà qualcosa ti tufferai nel vecchio mondo dell’estetica.
Mi aggiro per alcuni negozi: “Una volta erano strapieni, se volevi andare a farti le unghie e ci andavi tutte le settimane, dovevi prenotare con largo anticipo”, mi dice una ragazza. Ora massimo una volta al mese per un euro. Dal parrucchiere si andava due volte a settimana, anche tre, ora non più di una volta a settimana per un euro e mezzo. Farsi il colore 4 euro. E se sembra poco, considerando lo stipendio minimo che si aggira sui 6 euro al mese, è uno sproposito.
“Le donne che ancora vengono qui, mi spiega un parrucchiere, è perché possono permetterselo, meno di prima certamente, ma comunque, più di altre”. Entro in un negozio che vende prodotti per i capelli. Gli shampoo vanno dai 15 mila ai 50 mila bolivar, da 1 a tre euro per un litro. Lo smalto 11 mila, meno di un euro. “Una volta di un prodotto lisciante per i capelli ne vendevo cinque al giorno”, dice la negoziante che per un attimo si era illuminata al nostro arrivo pensando fossimo clienti., “ora, va bene se ne vendo cinque alla settimana”. I prezzi li regola in base al salario minimo, quando il governo lo alza, anche i prezzi salgono, restando comunque alti per la gente.
 
Entriamo da Hair Francos, un salone di bellezza rinomato ancora molto frequentato nonostante tutto, ci sono signore alle prese con la piega, la manicure, le sopracciglia, negli ultimi mesi ha dovuto ridimensionare il personale di tre quarti, preferisce meno ragazze ma pagate meglio. Prendono 40 euro al mese, che è ovviamente poco, ma considerata la situazione è più di quanto prende un’infermiera. “E’ diventata una scelta tra mangiare ed essere belle, ci spiega Richard Blanco, il manager del posto, 51 anni e una voglia matta di viaggiare che ha dovuto accantonare. “I prodotti si trovano, ma mai in grande quantità, impossibile fare scorte. Tutto sommato a me sta andando ancora tutto bene, non sono sposato, non ho figli, la casa è mia, quindi devo solo pensare a me stesso. Una volta facevo sei viaggi all’estero vicino, e uno in Europa, ora va bene se riesco a muovermi tre o quattro volte ma sempre in America Latina. Amo Capri”. Prima aveva due macchine e una l’ha venduta. Cinque anni fa lo hanno rapito, tenuto per sei ore, fino a che i suoi hanno pagato un riscatto lampo. Ci hanno provato l’anno scorso ma è riuscito a scappare, distruggendo la macchina nell’inseguimento. “Posso solo augurarmi che il governo cambi, il modo in cui il nostro paese è stato gestito è sbagliato, questo è un falso socialismo e ora non sappiamo cosa accadrà”, dice Blanco con un sospiro, non bastano le proteste in piazza, bisogna trovare una forma di negoziazione”. E’ quello che sembrano pensare molti a Caracas, dove incontro persone che non stanno né con il governo né con l’opposizione, la gente frustrata vuole leader forti, che sappiano prendere decisioni estreme. “Serve qualcosa di più radicale per cambiare. Guardatevi intorno, sono le sei di sera e non c’è nessuno, la gente sta correndo a casa per chiudersi dentro, non c’è più vita sociale, non c’è più interazione tra le persone, non c’è più serenità, chi avrebbe mai immaginato di finire così?”
Sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.

La colpa di nascere

Covering Venezuela. Giorno 3
Il futuro di Ismael ha la consistenza di una foglia che cade da un albero in autunno. E’ nato nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, dalla madre sbagliata. Tra dieci giorni compirà un anno e nella sua vita fatta di 354 giorni ha già vissuto l’inferno. Tutto quello che non si augura ad un bambino è lì davanti a me. Muove gli occhi, si agita, accenna a sorridere, sembra piacergli l’attenzione. Anche perché è un bambino solo come può essere una persona che non ha nessuno e che nessuno vuole. Un bambino che mendica affetto e che ha trascorso la vita ad essere respinto. E’ un bambino malato, soprattutto per questo nessuno si interessa a lui. E’ stato abbandonato tre volte, è stato derubato, è talmente malnutrito che i suoi muscoli non si sono sviluppati. Ad 11 mesi e 20 giorni, non cammina, non gattona, ha il fisico di un neonato di tre o quattro mesi. Ha la scabbia che non si riesce a curare perché di fatto le uniche persone che si prendono cura di lui sono degli estranei che quando possono vengono a dargli un po’ di affetto, gli portano qualche pannolino, creme, la bacinella per fargli il bagno, qualche vestitino, tutte cose che vengono regolarmente rubate dalle infermiere, da altre madri, da chi passa e sa che quel bimbo non ha nessuno. Ha vissuto in ospedale sei mesi della sua vita e l’unica cosa che fa è guardarti come se volesse entrarti dentro e ogni tanto sorridere.
Mi trovo all’ospedale universitario di Caracas, uno dei principali ospedali del paese, arrivavano da ovunque per essere curati lì. O per morire. Lavorano 10 mila persone all’ospedale, ci sono 1200 letti, ma al reparto di pediatria ci sono 3 infermiere per 44 bambini. Lo stipendio mensile di un’infermiera è di 8 euro. Per entrare essere ammesso in ospedale devi garantire di poterti pagare da mangiare e tutte le cure, perfino la divisa e la mascherina del medico se devi essere operato senza contare i medicinali, le siringhe a volte perfino le apparecchiature. Fino a cinque anni fa, l’ospedale universitario, come in genere sono gli ospedali universitari, era un fiore all’occhiello nel paese. Ora il fiore è completamente appassito. All’entrata un nugolo di gente, l’odore è pesante, l’umidità dell’aria ti si appiccica addosso. C’è la milizia davanti al pronto soccorso che insieme ai collettivos molto temuti dalla gente, civili armati dall’amministrazione del presidente Maduro, Controllano chi entra e chi esce. Qualcuno dice che rubano, che fanno il brutto e cattivo tempo. Entriamo senza dare troppo nell’occhio, i giornalisti non sono certo amati. E così divento l’amica italiana in visita ad Ismaele. Mi tengo stretta la borsa, cerco di respirare col naso illudendomi che faccia meno male rispetto a qualsiasi cosa possa essere esposta.
Funziona un solo ascensore che va in su, ma scoprirò solo successivamente che non riporta le persone giù, quindi malati, donne incinte, gente col gesso devono fare le scale. In ascensore c’è una donnona seduta su una sedia che mi domando come la regga, lavora a maglia e dopo che la gente è salita e ha detto in che reparto deve andare, schiaccia i bottoni dei piani come se fosse un’operazione chirurgica. Le sue unghie sembrano quadri, lunghe, decorate perfettamente con dei microscopici disegnini che catturano lo sguardo di chi sale. Andiamo all’ottavo piano in pediatria e andiamo da Ismael dove conosco Juan Jimene, di un’organizzazione per i diritti umani. Lui è commissario per la salute. Un raggio di sole in quel posto buio. E ovviamente ha un sacco di problemi. Il suo lavoro è andare in giro, parlare con i pazienti e cercare di aiutarli a risolvere i loro. Molti non hanno più soldi, molti non sanno come reperire i pezzi che servono, nel caso di Ismael sta cercando di portarlo fuori dall’ospedale per portarlo in una casa sicura, ma fino a che non guarirà dalla scabbia nessuno lo accoglie. Per essere un bambino di neanche un anno, ha una biografia del terrore. Nato da madre tossicodipendente, senza padre, viene portato via dai servizi sociali con una grave forma di malnutrizione, portato in ospedale, gli viene trovata una famiglia che vuole adottarlo, spiegano loro tutti i problemi e come curarlo e accettano, ma dopo solo 24 ore, lo riportano indietro e lo abbandonano di nuovo. Dopo qualche settimana si palesa uno zio, la Ong di Jimene promette di fornire cibo, pannolini, vestiti, tutto quello che serve per tirare su il bimbo. Lo zio lo porta a casa, ma non vuole cose, vuole soldi. Gli dicono di no che gli daranno tutto quello che può servirgli. Dopo due mesi lo zio torna in ospedale, lascia il bambino su una sedia e se ne va. Le condizioni di Ismael sono disastrose per quanto è malnutrito. D’allora è lì. Freneticamente si cerca un’infermiera disposta per 10 euro al mese, a vegliarlo, accudirlo, abbracciarlo e ad impedire che gli rubino tutto. In questa organizzazione indipendente lavorano 600 persone, organizzano corsi sui diritti umani e la salute, raccolgono bambini di strada, seguono adolescenti e adulti, cercando anche di raccogliere le testimonianze delle violazioni dei diritti nelle carceri. —- La vita qui non vale più niente – mormora jimene – e noi non riusciamo a difendere i diritti di queste persone è perché il governo è il primo che li viola”. Quando lasciamo Ismael ha quattro pannolini in tutto. Se non verranno rubati, le infermiere cercheranno di farli durare il più possibile, l’ultima volta hanno dovuto ritagliare a forma di pannolini le copertine quelle usa e getta che si mettono di solito nei lettini.
Scendiamo per le scale al secondo piano dove c’è neurochirurgia, stiamo cercando la madre di un bambino idrocefalo che ha bisogno di una valvola, ma ci imbattiamo in una signora seduta sul letto accanto alla figlia. “Tutto bene?”, chiede Jimene. E la donna esplode come un fiume in piena di lacrime e parole. Marilin ha 47 anni ed è una bomba ad orologeria. Nel suo cervello c’è un aneurisma che andrebbe operato, ma manca un ricambio per il microscopio che dovrebbe usare il chirurgo e costa 1500 dollari. Se lei non li trova, loro non li hanno. Sta in ospedale da 11 mesi. Aspetta da 11 mesi. La figlia che va a trovarla ogni giorno con il suo bambino è stata aggredita e derubata all’interno dell’ospedale. Piange la madre, piange la figlia, non ce la fanno più. Jimene prendente appunti, si segna i loro numeri, promette di aiutare, mentre uno scarafaggio si arrampica sul muro godendosi la sua tranquilla esistenza. E’ il padrone di quel posto. Negli ultimi mesi la malnutrizione dei bambini è aumentata in modo esponenziale, la mortalità materna è salita del 65 per cento dall’anno scorso, quella infantile del 30. All’ospedale pediatrico cardiologico di Caracas, l’unico che fa certi tipi di operazione al cuore, solo la metà delle sale operatorie sono funzionanti, 40 mila bambini sono in lista di attesa per essere operati secondo l’Osservatorio della Salute Venezuelano. Secondo la Federazione Venezuelana della Farmacie, l’85 per cento dei farmaci sono introvabili. La gente è costretta ad andare nei paesi vicini se hanno bisogno, o tentare al mercato nero se possono permetterselo.
Jimene mi appoggia una mano sulla spalla e quando usciamo sbuffa arrabbiato. “Il Venezuela parla solo di politica mentre invece non vuole vedere che sta morendo”.
Sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.

Il lusso di far pipì

Covering Venezuela. Giorno 2
 
“Escuciame, ma dove l’avete presa? E quanto l’avete pagata?”. E’ la terza volta in cinque minuti che qualcuno ci ferma. I due sacchetti che teniamo tra le mani sono un bene prezioso. Talmente necessario che in fasi alterne della crisi ha provocato code chilometriche. Chi lo avrebbe mai detto che qualche rotolo di carta igienica potesse interessare tutti quelli che ci circondano nel centro commerciale. “L’abbiamo presa in farmacia, 6 rotoli di Scottex, che qui si chiama Scott, con il bel musetto di un cucciolo di Golden Retriever stampato sulla confezione, costano 32 mila bolivar, più o meno un 1 euro e mezzo. “No, no, è troppo”, dice la signora che ci ha fermato scuotendo la testa. Considerato che lo stipendio minimo si aggira ai 6 euro al mese, eccome se è cara, arrivarti a pulirti il sedere devi prima comprarti mangiare. Sembra che entrambe le cose non siano possibile. Ma molti comprano lo stesso perché il prezzo può cambiare nel giro di un giorno e di solito aumenta e basta. Solo 24 ore prima, due rotoli di carta igienica di qualità piuttosto scadente costavano 5,500 Bolivar, la settimana prima 3,500. E questo vale per tutto quello che si trova nei supermercati, che non sono completamente vuoti, solo che qualsiasi cosa è diventata cara. E non c’è scelta. Se pensiamo ai nostri scaffali pieni di cereali di ogni marca, perfino di mais in scatola ci sono almeno 4 varietà. Qui no, restano solo le sottomarche, a parte qualche piccolo supermercato gioielleria dove solo i ricchi possono mettere il naso dentro. Un litro di latte 50 centesimi, il detersivo, altro bene prezioso, 1 euro. La carne, che non ha un bel aspetto, un po’ troppo marrone, ha raddoppiato il suo prezzo negli ultimi mesi. Ma non solo, non essendoci molta roba a disposizione, tutte cose che vengono importante, alcuni prodotti come lo zucchero sono razionati, ogni cassa ha vicino alla carta di credito che pochi usano per questioni di cambio, ha un apparecchietto dove si inserisce la propria impronta digitale e il sistema fa sì che tutti i supermercati sappiano che tu quella settimana hai già comprato la quantità di zucchero che ti aspetta, sempre che tu abbia i soldi per comprarla.
 
Scegliere è diventata una questione di vita e di rinunce in Venezuela. Se mangi una cosa non ne mangerai un’altra. Se hai dei figli, è possibile che tu genitore non mangi per dare a loro. Secondo uno studio condotto da tre università del paese, tre su quattro venezuelani hanno perso nel 2016 8,7 kg. Lo stesso studio ha scoperto che il 93 per cento dei venezuelani non ha abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.
 
L’idea della scelta impregna l’esistenza del venezuelano che parla solo di soldi e politica. Non solo devi decidere lo stile di vita che puoi permetterti, anche se non è una vera scelta, ma anche da che parte stare. O stai con il governo o stai con l’opposizione, o sei troppo povero per interessarti agli uni e gli altri e dai la colpa a tutti. L’amministrazione di sinistra del presidente Maduro da una parte, l’opposizione di una destra neo liberista con frange radicali dall’altra. Chiunque prova a convincerti della propria ragione sugli altri e devo ammettere che sono entrambi convincenti. Ma la realtà trascende la ragione e chi può averla: la gente ha fame, è stanca, non vede futuro, pensa solo a come procurarsi qualcosa che vada dal cibo alle medicine.
Una figlia mi racconta di essersi accorta che al padre pensionato mancava un dente. Lui non aveva detto nulla per mesi, era andato dal dentista, gli aveva detto il costo, era tornato a casa, e aveva fatto finta di nulla. “Ha lavorato tutta la vita, e ora non può permettersi un dente”. C’è amarezza nelle voci dei venezuelani, ma anche una rabbia sottile che li attraversa. A differenza di molti paesi poveri, dove la gente è nata senza avere niente e ogni giorno in più è una conquista, il Venezuela che affonda nel petrolio, ha conosciuto la ricchezza. E poi l’ha persa. Scelte politiche sbagliate? Corruzione? Coinvolgimento esterno? Tentativi di rovesciamenti politici ed economici ci portano qui, a file km per ritirare 13 mila bolivar al bancomat, non di più al giorno, meno di un euro. Mentre le banconote vengono fatte sparire per ricomparire lungo il confine colombiano dove c’è un vero traffico. Si gioca con l’economia, si tiene un paese in ginocchio, dall’esterno sembra tutto così complicato da essere in qualche modo gestito. Ma chi ha interesse a spezzare un paese con una delle risorse più preziose al mondo?
Nei prossimi giorni proveremo a chiederlo a persone competenti. Ora restiamo legati ai prezzi, a questa inflazione del 679,73 per cento che secondo le previsioni del fondo monetario internazionale, raggiungerà il 720, 5 alla fine di quest’anno e il 2,068 per cento alla fine del 2018 quando si terranno le elezioni presidenziali.
Ad ottobre invece ci saranno le elezioni per i governatorati e questo preoccupa la sfera politica da qualsiasi parte si stia. Intanto l’assemblea costituente che l’opposizione di maggioranza al parlamento non riconosce, votata il 30 luglio scorso, ha dissolto di fatto il parlamento e assunto ieri tutti i poteri. Eppure continuano a riunirsi a giorni alterni nello stesso posto, un giorno per il parlamento e un altro per l’assemblea costituente. Se non fossi qui a vederlo, sarebbe surreale raccontarlo. Ma scenderemo nel pantano politico un altro giorno, voglio restare ancorata a come è cambiata la vita dei venezuelani. “una volta andavamo a farci le unghie tutte le settimane”, mi racconta una ragazza, ora se va bene, e se si hanno i soldi per farlo, una volta al mese o di più, dice come se fosse una tragedia. Ma il Venezuela una volta era anche questo, impregnato di effimero, dove rifarsi seni e labbra era un must, ma ora non arrivano le protesi o il silicone, dove l’obiettivo di molte, non tutte naturalmente era diventare miss universo. Ora le bamboline di una volta, sembrano decadenti come i palazzi di Caracas. Niente manutenzione, niente cura, niente salsa. “Andiamo a ballare una sera?”, dico ad un’amica giornalista. Insomma la salsa è uno dei patrimoni culturali del paese. Mi guarda e mi dice di no, troppo pericoloso, dopo le 10 di sera le strade si svuotano, se vai in un locale è meglio restarci fino al mattino. La criminalità la fa da padrone e quando un paese è povero la vita vale poco.
Entro in un negozio di giocattoli. Mi muovo tra gli scaffali vuoti, ci sono pochissime scatole, qualche macchinina, un commesso che neanche alza lo sguardo presidia un negozio praticamente vuoto. I giochi per bambini non arrivano dall’estero. Il cinema costa 7500 bolivar, 50 centesi. Anche questo è caro anche se a dirlo non sembra, ma ricordo che bisogna ragionare con la testa di chi guadagna dieci euro al mese. Solo il petrolio continua a costare poco, un litro sei bolivar. 300 per fare il pieno di una berlina, circa 50 litri. Non credo ci sia neanche la possibilità di trasformarlo in centesimi di euro per quanto è poco.
La soluzione per chi ha bisogno di cose e ha i soldi è Amazon, o il mercato nero. Che non ha un posto fisico, ma ci sono molti gruppi su whatsup dove si condividono le informazioni su dove trovare cosa. Oppure il classico passa parola. Naturalmente chi può se ne va. Molti hanno parenti all’estero, altri attraversano i confini, secondo le nazioni unite, l’anno scorso 27 mila venezuelani hanno chiesto asilo all’estero, quest’anno secondo l’Unhcr nei suoi primi 7 mesi lo hanno chiesto 54 mila persone. I principali paesi di destinazione sono gli Stati Uniti, il Brasile, il Perù, la Spagna e il Messico. E chi resta è quotidiano testimone della caduta di un paese. Un paese dove il metro di misura è il dollaro, ma che è vietato usare per legge, ma che tutti usano di nascosto perché è stabile. Se si affitta una casa, non si paga con una valigia di bolivar che un giorno vale qualcosa e il giorno dopo niente, ma coi dollari anche se non si può. Oggi varrà meno, domani di più o viceversa, ma qualcosa il biglietto verde varrà sempre.
Sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.
 
 

Le lacrime del Venezuela

A Caracas. Giorno 1
 
Il mio viaggio in Venezuela comincia con un uomo che si butta da un ponte mentre gli sfreccio accanto appena uscita dall’aeroporto e con le lacrime di una madre.
In realtà inizia ben due giorni prima quando il 15 agosto ricevo un messaggio da un’amica giornalista che sta a Caracas e mi chiede se riesco a procurarmi una medicina antirigetto per una ragazza di 18 anni a cui hanno trapiantato il fegato. Sono giorni che leggo del Venezuela, della storia, del petrolio, della politica, della sinistra e della destra, delle proteste, delle accuse, delle vendette, degli americani con le mani ovunque. Leggo e ascolto delle ragioni degli uni e degli altri. Cerco di farmi un’idea e di mantenere le distanze che si frantumano nel momento in cui qualcuno mi chiede aiuto. Ma è Ferragosto, siamo in Italia e il medicinale che mi chiede non è reperibile facilmente. Bisogna farsi fare la ricetta, ordinarlo in farmacia, aspettare che arrivi. E io in poche ore sarei partita. Il farmaco in Venezuela non si trova. Prima c’era al mercato nero, ma ad un prezzo esorbitante per un mamma infermiera che guadagna 12 euro al mese. In Italia costa 104 euro per sessanta pastiglie, non oso immaginare in Venezuela, dove un litro di latte costa 50 centesimi, un’enormità per chi vive con una banconota da 10 euro al mese.
Ora sua figlia prende tre pastiglie al giorno del medicinale scaduto, ma è arrivata a prendere steroidi veterinari, per sostituire quelli destinati agli umani che non riuscivano a trovare. Prometto di tentare. Questa è la crisi, quando una ragazza, una delle prime trapiantate del Venezuela, quando dovrebbe pensare solo a riprendersi con un fegato nuovo, lotta tra la pastiglia che oggi c’è e domani no, e un fegato che le si può rivoltare contro in qualsiasi momento. Si è iscritta all’università Daniela con i capelli biondi, studia gastronomia. Ci prova, in un paese che dovrebbe essere ricco invece arranca come le persone che vedo frugare nei cassonetti, in ogni cassonetto.
La mattina della mia partenza mi precipito alla Farmacia vicino a casa. E sono gentili. Non so perché mi stupisco, ma lo faccio. Mi dicono che bisogna ordinare il farmaco che non arriverà prima delle 17, gli dico che mi nuovo alle 15 per andare in aeroporto. Rapiti dalla storia, pensano ad una soluzione. La signora della Farmacia afferra il telefono e chiama il collega alla farmacia dell’aeroporto. Non risponde, gli manda un messaggio. Si prende il mio numero. “Ti facciamo arrivare il medicinale in aeroporto, lo prendi e parti. Mi dice di correre da un medico, di farmi fare due ricette, una da dare alla Farmacia, l’altra per il viaggio giusto se qualcuno ha qualcosa da dire. Chiamo un amico medico, gli racconto la storia, non ci pensa due volte, “vieni subito qui che ti faccio la ricetta”. Corro, vado, ho ancora un mucchio di cose da preparare, ma non importa. So che è una goccia nel mare, ma è la mia goccia nel mare. So che questa confezione le durerà solo un mese. Ma sarà un mese in più. Poi arriverà qualcun altro, poi cercheranno altre soluzioni. Il medico mi fa le ricette, che conservo gelosamente. Spero solo che quando arrivo in aeroporto la confezione sia arrivata, siamo sul filo del rasoio per i tempi del volo. Giungo in aeroporto, consegno i bagagli, mi precipito a un altro terminal con la borsa in spalla più pesante del mondo e varco l’ingresso della farmacia. Ci sono 30 giorni di vita di una persona in quel posto. Neanche la conosco, ma è già il mio simbolo della crisi venezuelana. Non ci sono scuse per questa sofferenza, per quella della gente costretta a buttarsi da un ponte quando si ammala. Guardo la farmacista con occhi speranzosi, sono in anticipo, “mi dica che è arrivato”, da sotto il bancone, estrae un bel pacchetto e mi sorride. “Eccolo qui, buona fortuna e buon viaggio”. Schiaccio la confezione, bella grossa, per metterlo nella borsa e volo in Venezuela.
Appena arrivo viene a prendermi la mia collega giornalista, mi comincia a parlare del paese e della situazione, sfrecciamo tra i quartieri, “qui fanno le manifestazioni, qui è molto pericoloso, qui hanno ucciso un uomo”. La criminalità una volta riservata alle periferie, ora è ovunque. La gente cammina in fretta per le strade, una grande città piena di palazzoni avvolti nel verde. Ma prima ancora di entrarci, c’è un ponte, la strada è almeno a quattro corsie, un uomo si ferma, scende dalla macchina e si butta. Il traffico si interrompe, la polizia arriva, tutti a fare foto. “I suicidi sono aumentati, non avere medicine, non avere lavoro, non avere speranza, è come un colpo di proiettile alla testa”, dice la mia voce narrante di questo viaggio. Tiriamo dritto, sento fare telefonate. Ci fermiamo a un incrocio. Sale una donna, con la divisa da infermiera, fa anche la tata al bambino appena nato della mia collega venezuelana, anche se ora non ne avrebbero bisogno, non vogliono dirle addio, perché sanno che lei ha bisogno. E chi ha due lire in più le condivide con la famiglia e con chi può aiutare. Non le hanno detto niente. Mi presentano come un’amica appena arrivata dall’Italia. Mi stringe la mano morbida, con un sorriso che sa di benvenuto. Poi apro la mia borsa e tiro fuori il pacchetto un po’ sgualcito, e glielo metto in mano. Lo guarda, mi guarda, lo riguarda. E scoppia a piangere. “Qui c’è la vita di mia figlia, grazias, grazias, grazias”. E non riesce a smettere di piangere. Piange attraverso tutto il centro di Caracas, piange mentre vediamo scorrere la gente, mentre saliamo su una collina, mentre ci avviciniamo verso casa. Piange di gioia e dolore. Piange di sollievo e di speranza. Sono le lacrime della crisi. Le lacrime di una mamma che ha guadagnato un mese per la sua bambina. Sono le lacrime del Venezuela.
 
E io sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.

Matrimonio omosessuale in Cina? Non proprio

Nel mese di maggio è stato approvato a Taiwan il matrimonio omosessuale. Ma Taiwan non è la Repubblica Popolare Cinese, dove le cose sono vissute diversamente. Serena Console su Radio Bullets ha intervistato il media director del Gay Center di Pechino e una delle organizzatrici dello Shanghai Pride per farci raccontare come viene vissuta l’omosessualità da chi vive e lotta in Cina.

Agosto alla ricerca di onde…gravitazionali

Massima allerta a Cascina, nel pisano, dove è in corso in questi giorni Observational Run 2, la fase di presa dati del progetto internazionale che pone l’interferometro europeo Virgo e i due statunitensi Ligo alla ricerca delle onde gravitazionali.
A cura di Raffaella Quadri per Radio Bullets. Musica di Walter Sguazzin

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