Caracas. Giorno 10

Il 4 febbraio 1992 un gruppo di ufficiali dell’esercito venezuelano lanciò l’operazione Ezequiel Zamora che consisteva nella presa delle principali città del nord del Venezuela e della capitale Caracas. Un colpo di Stato in piena regola. Ai vertici c’erano i tenenti colonnelli Hugo Chavez, Francisco Arias Cardenas,  Jesús Urdaneta Hernández, Jesús Ortíz Contreras, Yoel Acosta Chirinos e Luis Pirela Moreno. Un gruppo di capitani e di maggiori e circa 5000 soldati ribelli. Il presidente del Venezuela Perez si trovava in Svizzera per il vertice economico di Davos, e solo al suo rientro venne informato di quello che stava accadendo alle 10 di sera. Chavez appare in tv e dice “E io di fronte al paese e davanti a voi, assumo la responsabilità di questo movimento militare bolivariano”. Di fatto però, la presa del potere durerà solo qualche ora. Ma tutti avevano visto il loro futuro leader.

25 anni dopo essere stati dismessi, essere stati in prigione per un paio d’anni, essersi ricostruiti una nuova vita, un gruppetto di quegli ufficiali è intorno a me in un ufficio del centro di Caracas con l’aria condizionata più fredda del mondo.

“Il mio lavoro è difendere la Costituzione del mio paese”, anche se ora non sono più un soldato, sarà sempre così dice l’ex capitano Cliver Alcalà, 55 anni che tra le mani stringe un libro vecchio e consumato che si intitola La Costituzione. “Siamo davanti a qualcosa che non abbiamo mai visto, dice con i suoi amici e compagni di sempre che annuiscono, per la prima volta un governo è controllato dalla mafia. Maduro l’eredità di Chavez, di quel comandante che hanno sostenuto fino a farsi mettere in galera, non piace agli uomini conosciuti come quelli del 4 Febbraio.

“Il problema non può essere risolto perché non c’è democrazia, ma corruzione, narcotraffico, la distruzione dell’ambiente e della sovranità popolare”. Quattro anni di violazione della Costituzione dicono loro aprendomi le pagine del libro sacro e mostrandomi gli articoli. “Oggi è dovere di ogni cittadino difendere la propria Costituzione per restaurarla. Bisogna proteggere quel patto sociale votato nel 1929”. Quale potrebbe essere una soluzione? “Non ci sono soluzioni facili, si deve costruire, e meditare, certo serve la comparsa di un attore politico trascinante”. A loro non dispiace Luisa Ortega Diaz, la procuratrice dissidente con un mandato di cattura e fuggita con il marito dal paese, e che sventola di avere le prove della corruzione di Maduro e di quelli vicino a lui. Si parla di Odebrecht, l’azienda brasiliana che ha ammesso in tribunale dopo un accorto brasilostatunitense di aver elargito miliardi in mazzette per lavorare in Venezuela e in altri paesi del Sudamerica. Non ci sono cifre certe, non ci sono carte o statistiche, non viene tenuta una contabilità trasparente, ma secondo alcuni analisti, in questo paese nel giro di pochi anni sono spariti 400 miliardi di dollari. Oggi gli unici soldi in contanti che entrano nello Stato grazie alle tasche di Petrobesa la compagnia di Stato del Petrolio e del gas naturale, arriva dagli Stati Uniti che nonostante le sanzioni ancora compra il petrolio che di fatto gli serve. Meno di prima, ma abbastanza, tanto da fare entrare 40 mila dollari al giorno, non certo sufficiente da mandare avanti un paese che non produce. E non ci sono altre risorse? Siamo pieni di risorse rispondono in coro. Ma tutto è fermo. Uno dei capitani ha un’azienda agricola, mais e riso. Faranno la raccolta tra poco, ma è talmente poco che quelle riserve dureranno due mesi, fino a novembre, poi non ci sarà nulla. Il Venezuela può solo importare ma non hai soldi per farlo e nessuno fa credito, basta la Russia e i cinesi che si sono insinuati con un debito che il Venezuela ripaga con il petrolio ogni giorno probabilmente per sempre. Il governo però è appoggiato dai militari? No, il governo è mantenuto dalla corruzione che ormai è penetrata ovunque. I militari non dovrebbero parteggiare per nessuna parte politica ma essere solo dalla parte della Costituzione. Alcalà, oggi sarebbe possibile un colpo di Stato? Per fare un golpe bisogna avere un alto livello morale e una grande efficienza e questo oggi non c’è. Allora c’era una convinzione sconfinata. Bada bene, non sto discutendo su quale tipo di governo ci vorrebbe qui, uno capitalista o uno comunista sono la stessa cosa quando si radicalizzano. Quello che serve è solo un’amministrazione decente, senza ideologie, che protegge il popolo. Non si fanno più le rivoluzioni pensando di uccidere le persone, quello porta sempre alla dittatura, che è quella che abbiamo ora”. Chi viene dal Chavismo, chi ha creduto in questo progetto, oggi si sente tradito. Adesso sembra tutto calmo qui, ma questa è la quiete prima della tempesta, dice Alcalà, la soluzione la troverà la gente.

Sono Barbara Schiavulli da Caracas, Venezuela per Radio Bullets. A domani con il prossimo appuntamento di Covering Venezuela, una serie di reportage finanziati dagli amici e sostenitori di Radio Bullets, buon proseguimento di ascolto e di giornata.