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Il tunnel che sfida la gravità

Lanciarsi nel vuoto e volteggiare liberi nell’aria senza preoccuparsi della gravità. A Milano sorge il primo simulatore di caduta libera d’Italia dove chiunque può provare a volare in sicurezza. A realizzare il tunnel verticale un gruppo di ingegneri di livello internazionale. Raffaella Quadri per Radio Bullets.

MondoRoma – Senza tetto né diritti

 
ll Fatto di questa settimana è dedicato a tutti i cittadini fantasma di Roma, “i senza fissa dimora” di qualsiasi origine siano, e le risposte che vengono loro date dall’amministrazione pubblica.
E poi gli eventi per un fine settimana multietnico nella capitale. A cura di MONDITA associazione su Radio Bullets.
Per saperne di più degli eventi visitate sempre i siti www.romamultietnica.it e www.piuculture.it
 

Il grido di uno sportivo

Enes Kanter ha 25 anni e gioca in NBA ma da qualche mese è un apolide. La Turchia gli ha revocato il passaporto e lo ha etichettato come “terrorista”. Giuliano Terenzi vi racconta la sua storia su Radio Bullets

Un decennio dello “smartphone” per eccellenza

Rapidi nel superare se stessi, super tecnologici e sempre più belli. Sono gli smartphone come oggi li conosciamo, che hanno saputo cambiare le nostre abitudini di vita. E a tenere il conto del tempo che passa ci pensa Apple che con la sua ultima versione di iPhone ci ricorda che dal suo primo modello sono passati dieci anni. Raffaella Quadri per Radio Bullets. Musica di Walter Sguazzin.

Roma violata, quanto importa il colore dei violenti?

ll fatto di questa settimana è dedicato alla violenza sulle donne. E’ un grande problema di Noi Uomini di qualsiasi età e della cultura che ci portiamo dentro. Ma questi considerazioni non eliminano la questione Roma. E poi gli eventi per un fine settimana multietnico nella capitale. A cura di MONDITA associazione su Radio Bullets
Ed ecco gli Eventi del fine settimana
– Fino a domenica nell’anfiteatro di Largo Cannella a Spinaceto l’associazione Officina delle Culture continuerà  la rassegna Officina Estate con spettacoli dal vivo di diverse culture del mondo.
Venerdì
– Per Il Progetto Gustamundo, nei locali di via G. De Vecchi Pieralice, 38, cena libica con Mariem, ospite Casa delle Donne Lucha y Siesta. Il ricavato è destinato al sostegno economico di Mariem.
Sabato
– alle 18.30, in via di Santa Cecilia, 1/a, la Libreria GRIOT ospiterà il regista e sceneggiatore libico Khalifa Abo Kraisse in un incontro con la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli.
– L’Istituto Yunus Emre Centro Culturale Turco di Roma organizza due eventi Il primo, sabato 16 settembre alle ore 21 presso il Teatro Eliseo, via Nazionale 183, un Concerto di Amicizia Turco-Giapponese eseguito dall’Orchestra Sinfonica della Presidenza della Repubblica Turca
Domenica alle ore 21, presso il Teatro Argentina, largo di Torre Argentina 52, si terrà invece il Concerto di Amicizia Italo-Turca, Gran Galà Lirico, eseguito dall’Orchestra Sinfonica della Presidenza della Repubblica Turca.
 

Venezuela: può andare anche peggio

Tamara Adrian mi riceve nel suo studio dove sembra appena passato un uragano, carte e libri ovunque, una scrivania dove non si vede chi sta dall’altra parte. “Non sembra, ma sto sistemando”, mi dice accogliendomi con un grande sorriso. Tamara Adrian, 60 anni, è un membro del parlamento venezuelano, quel parlamento che è stato scavalcato da Maduro e sostituito con l’Assemblea Costituente. Tamara è una professoressa di diritto in pensione, e ora svolge l’attività di avvocato, specializzata in questioni di petrolio. Ma non solo, è anche la seconda parlamentare transessuale delle Americhe e una nota attivista dei diritti lgbt. Una vita di lotta dentro e fuori dai tribunali, per vedere riconosciuto quello di essere se stessa in un paese dove quando è diventata deputata ha dovuto giurare usando il suo nome da maschio perché la legge ancora non consente in Venezuela il cambio del nome. Sono tante cose che il Venezuela conservatore e non libero, non permette di fare. Come si è arrivati a questo punto con un paese a pezzi?
La situazione è complicata, molto complicata. Il parlamento è stato eletto nel dicembre 2015 e subito dopo il governo non ha avuto più la maggioranza, avevamo il 75 per cento dei seggi, una super maggioranza. E Maduro ha capito che potevamo fare qualsiasi cosa, dalla nomina della Corte Suprema, al controllore generale, al difensore civile.  Così Maduro è andato alla Corte suprema dicendo che non c’era accordo con l’opposizione, è stata invocata una sessione straordinaria del parlamento e senza seguire la legge e i requisiti necessari, sono stati nominati 21 giudici della corte di giustizia suprema. Queste persone subito dopo hanno sospeso 4 parlamentari dello stato di Amazzonia, parlando di irregolarità. Perfino il consiglio elettorale si è ribellato dicendo che di irregolarità non ce n’erano state. Ma quando hanno sospeso questi 4 deputati la super maggioranza che eravamo, ha perso i due terzi del parlamento. A gennaio 2016 la camera costituzionale della corte suprema ha deciso bloccare ogni decisione del parlamento, ogni legge veniva dichiarata incostituzionale. Ad aprile 2016 hanno cominciato a dire che visto che il parlamento non accettava il ritiro dei parlamentari sospesi e che era un oltraggio,  hanno cominciato a dire che ogni sessione del parlamento era non valida e anche le leggi che avevano approvato. Cosa ha cambiato il quadro? Abbiamo continuato a legiferare, niente è cambiato siamo andati avanti. A febbraio di quest’anno ci è stato detto di nuovo che continuavamo a essere di oltraggio alla Corte, senza sapere bene perché. Visto che eravamo inadempienti è stato detto che avrebbero assunto i poteri dell’assemblea nazionale e li avrebbero trasferiti al presidente.
Penso che lo abbiano potuto fare perché si sentivano molto potenti, avevano un disperato bisogno e ancora ce l’hanno che venissero approvate leggi che riguardavano il finanziamento estero, i contratti internazionali, secondo la Costituzione per qualsiasi decisione finanziaria, anche il rifinanziamento debito estero ci vuole l’approvazione del parlamento. Ora il presidente aveva i poteri e non aveva bisogno del parlamento. Ma la comunità internazionale all’improvviso ha realizzato quello che stava accadendo, è diventata un po’ critica, di fatto c’era stato un colpo di Stato verso il parlamento. Anche la gente ha realizzato ed è scesa in piazza, la gente non capiva più perché il parlamento non funzionava e ci hanno perfino accusato di non legiferare. Stava diventando chiaro che stavamo perdendo la democrazia. E le proteste sono esplose. Siamo andati in giro nei paesi a raccontare quello che accadeva, ogni ambasciata qui sapeva cosa stava accadendo, ma dicevano di non poter fare niente, così anche le Nazioni Unite. In contemporanea alle proteste, Maduro ha cominciato a chiedere la riforma della Costituzione, e si è arrivati all’elezione dell’Assemblea Costituente che io chiamo la fraudogente
Per votare la Costituente si doveva chiedere prima un referendum per invocare l’elezione della Costituente, ma questo non è stato fatto, si è scavalcato questo passaggio fondamentale, la richiesta del referendum, il problema è che per ragioni finanziarie sono disperati e hanno fretta.
Ma se rifinanziare fosse stata la cosa giusta da fare il paese perché il parlamento non avrebbe dovuto farlo?
Se fossero state seguite tutte le procedure, se fosse stata una cosa buona per il paese lo avremmo approvato, ma i fatti ci dicono che dai tempi di Chavez il prezzo del petrolio è cominciato a salire, tutti gli altri stati produttori hanno creato fondi per i tempi in cui il prezzo sarebbe sceso, una sorta di riserva di denaro, è un ciclo nel petrolio che in genere dura 6/7 anni, alto e basso, è curioso che si possa avere alto prezzo di petrolio con depressione, e basso prezzo del petrolio con espansione, non è necessario che le due cose siano allineate. Molta gente pensa che la recessione sia legata ai prezzi bassi, ma non è necessariamente così. Una volta il Venezuela produceva molte cose, caffè, mais, riso, pezzi per le macchine, rappresentavano solo il 10 per cento delle esportazioni, ma c’era una sorta di differenziazione. Ora il 96 per cento delle nostre esportazioni dipendono dal petrolio, siamo dipendenti dal petrolio più ora che negli anni 40. Invece Chavez e poi Maduro, invece di creare quei fondi di risparmio per il futuro, hanno usato i soldi senza un senza budget, senza contabilità. Non abbiamo cifre ufficiali, ma circa 500 miliardi di dollari sono spariti. Non sappiamo dove siano andati e probabilmente non lo sapremo mai. Ora vediamo le conseguenze di tutto questo. Non abbiamo neanche la carta igienica, e una volta la esportavamo. Molto velocemente è collassato tutto. Ora siamo incapaci di produrre anche il petrolio, perché tutta la struttura intorno è collassata, tutta la manutenzione che serve è inesistente. Il nostro debito estero era nel 2003 intorno 19.8 miliardi di dollari. Poi il prezzo del petrolio è cominciato a crescere, e sono aumentate le persone disposte a fare credito. Se hai i soldi la gente non ha problemi a farti prestiti, non te li fanno quando i soldi non ce li hai, sta di fatto che il nostro debito esterno è arrivato a 60 miliardi nel 2010, non sappiamo quanto dobbiamo ai cinesi perché il debito è stato contratto senza il coinvolgimento del parlamento. Si parla di 40, 50 miliardi ma non abbiamo cifre scritte e i cinesi non ce lo dicono. Non sappiamo quanto dobbiamo ai russi, alcuni dicono intorno ai 10 o ai 20 miliardi, ci sono altri 15 miliardi che sono dovuti al debito commerciale, noi dobbiamo importare tutto, e c’è un gioco di cambio che è un furto. Per esempio le medicine, vengono pagate a un prezzo, vendute ad un altro che non permette il pagamento dei fornitori. Lo stesso è avvenuto con i biglietti aerei, si comprano in dollari e si rivendono in bolivar, e ora non ci sono quasi più compagnie aeree qui. I fornitori si sono ritirati, o si pagano i debiti o si paga in anticipo, ma non ci sono più i soldi per farlo. Ora ci sono i prodotti nei supermercati, ma nessuno ha il denaro per comprarli, al mercato nero il salario minimo è 15 euro al mese. Abbiamo la tempesta perfetta, prezzo basso del petrolio, debito estero gigantesco, nessuna capacità di produzione alternativa interna, non siamo in grado più di lavorare il gas che vendiamo agli stati uniti e lo rimportiamo.
Può andare peggio?
Sì, sì, da due anni non sappiamo come va l’economia, ma gli operatori stanno cercando di capire cosa stia succedendo. Il ministro della Salute è stato licenziato due mesi fa, perché ha pubblicato delle cifre che mostrano l’incremento della mortalità infantile e delle madri, dati catastrofici e due giorni dopo è stata rimpiazzata. Viviamo nell’oscurità. Gli economisti parlano di un’inflazione intorno al 1200 per cento alla fine di quest’anno. L’inflazione di un anno in Venezuela, corrisponde a 250 anni di quella della Colombia perché hanno un 3,5 per cento all’anno. Può andare peggio.
Cambiamo discorso per un attimo, lei è anche un attivista Lgbt in Venezuela, che cosa deve essere fatto ancora?
Tutto. Non abbiamo niente. Siamo perfino messi peggio dell’Italia. Non abbiamo niente, e molto triste, Chavez aveva il 100 per cento del parlamento tra il 2005 e il 2010 e io all’epoca proponevo una legge per la protezione degli lgbt, che riguarda la discriminazione in generale, più il crimini dell’odio, più il bullismo, più la discriminazione a casa. In America Latina in quasi tutti i paese, tranne alcuni in centro america,  hanno delle protezioni contro la discriminazione. In sud America restano fuori Venezuela e Paraguay. Protezione delle famiglie: c’è uguaglianza matrimoniale a Mexico City, e negli altri stati ci si può sposare con il tribunale, anche in Colombia, Brasile, Uruguay e Argentina. Unioni civili: in Equador e in Cile. C’è anche la maternità congiunta, copaternità e co-adozioni in Messico, Colombia, Uruguay e Argentina. In Brasile non direttamente, ma per via giudiziaria. Riconoscimento dell’identità transessuale intersex legale, si ha senza bisogno di operazione in Messico City e altri cinque altri stati in Messico, Colombia, Uruguay, Argentina, bolivia, equador, dopo l’operazione in Panama e riconoscimento dopo l’operazione passando per il tribunale in Brasile.
In Venezuela non abbiamo niente. Non c’è nessuna particolare protezione. Non c’è protezione per le coppie, ma viene curiosamente riconosciuta la comaternità, perché la nipote di uno degli ex presidenti del parlamento in passato aveva avuto un figlio con una donna in argentina dove la comaternità esiste. Sono tornati qui e hanno tentato di essere riconosciute come madri, e lo Stato non voleva, alla fine una delle due venne uccisa durante una rapina e l’altra che era la moglie non riconosciuta, ottenne che il figlio avesse il suo nome andando attraverso un lungo processo. Il problema del nome per i transessuali è anche peggio, i giudici che sono stati nominati negli ultimi 30 anni possono essere dismessi con uno schiocco di dita dalla Corte Suprema e sono  molto spaventati di fare cose nuove per paura di essere mandati via. Col chavismo c’è stata una larga rappresentazione di evangelisti, nell’assemblea nazionale il 45 per cento del parlamento tra il 2005 e il 2010 erano evangelisti, erano ovunque, era impossibile parlare con loro di qualsiasi cosa, perfino dei diritti delle donne, figuriamoci di transessuali. Hanno bloccato ogni decisione, ogni legge, ogni proposta che abbiamo fatto. Nel 2008 siamo andati in Parlamento e abbiamo proposto un emendamento al registro civile per il cambio del nome, che è stato incluso ma c’è stata una correzione che dice tutte le persone hanno diritto a cambiare una volta il nome proprio quando il nome è infamante, straniero, o e lo sottolineo, non corrisponde al genere o può costituire l’indebolimento della personalità, il nome non il genere. L’organismo responsabile del registro civile è il consiglio elettorale, la direttora di questo e il direttore del registro civile sono membri dell’Opus Dei,
E allora impossibile. La parola d’ordine era non fare niente. Nel mio caso personale, sono andata in tribunale, per 11 anni non ho avuto risposta, e sorprendentemente quest’anno hanno ammesso il caso, che significa che sarà visionato. La verità è che le Chiese evangeliche ci stanno facendo impazzire.
Niente. Medioevo. Sì. Mio Dio, questa gente al governo si presenta come rivoluzionari tutti il tempo, ma si comportano come radicali di estrema destra. Chavez fin dal suo arrivo cominciò a identificare l’opposizione dando nomi infamanti, chi era con lui erano i buoni, gli altri gli squallidi, poi nel 2004 ha cominciato con il suo piano socialista, voleva che socialismo fosse il loro marchio, il resto era estrema destra, loro erano i socialisti, quelli della sinistra, si semplifica in nemico mettendolo in categorie definite che la gente capisce. E continuano a farlo, chiamando l’opposizione estrema destra, estrema destra internazionale di qua e di là, la realtà è che l’opposizione è molto diversa, trovi da quelli della Bandiera rossa, della guerriglia anni 70, hai il movimento socialista, hai la volontà popolare, il centro destro, dagli anarchici. In Venezuela non c’è la destra radicale. Non c’è mai stata. Non esiste più neanche una rappresentanza delle minoranze. E’ un vero macello.
 
Io sono Barbara Schiavulli per Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.
 
 
 
 

Musica Maestro…esegue l’Encefalofono

La musica è una questione di cuore ma anche di testa. Soprattutto di testa. Niente di più vero se si considera che si può suonare usando solo il cervello. Servono una speciale cuffia, un sintetizzatore e l’ingegno di un neurologo e un fisico statunitensi. Raffaella Quadri per Radio Bullets.

Agosto romano: fuochi, sete, sgomberi

ll fatto di questa settimana è dedicato ad una sintesi di ciò che è successo a Roma nell’ultimo mese: purtroppo molti eventi negativi che addirittura hanno provocato una attenzione nazionale per alcuni giorni di agosto. E gli eventi per un fine settimana multietnico a cura di MONDITA associazione su Radio Bullets

Che fine ha fatto il generale Baduel?

Caracas
Emilio Baduel e Alexandre Tirado, detto il “Gatto” sono stati i primi, i primi di una lunga serie, arrestati durante le proteste venezuelane.  Era il 2014 e i due ragazzi che manifestavano pacificamente sono stati condannati ad otto anni di prigione. “Erano due studenti, condannati dopo aver subito un processo irregolare e essere stati torturati”, ci racconta Omar Mora Tosta, un noto avvocato di Caracas che ha deciso di dedicarsi anche alla difesa dei ragazzi delle proteste. “Oggi si stanno utilizzando le istituzioni per perseguitare l’opposizione, si usa qualsiasi mezzo che siano le tasse, i tribunali, la polizia, i militari per fermare la dissidenza”, ci dice Tosta in un caffè di Caracas, mentre le sue guardie del corpo rimangono fuori e controllano chi entra e chi esce. Ha subito sei attentati, la sua famiglia è stata sequestrata e lui ha ancora la cicatrice di un colpo di arma da fuoco, ma questo non sembra neanche incrinargli la voce. Racconta che Baduel e Tirado sono stati condannati con prove false, li hanno fatti passare da un carcere all’altro, li hanno torturati in ogni forma. —“Sono stati picchiati con una mazza da baseball su cui era inciso “Butt hitter” (picchia sedere). Li hanno picchiati tanto che per giorni non sono riusciti a sedersi. Gli davano cibo bollente da mangiare con le mani, buttato a terra in una cella piccolissima con 50 persone, criminali veri. Hanno perso 20 kg. Hanno puntato loro una pistola alla testa e finto di sparargli. Li hanno fatti sdraiare nudi sull’asfalto bollente, li hanno picchiati ancora, ad uno è stata rotta una costola, all’altro una gamba e i genitali sono stati ustionati. Baduel è stato salvato da alcuni detenuti che volevano ucciderlo, solo perché un poliziotto conosceva il padre”. E già il padre. Il padre di Emilio Baduel, non è una persona qualunque, il generale Raul Baduel, ex ministro della Difesa, era uno dei generali più vicini al presidente Chavez, poi qualcosa si è rotto, Baduel ha visto un cambiamento nella politica del presidente e da compagno si è trasformato in oppositore, inamicizia ereditata poi da Maduro. Il prigioniero politico più conosciuto del Venezuela. Una storia da film tra intrighi e bugie. Sono 25 giorni che del generale non si sa nulla. Era anche lui in prigione come il figlio, condannato per la seconda volta, dopo che aveva già scontato 8 anni. Poi una notte meno di un mese fa, uomini incappucciati lo hanno prelevato dalla sua cella e portato via. Secondo alcuni è stato ucciso, secondo altri è stato portato a Cuba, ma la versione più probabile è che si trovi nella “tumba”, la famigerata prigione dei sebin, i servizi segreti venezuelani. Di sicuro non lo sa la famiglia, non lo sa il suo avvocato, sempre Tosta, non lo sa nessuno e tutti se lo chiedono, anche se è stata fatta girare la voce che è scappato e si nasconderebbe tra le montagne. Ma nessuno ci crede. —- “E’ un modo per evitare di rispondere di un delitto. Questa è una sparizione forzata commessa dal governo, ripete l’avvocato, facile dire che è scappato. Ma è stato preso, la cosa terribile è che nessuna istituzione lo cerca, il tribunale militare che lo dovrebbe fare perché è stato portato via da una sua prigione, non lo cerca. Perché? Chi è il capo in carica dei militari? Il presidente Maduro. Questa è la prova migliore che siamo in una dittatura. La realtà è che stiamo lottando per un principio, la legge non conta più, la protesta ha varie forme, c’è chi scende in piazza, chi lo fa nonostante tutto nelle aule dei tribunali, dobbiamo ristabilire la Costituzione con un atto di forza se necessario, la gente ha diritto di difendere la propria vita e il proprio futuro e di opporsi.
Quello dei due ragazzi, del figlio del generale e del suo amico, invece sono stati i primi casi di civili condannati in Venezuela per aver protestato, ma per l’avvocato è anche un modo per ricattare il padre. Per ricattare tutti noi. Tentare di farci avere paura. La domanda sorge spontanea, avvocato tosta perché lo fa? Va bene guadagnare, ma qui il prezzo potrebbe essere più alto dei profitti. —E’ un compromesso con i miei pensieri, fino a che questo governo sarà al potere, io devo difendere queste persone che siano militari o civili.
Io sono Barbara Schiavulli per Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.
 

GeoCinema – The Good Postman

Ivan sta invecchiano. Da solo. A Great Dervent, un piccolo villaggio lungo il confine tra Bulgaria e Turchia, un microcosmo ibrido di Post-comunismo incompiuto. E allora ha un’idea: “Angela, se divento sindaco faro’ rivivere questo villaggio con i rifugiati siriani, riapriremo la scuola, il cinema. è brava gente, li aiuteremo a ricominciare e loro aiuteranno noi …”.
Una idea rivoluzionaria, non c’è che dire. E’ di Ivan Fransuzov’s, l’anziano mite dolcepostino di The Good Postman, ultimo documentario di Tonislav Hristov presentato all’ International Documentary Festival di Amsterdam, e per il pubblico italiano all’ultima edizione del Trieste Film Festival.
A cura di Mariangela Matonte per Radio Bullets

Un melone, solo un melone

Caracas. Giorno 12
Ho fatto qualcosa che un giornalista non dovrebbe fare. Quando si fa questo mestiere si va in giro, si ascoltano delle storie, si imprigionano dei momenti. Non bisognerebbe mai alterare la scena che ci circonda. Bisognerebbe, guardare, ascoltare, chiedere, poi scrivere e archiviare nella testa, sul computer e nel cuore e andare avanti. E’ così che si fa, perché non si può cambiare quello che succede, non si può intervenire, non si può scegliere uno rispetto all’altro. Il giornalista è una specie di sanguisuga che si nutre delle storie che altri gli confidano. E dalle sue parole cerca di tirare fuori il meglio possibile. A volte è utile, a volte no, a volte viene ascoltato, condiviso, diffuso, altre sono buchi nell’acqua.
Sono stata sempre ligia a questo pensiero, perché è così che deve essere. Se fai il medico curi, se fai il cuoco cucini, se fai l’autista guidi, se fai il giornalista scrivi. Poi arrivi in un paese che non è peggio di quelli che hai raccontato per tutta la vita. Un paese decadente ma non in macerie. Un paese crivellato dai proiettili della criminalità ma non bombardato, un paese poverissimo ma non in modo irreversibile. Un paese dove le soluzioni si vedono, ma nessuno vuole cedervi. Un paese dove la morte non è troppo complicata da fermare, eppure nessuno lo fa. Incontro Vanessa nel mio ultimo giorno a Caracas. Non avevo neanche tanta voglia di fare questa storia. Raccontare un’altra malattia, raccontare un’altra sofferenza, dopo 12 giorni che non faccio altro, non so quanto possa interessare ai nostri ascoltatori, ma mi lascio trascinare, il tempo c’è anche se ho ancora cinque storie da scrivere e montare per la radio e non sarei riuscita a farlo qui. Due politici, un’analista, una ragazza, un artista, un avvocato. Tutte persone che spiegano che cosa sta succedendo in Venezuela, con le loro parole, le loro idee, le spiegazioni e anche le loro rabbie.
Ma decido che c’è ancora abbastanza tempo per andare da Vanessa, sono due giorni che rimando. In fondo ha solo un anno più di me, è un insegnante e vive negli slums. Vive in una di quelle catapecchie dove vivono i più poveri tra i poveri, dove la criminalità è all’ordine del giorno. Dove spesso non c’è acqua o elettricità. Casette ammassate una sull’altra che la sera quando la città si spegne, fa sembrare la montagna un presepe, ci vivono migliaia di persone. Derelitti forse è la parola più giusta per descrivere, quelli che sarebbero poveri anche se il Venezuela fosse un paese ricco. Arriviamo nel barrio, c’è una specie di baretto dove gli uomini hanno la bocca attaccata alle loro bottiglie di birra, sono le 3 del pomeriggio. Il mio fixer chiama la donna, questa Vanessa che non so ancora chi sia, che dopo un attimo compare da una viuzza. Ci saluta come se ci conoscesse da sempre, sono così i venezuelani, estremamente affettuosi. Indossa una maglietta, un paio di pantaloni, la trovo molto carina, molto genuina, molto tipica, mi accompagna zoppicando attraverso un breve labirinto di viuzze e poi delle scalette, delle piante ai lati nei vasi, e una porta che si apre su una stanzetta. Una branda da un lato, un tavolo per mangiare, una piccola libreria, una credenza di poco valore, delle vecchie foto di famiglia, un divanetto a due posti e il passaggio verso un’altra stanza chiuso da una tenda.
Sulla branda c’è la signora Lucilla, che ha superato i 70 anni, ha un viso sincero, aperto, disponibile. Si tiene la pancia, cerca di alzarsi per salutarci, ma noi la fermiamo in coro. Va tutto bene, è tutto normale, un’altra storia che sto per raccontare, ma Vanessa è un fiume in piena e per 45 minuti mi rovescia addosso tutta la sua dannata storia. Sua madre ha un tumore ai linfonodi, ormai da anni. L’intestino è fuori dal suo corpo, lo trattiene solo la pelle che l’è stata cucina con punti per bambini perché non c’erano quelli per adulti e ogni tanto quando si muove saltano. Si solleva la maglia, si slega la fasciatura, ci mostra anche se noi le diciamo di non farlo. Il suo corpo è in piena ribellione, ma lei ci guarda come se fosse attraversata dalla dolcezza. Avrebbe bisogno di una guaina ma non riesce a comprarla. Come non riesce a comprare le medicine, come non riesce a comprare il cibo. Vanessa trascorre la sua vita a lavorare e a badare a lei. E se fosse solo questo, sarebbe già drammatico. Ma l’anno scorso a Vanessa è stata diagnosticata la leucemia. Ha deciso di non curarsi perché tutto quello che ha e non ha, lo usa per non perdere sua madre. E poi comunque non avrebbe i soldi per curarsi e la sua scelta l’ha fatta, se facesse i cicli di chemio, o meglio se potesse permettersi di farli, diventerebbe comunque troppo debole per prendersi cura della madre. Sono sole, il padre è morto, i parenti più lontani sono andati negli Stati Uniti e Vanessa trascorre le giornate, quando non lavora, ora ci sono le vacanze a scuola, a cercare medicine, a cercare di mettere insieme i soldi, a cercare qualcosa da mangiare per mettere insieme almeno un pasto al giorno se non per lei, almeno per la madre. Mi mostra quanto è dimagrita, ero grassa dice e ora guardami. Corre di qua e di là in quella piccola stanza per mostrarmi le medicine che ha. Servono un sacco di medicine ad entrambe. E in Venezuela nessuna di quelle che servono a loro si trovano. Al mercato nero, a volte sì e a volte no. E lei gira per ospedali, per cliniche, per i dispensari cubani istituiti da Chavez, colleziona no, e poi torna a casa. Lei stai prendendo una medicina scaduta da tre anni, la madre sta assumendo delle pastiglie che sono l’equivalente per i bambini. La morfina non si trova, gli antibiotici di diverso tipo, li conserva e gli ammucchia per quando Lucilla si dovrà ancora operare, avrebbe già dovuto ma costa troppo. Vanessa sorride quando parla perché vuole essere ospitale mentre mi mostra le analisi, le ricette, le immagini del glaucoma che le si sta formando. Mi parla della fame, che sogna un melone, e mentre come un’ebete le tengo il microfono rivolto verso la bocca, mi chiedo come possa una persona gentile e carina come lei, desiderare solo un melone. Un melone, uno stupido melone. Che non può permettersi. Quanto diavolo costerà un melone in questo posto?
Al di là della tenda, una cucina povera ma ordinata come tutto il resto. Mi mostra le riparazioni al rubinetto che ha fatto perché non trova una gommina, il frigo arrugginito, mi apre gli scaffali, le ante, come se io stessi perquisendo la casa. C’è solo un vecchio pacco di pasta e vecchie medicine dappertutto. Lei parla e io penso al melone. Lei mi rovescia la sua vita di lotta e resistenza e io penso solo al melone. Mi chiedo perché uno stupido melone mi travolge più di tutta questa terribile e disastrosa storia. E poi capisco.
Perché è inaccettabile. Perché è inaccettabile che una donna di 70 anni prenda una pensione di 3 euro al mese. Perché è inaccettabile che un’insegnante prenda sette euro al mese. Che insieme fanno 10, quando un pacco di pasta costa 20 centesimi e un litro di latte, ne costa 50. E la guaina per mamma al mercato nero costa 200 euro. Ma la cosa più inaccettabile di tutte sono le pontificazioni politiche che ho ascoltato, letto, scritto da quando ho deciso di venire qui. Da una parte e dall’altra, da quelli pro presidente Maduro, proChavez, e quelli contro. Vanessa e Lucilla che hanno nomi da principesse di una fiaba, sono bombe su qualsiasi discorso politico. Sono esattamente il confine oltre al quale la politica non ha più scuse. Quelle donne non solo meritano una vita dignitosa, perché trasudano dignità, ma meritano giustizia. Perché sono solo quell’uno fra migliaia nelle stesse condizioni, sono il simbolo del fallimento del Venezuela, quel Venezuela, che affonda nella corruzione, nel petrolio, quel Venezuela che le persone giuste le fa arricchire, dove i ladri girano con i macchinoni e vanno al ristorante. Vanessa ha ancora la forza di opporsi, è una di quelle che manifesta nonostante tutto, la cui casa è stata segnata, come una volta facevano con gli ebrei, sul muro, i collectivos di Maduro la identificano come una dissidente. Ma a lei non importa, che possono farle? Ucciderla? Sta già morendo. La stanno già uccidendo. E così tutte le persone che abbiamo incontrato in questo paese. Sono tutti malati terminali di un cancro che si chiama politica.
“Informa tutti, di che siamo stanchi, dì quello che vedi in Venezuela, sei i nostri occhi. Grazie, grazie di essere qui”. Vanessa e la madre continuano a ringraziarmi di essere qui ad ascoltare la loro storia. Perché così forse qualcosa cambierà, forse il mondo sentirà la disperazione dai venezuelani. Io un po’ mi vergogno, non le dico che la mia voce è debole come la sua, che la sua storia non diventerà virale, e che l’italia non sarà informata neanche se io sono qui. Posso solo raccontarla questa storia e condividerla con i nostri ascoltatori. Prometto che lo avrei fatto, che cercherò tutte le parole migliori che conosco, glielo prometto. Ci abbracciamo tutti commossi, e usciamo dal quel covo di disgrazie dopo averle detto che anche lei deve curarsi, che non può aiutare sua madre se non aiuta se stessa. E lei ci ha guardato con un sorriso di chi sa di essere già morta. Saliamo sulla macchina, io sono seduta dietro, Mauricio guida, e Manuel che ha tradotto per tutto il tempo ed è un po’ scosso, si volta verso di me, e mi chiede. “Adesso cosa vuoi fare?”. So che mi sta chiedendo se voglio andare a prendere un tè prima di un’altra intervista ad un famoso avvocato che segue casi di ragazzi arrestati durante le proteste. Guardo Manuel e faccio quello che un giornalista non dovrebbe fare. “Voglio andare in un supermercato”. Continua a fissarmi con aria interrogativa e lui che lavora con tutti i giornali più importante americani, francesi, inglesi, mi dice “Non è etico per un giornalista, gli altri non fanno questo, non puoi intervenire, si scrive la storia e basta, non devi farti coinvolgere”. Non devo farmi coinvolgere? Ogni parola che scrivo mi coinvolge, non saprei scrivere se non sentissi le parole esplodermi da dentro. Non mi importa nulla di essere etica o professionale, andiamo al supermercato. Sorridono e annuiscono, era quello che volevano sentirsi dire, era quello che volevamo fare tutti e tre. Andiamo in un supermercato e riempiamo letteralmente il carrello. Pane, pasta, latte, biscotti, sale, carne, scatolame patate e sopra a tutto il melone. Un gran bel melone. Abbiamo mille sacchetti, ci riprecipitiamo nel barrio, ci presentiamo a casa di Vanessa e le due donne piangono, ridono e saltano di gioia, beh Lucilla resta sdraiata e Vanessa alza le mani al cielo, ma è come se danzassero. Riempiamo il tavolo di sacchetti, è Natale ad agosto a Caracas. Ci abbracciano, ci baciano, sono entrambe sotto shock e noi siamo tutti travolti dalla loro incontenibile gioia. Abbiamo speso 20 dollari per tutta quella roba. E lo sappiamo che è solo una goccia nel mare, lo sappiamo che tra una settimana sarà ancora alla ricerca di cibo. Ma ieri sera Vanessa e Lucilla hanno mangiato il melone e se questo fa di me una cattiva giornalista che ha contravvenuto le regole di una professione che invece di mandarmi qui, mi ha costretto a chiedere aiuto ai nostri amici e ascoltatori. Sì, sono una pessima giornalista, lo siamo tutti a Radio Bullets, perché interferiamo con la realtà, la viviamo, la raccontiamo e proviamo a cambiarla, frantumiamo il silenzio anche se solo per una sera e solo per due persone.
Io sono Barbara Schiavulli buon proseguimento di ascolto e di giornata e da Caracas, Venezuela passo e chiudo.
 

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Riprogrammare le cellule della pelle perché diventino altro e riparino i danni nell’organismo. La biomedicina scopre una nuova via per la rigenerazione degli organi. Lo dicono i primi risultati di uno studio in Ohio, ma siamo solo all’inizio.
A cura di Raffaella Quadri per Radio Bullets.
Musica di Walter Sguazzin.

Il mio lavoro è difendere la Costituzione

Caracas. Giorno 10
Il 4 febbraio 1992 un gruppo di ufficiali dell’esercito venezuelano lanciò l’operazione Ezequiel Zamora che consisteva nella presa delle principali città del nord del Venezuela e della capitale Caracas. Un colpo di Stato in piena regola. Ai vertici c’erano i tenenti colonnelli Hugo Chavez, Francisco Arias Cardenas,  Jesús Urdaneta Hernández, Jesús Ortíz Contreras, Yoel Acosta Chirinos e Luis Pirela Moreno. Un gruppo di capitani e di maggiori e circa 5000 soldati ribelli. Il presidente del Venezuela Perez si trovava in Svizzera per il vertice economico di Davos, e solo al suo rientro venne informato di quello che stava accadendo alle 10 di sera. Chavez appare in tv e dice “E io di fronte al paese e davanti a voi, assumo la responsabilità di questo movimento militare bolivariano”. Di fatto però, la presa del potere durerà solo qualche ora. Ma tutti avevano visto il loro futuro leader.
25 anni dopo essere stati dismessi, essere stati in prigione per un paio d’anni, essersi ricostruiti una nuova vita, un gruppetto di quegli ufficiali è intorno a me in un ufficio del centro di Caracas con l’aria condizionata più fredda del mondo.
“Il mio lavoro è difendere la Costituzione del mio paese”, anche se ora non sono più un soldato, sarà sempre così dice l’ex capitano Cliver Alcalà, 55 anni che tra le mani stringe un libro vecchio e consumato che si intitola La Costituzione. “Siamo davanti a qualcosa che non abbiamo mai visto, dice con i suoi amici e compagni di sempre che annuiscono, per la prima volta un governo è controllato dalla mafia. Maduro l’eredità di Chavez, di quel comandante che hanno sostenuto fino a farsi mettere in galera, non piace agli uomini conosciuti come quelli del 4 Febbraio.
“Il problema non può essere risolto perché non c’è democrazia, ma corruzione, narcotraffico, la distruzione dell’ambiente e della sovranità popolare”. Quattro anni di violazione della Costituzione dicono loro aprendomi le pagine del libro sacro e mostrandomi gli articoli. “Oggi è dovere di ogni cittadino difendere la propria Costituzione per restaurarla. Bisogna proteggere quel patto sociale votato nel 1929”. Quale potrebbe essere una soluzione? “Non ci sono soluzioni facili, si deve costruire, e meditare, certo serve la comparsa di un attore politico trascinante”. A loro non dispiace Luisa Ortega Diaz, la procuratrice dissidente con un mandato di cattura e fuggita con il marito dal paese, e che sventola di avere le prove della corruzione di Maduro e di quelli vicino a lui. Si parla di Odebrecht, l’azienda brasiliana che ha ammesso in tribunale dopo un accorto brasilostatunitense di aver elargito miliardi in mazzette per lavorare in Venezuela e in altri paesi del Sudamerica. Non ci sono cifre certe, non ci sono carte o statistiche, non viene tenuta una contabilità trasparente, ma secondo alcuni analisti, in questo paese nel giro di pochi anni sono spariti 400 miliardi di dollari. Oggi gli unici soldi in contanti che entrano nello Stato grazie alle tasche di Petrobesa la compagnia di Stato del Petrolio e del gas naturale, arriva dagli Stati Uniti che nonostante le sanzioni ancora compra il petrolio che di fatto gli serve. Meno di prima, ma abbastanza, tanto da fare entrare 40 mila dollari al giorno, non certo sufficiente da mandare avanti un paese che non produce. E non ci sono altre risorse? Siamo pieni di risorse rispondono in coro. Ma tutto è fermo. Uno dei capitani ha un’azienda agricola, mais e riso. Faranno la raccolta tra poco, ma è talmente poco che quelle riserve dureranno due mesi, fino a novembre, poi non ci sarà nulla. Il Venezuela può solo importare ma non hai soldi per farlo e nessuno fa credito, basta la Russia e i cinesi che si sono insinuati con un debito che il Venezuela ripaga con il petrolio ogni giorno probabilmente per sempre. Il governo però è appoggiato dai militari? No, il governo è mantenuto dalla corruzione che ormai è penetrata ovunque. I militari non dovrebbero parteggiare per nessuna parte politica ma essere solo dalla parte della Costituzione. Alcalà, oggi sarebbe possibile un colpo di Stato? Per fare un golpe bisogna avere un alto livello morale e una grande efficienza e questo oggi non c’è. Allora c’era una convinzione sconfinata. Bada bene, non sto discutendo su quale tipo di governo ci vorrebbe qui, uno capitalista o uno comunista sono la stessa cosa quando si radicalizzano. Quello che serve è solo un’amministrazione decente, senza ideologie, che protegge il popolo. Non si fanno più le rivoluzioni pensando di uccidere le persone, quello porta sempre alla dittatura, che è quella che abbiamo ora”. Chi viene dal Chavismo, chi ha creduto in questo progetto, oggi si sente tradito. Adesso sembra tutto calmo qui, ma questa è la quiete prima della tempesta, dice Alcalà, la soluzione la troverà la gente.
Sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.

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