23 gennaio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Gennaio 23, 2026

  • Sudan e Sud Sudan, le città che rischiano di tornare campi di battaglia
  • Le città africane tra le più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici
  • A Zanzibar nasce Dunia, la città digitale
  • Street food africano, storia urbana di necessità e creatività

Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini

 

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino scriveva così, in un passo notissimo de Le Città Invisibili.

Ed è dagli inferni delle città che iniziamo oggi. Quelli che fingiamo di non vedere, soprattutto da qui. Dalle città assediate dalla guerra e dalla violenza, dal Sudan e dal Sud Sudan, e da quelle ferite dal cambiamento climatico, andremo a Zanzibar, dove una città sta per nascere, città fisica e virtuale: sarà inferno distopico o futuro immaginifico? Con questa domanda in testa andremo a cercare e raccontare cosa in mezzo all’inferno non è inferno, a Kinshasa, che vuole salvare un mercato, e lungo le strade di quelle città dove il cibo è un patrimonio di gioia. E ci saluteremo con la voce di un artista sudsudanese, Emmanuel Jal, perché il suo futuro sognato è futuro di latte e di abbondanza.

Oggi, 23 gennaio 2026.

Sudan e Sud Sudan

El-Obeid è la capitale del Kordofan settentrionale, una città strategica, cruciale per controllare il centro del Sudan. È il nuovo fronte nella guerra senza fine che si combatte dalla primavera del 2023 e che è diventata la più grande emergenza umanitaria del pianeta.

El-Obeid trema. I paramilitari della Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, in guerra contro l’esercito sudanese guidato dall’ex alleato, il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, la minacciano d’assedio, come è già accaduto in passato e come è stato per El Fasher, capitale del Darfur settentrionale. Se dovesse cadere, di nuovo tremerebbe anche Khartoum.

Un’altra guerra, ancora più a meridione, nel Sud Sudan. Ancora una volta per lo scontro di potere tra due uomini, il presidente Salva Kiir e il suo vice, Riek Machar. Ancora una città sotto minaccia d’assedio.

Due guerre, nate da due fallimenti: quello della transizione democratica dopo la cacciata del dittatore Omar al-Bashir, in Sudan; e quello della pace, accordo firmato nel 2018, dopo la guerra civile che ha devastato il più giovane Paese del mondo, il Sud Sudan. Due guerre, dove si gioca però una partita molto più grande di un conflitto locale.

In Sudan, i segni di un possibile assedio sembrano chiarissimi: attacchi di droni che si sono intensificati, immagini satellitari mostrano la costruzione di terrapieni difensivi. I paramilitari, nel momento in cui scriviamo, sono fermi alle porte della città. La vita, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, a El-Obeid continua, “nonostante la minaccia incombente”.

Reuters ha raccolto le voci dei residenti che da mesi vivono nel terrore. L’episodio peggiore quando un drone ha colpito i partecipanti a un funerale nel villaggio di al-Luweib, uccidendo 65 persone, donne e bambini, come sempre. Corpi finiti in una fossa comune.

Secondo il Laboratorio di Ricerca Umanitaria dell’Università di Yale, le immagini satellitari mostrano, lungo le vie di uscita della città, nuovi argini e terrapieni, “fortificazioni erette dai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) e che ricordano molto chiaramente quelle attorno a El-Fasher, nel Darfur, che impedirono o rallentarono la fuga di migliaia di persone quando la città cadde nelle mani delle RSF lo scorso ottobre. L’aspetto di queste fortificazioni attorno a El-Obeid è coerente con i preparativi per una guerra d’assedio”, scrive Radio France Internationale. “Oggi, a parte un’unica via di rifornimento, la città è interamente circondata da paramilitari in un raggio di 40-50 chilometri”, aggiunge RFI.

Vogliono marciare su Juba, la capitale del Sud Sudan, invece, le forze di opposizione al presidente Salva Kiir, l’Esercito di liberazione del popolo sudanese all’opposizione, l’SPLA-IO, dopo aver catturato la città strategica di Pjut.

“Muoversi verso Juba da tutte le direzioni del Sud Sudan e rimuovere il regime anti-pace di Juba”, è l’appello lanciato da Wisley Welebe Samson, il vice capo di Stato Maggiore dell’SPLA-IO. Un appello che “ha segnalato un’escalation nella retorica e nelle ambizioni dell’SPLA-IO dopo mesi di intensi scontri in tutto il Paese che, secondo le Nazioni Unite, si stanno verificando su una scala mai vista dal 2017”, scrive Reuters.

“Bol Deng Bol, un attivista della società civile di Jonglei, ha affermato che i combattimenti della scorsa settimana hanno costretto molte persone a fuggire dalle proprie case, molte delle quali in paludi inabitabili”, aggiunge Reuters.

Due guerre dove le città sono o rischiano di tornare cuore del conflitto armato.

Nell’Africa dove l’urbanizzazione è la più veloce del mondo, le città stanno diventando sempre più vulnerabili, sempre più obiettivi strategici. Se i conflitti armati in Africa si combattono ancora prevalentemente in aree rurali – il 74 percento degli eventi violenti, contro il 26 percento, secondo l’Africa Center for Strategic Studies – “nel 2024, 587 delle 4.930 città africane hanno subito vittime legate alla violenza armata organizzata. Questa cifra è in aumento negli ultimi anni, a indicare che le aree urbane africane stanno progressivamente diventando un bersaglio delle guerre civili o delle insurrezioni radicate nel continente”, si legge in un’analisi dell’Africa Center. E proprio il Sudan, secondo i ricercatori, “potrebbe essere un precursore di questo modello emergente”.

Città e clima

Se è vero che Dio fa piovere ugualmente sui “buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti”, e che il cambiamento climatico non risparmia nessuno, è vero che noi, a differenza di quanto i testi sacri dicono del Creatore, facciamo in modo che il peso più grande lo porti solo una parte di mondo. L’Africa, in particolare; le sue città soprattutto.

“Le città africane sono quelle che subiscono maggiormente gli impatti climatici e devono agire rapidamente e strategicamente per rafforzare la resilienza della popolazione e dei centri economici”, spiega una recente analisi dell’Institute for Security Studies, firmata dalla ricercatrice Aimée-Noël Mbiyozo.

Secondo i dati riportati dall’ISS, che è un importante centro studi sudafricano, la maggior parte delle città africane, l’83%, è classificata a “rischio estremo” per la vulnerabilità ai cambiamenti climatici: ondate di calore, siccità, mareggiate, alluvioni. “Oltre agli impatti futuri, le città africane stanno già sperimentando gli impatti dei sistemi climatici in cambiamento e gli impatti associati su vari elementi della vita urbana, che spaziano dalle ecologie urbane, infrastrutture, nuclei familiari, imprese e flussi di risorse”, scriveva a febbraio dello scorso anno il Consorzio di ricerca sulle città africane, che ha realizzato uno studio in 12 città  in cui si evidenzia come a pagare il prezzo più alto siano le comunità più vulnerabili. Una reazione a catena, che spinge nella miseria, nella spirale della violenza e dell’insicurezza alimentare chi è già ultimo tra gli ultimi.

Nelle città africane sovraffollate, che crescono veloci – a un tasso del 3,5 percento e che si prevede raddoppieranno gli abitanti entro il 2030 – più della metà della popolazione – oltre 265 milioni di persone nell’Africa subsahariana – vive in insediamenti informali.

“La natura non pianificata degli insediamenti informali ne accresce la vulnerabilità: strutture inadeguate spesso situate su terreni indesiderati e non destinati a uso residenziale. La vulnerabilità è aggravata dalla povertà, dal sovraffollamento e dalla carenza di infrastrutture e servizi. Gli shock climatici spingono le persone ancora più in povertà e favoriscono strategie di adattamento negative, come la vendita di beni, la riduzione del cibo, il degrado delle risorse ambientali, l’espulsione dei bambini dalla scuola o il trasloco”, spiega Mbiyozo. “Le città africane devono reagire”, aggiunge.

E devono farcela da sole, non aspettare più la solidarietà internazionale, di chi invece contribuisce di più al cambiamento climatico. Il mondo meno vulnerabile, è quello che volta le spalle. Gli Stati Uniti si sono ritirati dagli Accordi di Parigi, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, a cui contribuivano con circa il 20 percento delle risorse; e anche il resto del mondo sta spostando le sue risorse dallo sviluppo alla difesa. Soldi per le armi, invece di soldi per proteggere l’ambiente e dunque tutti noi.

 Zanizibar

Settantuno chilometri quadrati di vegetazione selvaggia dell’isola di Zanzibar diventeranno una città digitale, città tecnologica e sovrana, Zona Franca per cittadini di uno Stato senza Stato, 100% automatizzata e soprattutto con un regime fiscale super agevolato.

Si chiamerà Dunia, Dunia Cyber City, e sarà ‘governata’ da una società, OurWorld – anche se nasce con la collaborazione del Governo di Zanzibar – con una forma di governo ancora allo studio.

Il progetto è stato immaginato da Florian Fournier, ex direttore marketing di Apple. Nascerà nella penisola di Fumba, mare da sogno, ma terra dall’ambiente fragilissimo, abitato da neanche un migliaio di persone che vivono per lo più di agricoltura.

Dunia è stata pensata per attrarre aziende e lavoratori nel settore tecnologico e delle criptovalute. Ci potranno vivere da 5000 a 7000 persone, ma molti di più saranno di suoi cittadini, nomadi digitali che potranno avere qui la loro residenza, cittadini virtuali, e-resident. I residenti remoti pagheranno il 5% di tasse, il 15% per i residenti fisici; zero, invece, le aziende per i primi dieci anni, tasse che andranno al governo di Zanzibar.

“Vogliono che diventi uno “stato di rete”, termine coniato dall’imprenditore di criptovalute Balaji Srinivasan, che descrive approssimativamente una comunità ideologicamente allineata che si unisce per formare il proprio stato”, scrive Claire Reid su Supercar Blondie. Dunia in Africa dovrebbe diventare come Singapore per il Sud-est asiatico, ma forse qualcosa di più: una comunità di persone unite da una visione comune del mondo, dove ogni acquisto e transazione avverrà nel mercato delle criptovalute.

“L’iniziativa di Zanzibar volta a costruire una “città cibernetica” fa parte di un più ampio sforzo basato sulla tecnologia per creare governi alternativi”, scrive Gian Volpicelli su Bloomberg. “È un luogo in cui le persone che si muovono tra diversi regimi fiscali troverebbero un posto dove rivendicare la residenza e trovare una convergenza nella loro adozione di una “sovranità tecnologica”, aggiunge Volpicelli.

Stato di rete, tecnotopia, idea che è nata dalla visione di Srinivasan, l’imprenditore che “ha pubblicamente chiesto a una “tribù grigia” di imprenditori e innovatori di prendere il controllo di San Francisco da una “tribù blu” liberale, in parte alleandosi con la polizia locale”, scrive ancora Bloomberg. Una visione da cui sono nati molti, diversi progetti, che vanno dalle zone franche reali e stati completamente virtuali.

Se i ricavi delle vendite immobiliari di Dunia dovrebbero andare a finanziare startup locali, l’impatto sul territorio e sulle società di quello che African Leadership Magazine definisce un “esperimento radicale di sovranità digitale e diversificazione economica”, lascia aperte molte domande. “Vita comunitaria o strategia geopolitica?”, si domanda Bloomberg. Il rischio, conclude African Leadership Magazine, è che Dunia possa diventare un’enclave socialmente disconnessa.

Kinshasa, Repubblica democratica del Congo

Lo chiamano semplicemente “Zando”, che in lingala significa “mercato”, ma che a Kinshasa è “il” mercato, il mercato centrale, inaugurato nel 1944 sotto il dominio belga. Quando ha chiuso, nel 2021, accoglieva un milione di persone. Ora è pronto a riaprire, dopo i lavori di ristrutturazione durati cinque anni.

“Abbiamo costruito un mercato pensando alla gente del posto, in particolare alle nostre madri e sorelle. Abbiamo mantenuto il concetto del vecchio mercato, ma lo abbiamo ampliato, rendendolo più funzionale”, ha detto a The Guardian Dieudonné Bakarani, l’imprenditore che sta riqualificando lo storico mercato, ma che ha iniziato proprio lì, su quei banchi, con un banco di verdure.

Sovraffollato, pericoloso, senza sufficienti servizi igienici, caldissimo, pieno di rifiuti, questo era Zando, che adesso è una struttura leggera, di mattoni forati prodotti localmente, coperta e ventilata e che Bakarani immagina possa diventare modello per progetti simili in tutto il continente e mostrare il suo Paese sotto una luce diversa, non solo guerra, non solo morte.

“Distribuito su 92.000 metri quadrati (23 acri), il nuovo mercato ospiterà 10.000 bancarelle, 630 negozi, 40 celle frigorifere, 272 servizi igienici e 22 unità bancarie. Sono presenti due aree di ristorazione, una stazione dei pompieri, telecamere a circuito chiuso, Wi-Fi ad alta velocità e schermi TV per la pubblicità”, scrive The Guardian.

Una bancarella costerà 420 dollari, 60 in affitto, quando prima erano solo 10, riportava il congolese Actualité. “Nonostante la gioia espressa da molti negozianti all’idea di trasferirsi in un edificio nuovo di zecca, molti faticano ad accettare i prezzi richiesti. Questo sentimento condiviso oscilla tra orgoglio nazionale e frustrazione economica”, scrive Haradie Moza, che in estate ha raccolto le voci della gente di Kinshasa e dei venditori del mercato. “È una rapina”, ha detto una commerciante di cosmetici. “L’edificio è magnifico, è vero, ma non è normale pretendere così tanto”, ha ribadito un altro negoziante. L’entusiasmo è grande, ma grande è anche la paura dell’immpatto sulla vita quaotidana dei commercianti come pure che tanta bellezza duri nel tempo, che non svanisca presto per assenza di manutenzione.

Cibo di strada, cibo di città

Si chiama Rolex, ma non è un orologio. È pane sottile, il chapati, che avvolge uova fritte e verdure speziate. In Uganda non è soltanto cibo, ma un simbolo. Sembra sia nato tutto per via della ferrovia, che gli inglesi costruirono per collegare il protettorato interno alle coste del Kenya, a Mombasa. Così come per via della ferrovia, al contrario, Mombasa, sulla costa,  divenne una capitale del cibo di strada.

Pane di origine asiatica, il chapati, come di origine asiatica sono tanti abitanti di Busoga, nell’Uganda settentrionale, che si dice essere stata la patria del Rolex. Sono arrivati con il treno, dalla costa.

Questione di incontri e mescolanze, di profumi e sapori che parlano di un mondo cosmopolita, come quello che vive e si evolve dall’altra parte del continente, nella vibrante scena culinaria di Dakar, in Senegal. Ma ci sono ancora tradizioni inscalfibili a nutrire Addis Abeba, Lagos o Marrakesh. Sono le città africane il regno dello street food.

Un’esigenza nata con lo sviluppo dei grandi centri urbani, prima ancora che una cultura gastronomica. Sono pasti pratici ed economici, che si prestano a mille variazioni ed interpretazioni, come a mille narrazioni.

Di Mombasa, paradigma della storia di molte città, ormai megalopoli, e del loro cibo, racconta Devin Smart, accademico dell’Università di Harvard, in un libro, Preparing the Modern Meal.

“Negli anni ’30, Mombasa vantava una classe operaia in rapida crescita. La maggior parte dei lavoratori della città trascorreva le giornate nel distretto industriale, nei pressi della ferrovia e del porto. Molti dovevano anche percorrere distanze considerevoli per recarsi al lavoro. Con le lunghe giornate lavorative del capitalismo urbano, tornare a casa per un pranzo sostanzioso non era pratico, il che creò una forte domanda di cibo pronto a prezzi accessibili a mezzogiorno. Mentre ciò accadeva, molti in città faticavano anche a trovare un lavoro stabile e si dedicavano a lavori informali come il cibo di strada per guadagnarsi da vivere. Questa convergenza tra domanda e offerta portò alla rapida crescita dell’industria del cibo di strada intorno agli anni ’50, con la gente che aprì ristoranti in strutture improvvisate fuori dai cancelli del porto e nei vicoli, nei parchi e in altri spazi aperti adiacenti”, scrive Smart su The Conversation Africa.

Anche qui, chapati, una versione dell’Africa orientale del pane piatto del sud-asiatico, con fagioli, carne o pesce fritto, insieme al githeri, chicchi di mais e fagioli, e poi l’ugali, farina di mais, e le versioni swahili di piatti indiani come il pilau o il biryani, ricette a base di riso e carne.

Cibo di strada, che da necessità è stato reiventato, reimmaginato. In Senegal, a Dakar, si chiama “jay taabal” in wolof, ed è ormai uno stile di vita. “Dagli snack per bambini ai pasti serali per i festaioli che escono dalle discoteche, i venditori ambulanti offrono un’ampia varietà di piatti. La tendenza si è accelerata nell’ultimo decennio. Circa vent’anni fa, mangiare per strada era riservato ai bambini e ai braccianti”, spiega il geografo Malick Mboup, che studia i modelli di consumo alimentare”, come si legge su Le Monde.

Dal pane al tonno, alle frittelle di miglio, agli spiedini di carne, lo street food impiega tra le 120.000 e le 180.000 persone nel Paese, la stragrande maggioranza nel settore informale, secondo al testata francese. Ed è un’offerta, racconta Le Monde, che si sta evolvendo rapidamente, mescolando influenze da tutto il mondo, dagli hamburger alle preparazioni dei food truck che offrono i tipici dolci puff puff di pasta fritta, ma rivisitati.

E per chi volesse farsi ispirare dalle tradizioni dello street food africano, una piccola guida, dal Marrakesh fino al Sudafrica, è quella pubblicata su sito sudafricano Getaway, di cui trovate il link nel testo. C’è di tutto, dal platano fritto alle lumache.

Invito all’ascolto, Chaak di Emmanuel Jal e Bun Xapa

 Chaak, ‘latte’. “Fare il bagno nel latte” significa essere ricchi, non solo pieni di denaro, ma ricchi nel corpo e nello spirito. È questo che sogna per il suo Paese, il Sud Sudan, Emmanuel Jal, ex bambino soldato. Chaak è il sogno che canta Emmanuel con un brano afro-house nato in collaborazione con il produttore e DJ sudafricano Bun Xapa. Racconta su Afropop, Emmanuel: “Una delle cantanti è una giovane donna di nome Princess Nyadollar. Era in un campo profughi. È un’attivista. E le ho detto di venire in studio a cantare con noi. Lei ha detto: “Non mi piace cantare”. Così l’abbiamo portata e le ho detto: “Guarda, ti mostrerò come scoprire te stessa”. E da allora canta”. Cantano, tutti, di un futuro sognato in un Paese che rischia, invece, di sprofondare, di nuovo, nella guerra civile.

Il video qui: https://www.youtube.com/watch?v=lyi2uD209IE

 

Foto di copertina: Zoë Reeve su Unsplash

Musica: King David – Pond5

Ti potrebbe interessare anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici

 

 

 

 

 


Opinioni dei Lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi con * sono obbligatori



[There are no radio stations in the database]