Caracas. Giorno 12

Ho fatto qualcosa che un giornalista non dovrebbe fare. Quando si fa questo mestiere si va in giro, si ascoltano delle storie, si imprigionano dei momenti. Non bisognerebbe mai alterare la scena che ci circonda. Bisognerebbe, guardare, ascoltare, chiedere, poi scrivere e archiviare nella testa, sul computer e nel cuore e andare avanti. E’ così che si fa, perché non si può cambiare quello che succede, non si può intervenire, non si può scegliere uno rispetto all’altro. Il giornalista è una specie di sanguisuga che si nutre delle storie che altri gli confidano. E dalle sue parole cerca di tirare fuori il meglio possibile. A volte è utile, a volte no, a volte viene ascoltato, condiviso, diffuso, altre sono buchi nell’acqua.

Sono stata sempre ligia a questo pensiero, perché è così che deve essere. Se fai il medico curi, se fai il cuoco cucini, se fai l’autista guidi, se fai il giornalista scrivi. Poi arrivi in un paese che non è peggio di quelli che hai raccontato per tutta la vita. Un paese decadente ma non in macerie. Un paese crivellato dai proiettili della criminalità ma non bombardato, un paese poverissimo ma non in modo irreversibile. Un paese dove le soluzioni si vedono, ma nessuno vuole cedervi. Un paese dove la morte non è troppo complicata da fermare, eppure nessuno lo fa. Incontro Vanessa nel mio ultimo giorno a Caracas. Non avevo neanche tanta voglia di fare questa storia. Raccontare un’altra malattia, raccontare un’altra sofferenza, dopo 12 giorni che non faccio altro, non so quanto possa interessare ai nostri ascoltatori, ma mi lascio trascinare, il tempo c’è anche se ho ancora cinque storie da scrivere e montare per la radio e non sarei riuscita a farlo qui. Due politici, un’analista, una ragazza, un artista, un avvocato. Tutte persone che spiegano che cosa sta succedendo in Venezuela, con le loro parole, le loro idee, le spiegazioni e anche le loro rabbie.
Ma decido che c’è ancora abbastanza tempo per andare da Vanessa, sono due giorni che rimando. In fondo ha solo un anno più di me, è un insegnante e vive negli slums. Vive in una di quelle catapecchie dove vivono i più poveri tra i poveri, dove la criminalità è all’ordine del giorno. Dove spesso non c’è acqua o elettricità. Casette ammassate una sull’altra che la sera quando la città si spegne, fa sembrare la montagna un presepe, ci vivono migliaia di persone. Derelitti forse è la parola più giusta per descrivere, quelli che sarebbero poveri anche se il Venezuela fosse un paese ricco. Arriviamo nel barrio, c’è una specie di baretto dove gli uomini hanno la bocca attaccata alle loro bottiglie di birra, sono le 3 del pomeriggio. Il mio fixer chiama la donna, questa Vanessa che non so ancora chi sia, che dopo un attimo compare da una viuzza. Ci saluta come se ci conoscesse da sempre, sono così i venezuelani, estremamente affettuosi. Indossa una maglietta, un paio di pantaloni, la trovo molto carina, molto genuina, molto tipica, mi accompagna zoppicando attraverso un breve labirinto di viuzze e poi delle scalette, delle piante ai lati nei vasi, e una porta che si apre su una stanzetta. Una branda da un lato, un tavolo per mangiare, una piccola libreria, una credenza di poco valore, delle vecchie foto di famiglia, un divanetto a due posti e il passaggio verso un’altra stanza chiuso da una tenda.

Sulla branda c’è la signora Lucilla, che ha superato i 70 anni, ha un viso sincero, aperto, disponibile. Si tiene la pancia, cerca di alzarsi per salutarci, ma noi la fermiamo in coro. Va tutto bene, è tutto normale, un’altra storia che sto per raccontare, ma Vanessa è un fiume in piena e per 45 minuti mi rovescia addosso tutta la sua dannata storia. Sua madre ha un tumore ai linfonodi, ormai da anni. L’intestino è fuori dal suo corpo, lo trattiene solo la pelle che l’è stata cucina con punti per bambini perché non c’erano quelli per adulti e ogni tanto quando si muove saltano. Si solleva la maglia, si slega la fasciatura, ci mostra anche se noi le diciamo di non farlo. Il suo corpo è in piena ribellione, ma lei ci guarda come se fosse attraversata dalla dolcezza. Avrebbe bisogno di una guaina ma non riesce a comprarla. Come non riesce a comprare le medicine, come non riesce a comprare il cibo. Vanessa trascorre la sua vita a lavorare e a badare a lei. E se fosse solo questo, sarebbe già drammatico. Ma l’anno scorso a Vanessa è stata diagnosticata la leucemia. Ha deciso di non curarsi perché tutto quello che ha e non ha, lo usa per non perdere sua madre. E poi comunque non avrebbe i soldi per curarsi e la sua scelta l’ha fatta, se facesse i cicli di chemio, o meglio se potesse permettersi di farli, diventerebbe comunque troppo debole per prendersi cura della madre. Sono sole, il padre è morto, i parenti più lontani sono andati negli Stati Uniti e Vanessa trascorre le giornate, quando non lavora, ora ci sono le vacanze a scuola, a cercare medicine, a cercare di mettere insieme i soldi, a cercare qualcosa da mangiare per mettere insieme almeno un pasto al giorno se non per lei, almeno per la madre. Mi mostra quanto è dimagrita, ero grassa dice e ora guardami. Corre di qua e di là in quella piccola stanza per mostrarmi le medicine che ha. Servono un sacco di medicine ad entrambe. E in Venezuela nessuna di quelle che servono a loro si trovano. Al mercato nero, a volte sì e a volte no. E lei gira per ospedali, per cliniche, per i dispensari cubani istituiti da Chavez, colleziona no, e poi torna a casa. Lei stai prendendo una medicina scaduta da tre anni, la madre sta assumendo delle pastiglie che sono l’equivalente per i bambini. La morfina non si trova, gli antibiotici di diverso tipo, li conserva e gli ammucchia per quando Lucilla si dovrà ancora operare, avrebbe già dovuto ma costa troppo. Vanessa sorride quando parla perché vuole essere ospitale mentre mi mostra le analisi, le ricette, le immagini del glaucoma che le si sta formando. Mi parla della fame, che sogna un melone, e mentre come un’ebete le tengo il microfono rivolto verso la bocca, mi chiedo come possa una persona gentile e carina come lei, desiderare solo un melone. Un melone, uno stupido melone. Che non può permettersi. Quanto diavolo costerà un melone in questo posto?

Al di là della tenda, una cucina povera ma ordinata come tutto il resto. Mi mostra le riparazioni al rubinetto che ha fatto perché non trova una gommina, il frigo arrugginito, mi apre gli scaffali, le ante, come se io stessi perquisendo la casa. C’è solo un vecchio pacco di pasta e vecchie medicine dappertutto. Lei parla e io penso al melone. Lei mi rovescia la sua vita di lotta e resistenza e io penso solo al melone. Mi chiedo perché uno stupido melone mi travolge più di tutta questa terribile e disastrosa storia. E poi capisco.

Perché è inaccettabile. Perché è inaccettabile che una donna di 70 anni prenda una pensione di 3 euro al mese. Perché è inaccettabile che un’insegnante prenda sette euro al mese. Che insieme fanno 10, quando un pacco di pasta costa 20 centesimi e un litro di latte, ne costa 50. E la guaina per mamma al mercato nero costa 200 euro. Ma la cosa più inaccettabile di tutte sono le pontificazioni politiche che ho ascoltato, letto, scritto da quando ho deciso di venire qui. Da una parte e dall’altra, da quelli pro presidente Maduro, proChavez, e quelli contro. Vanessa e Lucilla che hanno nomi da principesse di una fiaba, sono bombe su qualsiasi discorso politico. Sono esattamente il confine oltre al quale la politica non ha più scuse. Quelle donne non solo meritano una vita dignitosa, perché trasudano dignità, ma meritano giustizia. Perché sono solo quell’uno fra migliaia nelle stesse condizioni, sono il simbolo del fallimento del Venezuela, quel Venezuela, che affonda nella corruzione, nel petrolio, quel Venezuela che le persone giuste le fa arricchire, dove i ladri girano con i macchinoni e vanno al ristorante. Vanessa ha ancora la forza di opporsi, è una di quelle che manifesta nonostante tutto, la cui casa è stata segnata, come una volta facevano con gli ebrei, sul muro, i collectivos di Maduro la identificano come una dissidente. Ma a lei non importa, che possono farle? Ucciderla? Sta già morendo. La stanno già uccidendo. E così tutte le persone che abbiamo incontrato in questo paese. Sono tutti malati terminali di un cancro che si chiama politica.

“Informa tutti, di che siamo stanchi, dì quello che vedi in Venezuela, sei i nostri occhi. Grazie, grazie di essere qui”. Vanessa e la madre continuano a ringraziarmi di essere qui ad ascoltare la loro storia. Perché così forse qualcosa cambierà, forse il mondo sentirà la disperazione dai venezuelani. Io un po’ mi vergogno, non le dico che la mia voce è debole come la sua, che la sua storia non diventerà virale, e che l’italia non sarà informata neanche se io sono qui. Posso solo raccontarla questa storia e condividerla con i nostri ascoltatori. Prometto che lo avrei fatto, che cercherò tutte le parole migliori che conosco, glielo prometto. Ci abbracciamo tutti commossi, e usciamo dal quel covo di disgrazie dopo averle detto che anche lei deve curarsi, che non può aiutare sua madre se non aiuta se stessa. E lei ci ha guardato con un sorriso di chi sa di essere già morta. Saliamo sulla macchina, io sono seduta dietro, Mauricio guida, e Manuel che ha tradotto per tutto il tempo ed è un po’ scosso, si volta verso di me, e mi chiede. “Adesso cosa vuoi fare?”. So che mi sta chiedendo se voglio andare a prendere un tè prima di un’altra intervista ad un famoso avvocato che segue casi di ragazzi arrestati durante le proteste. Guardo Manuel e faccio quello che un giornalista non dovrebbe fare. “Voglio andare in un supermercato”. Continua a fissarmi con aria interrogativa e lui che lavora con tutti i giornali più importante americani, francesi, inglesi, mi dice “Non è etico per un giornalista, gli altri non fanno questo, non puoi intervenire, si scrive la storia e basta, non devi farti coinvolgere”. Non devo farmi coinvolgere? Ogni parola che scrivo mi coinvolge, non saprei scrivere se non sentissi le parole esplodermi da dentro. Non mi importa nulla di essere etica o professionale, andiamo al supermercato. Sorridono e annuiscono, era quello che volevano sentirsi dire, era quello che volevamo fare tutti e tre. Andiamo in un supermercato e riempiamo letteralmente il carrello. Pane, pasta, latte, biscotti, sale, carne, scatolame patate e sopra a tutto il melone. Un gran bel melone. Abbiamo mille sacchetti, ci riprecipitiamo nel barrio, ci presentiamo a casa di Vanessa e le due donne piangono, ridono e saltano di gioia, beh Lucilla resta sdraiata e Vanessa alza le mani al cielo, ma è come se danzassero. Riempiamo il tavolo di sacchetti, è Natale ad agosto a Caracas. Ci abbracciano, ci baciano, sono entrambe sotto shock e noi siamo tutti travolti dalla loro incontenibile gioia. Abbiamo speso 20 dollari per tutta quella roba. E lo sappiamo che è solo una goccia nel mare, lo sappiamo che tra una settimana sarà ancora alla ricerca di cibo. Ma ieri sera Vanessa e Lucilla hanno mangiato il melone e se questo fa di me una cattiva giornalista che ha contravvenuto le regole di una professione che invece di mandarmi qui, mi ha costretto a chiedere aiuto ai nostri amici e ascoltatori. Sì, sono una pessima giornalista, lo siamo tutti a Radio Bullets, perché interferiamo con la realtà, la viviamo, la raccontiamo e proviamo a cambiarla, frantumiamo il silenzio anche se solo per una sera e solo per due persone.

Io sono Barbara Schiavulli buon proseguimento di ascolto e di giornata e da Caracas, Venezuela passo e chiudo.