30 novembre 2023 – Notiziario Africa

Scritto da in data Novembre 30, 2023

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  • Niger: termina la cooperazione con l’UE sulla migrazione
  • Cambiamento climatico: 27 milioni di bambini soffrono la fame per eventi climatici estremi
  • Sierra Leone: in prigione alcuni dei leader del fallito colpo di stato

Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets, a cura di Giunio Santini. 

Niger

Il governo militare del Niger ha annunciato di aver abrogato la legge sulla migrazione, che dal 2015 aveva reso illegale il trasporto di migranti dal nord del Niger verso la Libia.

La legge del 2015, promulgata dal governo nigerino di Bazoum in collaborazione con l’Unione Europea, mirava a fermare circa 4.000 migranti irregolari a settimana, dando alle forze di sicurezza e i tribunali il diritto a perseguire i contrabbandieri, che rischiavano fino a cinque anni di carcere in caso di condanna.

La regione nigerina di Agadez è una porta d’accesso dall’Africa occidentale al Sahara ed è sempre stata un crocevia importante per gli africani che tentano di raggiungere l’Europa attraverso la Libia e il Mediterraneo. Negli anni, la popolarità della rotta e il passaggio di migliaia di persone avevano di fatto reso Agadez un enorme hub migratorio, con implicazioni altamente redditizie anche per i trafficanti di esseri umani.

La legge era stata fin dal primo momento al centro di numerose polemiche, perché non diretta alle cause profonde delle migrazioni e percepita come prova dell’ingerenza occidentale negli affari dello stato nigerino. La sua approvazione era stata anche inclusa tra le clausole del Trust Fund for Africa, un piano di aiuti di oltre 1 miliardo diretto al governo nigerino, che da molti era stato definito come “corruzione istituzionale” nei confronti di uno dei paesi più poveri al mondo.

I sostenitori della legge hanno a lungo insistito sulle cifre degli arresti permessi dalla stessa, con 876 condanne inflitte a trafficanti di esseri umani. Gli esperti affermano che questo però ha permesso ad altre criticità di presentarsi, tra cui la scelta di rotte più pericolose, con un aumento delle vittime tra le persone migranti.

Sulla questione, il commento di Angela D’Ambrosio, cooperante italiana negli ultimi due anni in Niger per gestire progetti in ambito migrazione.

 

Sierra Leone

Sono stati arrestati in Sierra Leone 13 ufficiali dell’esercito e un civile, accusati di aver avuto un ruolo nell’organizzazione del tentato colpo di stato del 26 novembre.

Domenica decine di uomini armati avevano occupato diverse strade della capitale Freetown, attaccando basi dell’esercito e diverse prigioni, oltre ad aver tentato di saccheggiare l’armeria statale. Il bilancio delle violenze era salito a più di venti persone uccise, con l’evasione di circa 2000 detenuti, di cui solo una minima parte è stata ricondotta in carcere.

In un primo momento non erano chiare le motivazioni dell’attacco e solo lunedì le autorità della Sierra Leone hanno reso noto di aver aperto un’indagine per tentato colpo di stato, invitando la popolazione a fornire le informazioni necessarie alla cattura dei responsabili. Sebbene ad oggi la calma sia stata in gran parte ripristinata a Freetown, si sentono ancora colpi di arma da fuoco in città. A questo proposito, la polizia ha dichiarato che si tratta di operazioni finalizzate all’arresto dei militari golpisti.

Preoccupata la reazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, che si trova ora a fronteggiare una nuova crisi politica interna a uno degli Stati membri. Il Presidente della Commissione dell’ECOWAS, Alieu Touray ha ribadito la disponibilità dell’organizzazione a sostenere il presidente Maada Bio, anche attraverso il dispiegamento di un contingente militare regionale. Cresce quindi la preoccupazione per la stabilità della regione, teatro di recenti colpi di stato che hanno portato giunte militari al potere, tra gli altri, in Guinea, il Mali, il Niger e il Ciad.

La tensione resta alta in Sierra Leone, che solo a luglio era stato riconosciuto dal Global Peace Index come “paese più pacifico” dell’Africa occidentale e che oggi si trova a fronteggiare un’inattesa minaccia alla propria stabilità.

 

Burkina Faso 

La città di Djibo, nel nord del Burkina Faso, è stata attaccata questa domenica dal gruppo terrorista affiliato ad Al-Qaeda, il Fronte d’Appoggio all’Islam e ai musulmani (JNIM), che ha tentato di prenderne il controllo. Dalle prime stime, risulta che circa 3000 terroristi siano arrivati alle porte della città domenica mattina, prendendo di mira le basi militari dell’esercito burkinabé. Le forze regolari dell’esercito sono riuscite a rispondere all’attacco, costringendo i ribelli alla ritirata verso le zone al confine con il Mali.

Il bilancio degli scontri è di almeno 40 civili uccisi e altrettanti feriti, come fa sapere l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani che si è dichiarato “inorridito” dalle violenze. Circa 400 i terroristi uccisi nei combattimenti, mentre il governo non ha fornito cifre sulle vittime militari.

La città presa d’attacco era già stata teatro di un assedio da parte dei jihadisti durato diversi mesi, in cui i rifornimenti destinati alla popolazione civile venivano regolarmente saccheggiati. Dal 2015, il Burkina Faso è coinvolto in una spirale di violenza jihadista, come i vicini Mali e Niger. In otto anni sono stati uccisi più di 17.000 civili e soldati, di cui più di 6.000 dall’inizio del 2023, secondo ACLED, che registra le vittime dei conflitti in tutto il mondo. Le violenze hanno causato anche lo sfollamento interno di oltre due milioni di persone.

 

Kenya

L’ufficio del procuratore della Corte penale internazionale ha annunciato lunedì la chiusura delle indagini per crimini contro l’umanità in occasione delle violenze scoppiate in Kenya dopo le elezioni presidenziali del 2007. Tutte le accuse contro i sospetti sono state ritirate, archiviate o respinte dai giudici preprocessuali.

L’indagine, avviata nel 2010, ha portato all’incriminazione di sei sospetti, tra cui l’attuale presidente del Kenya William Ruto, all’epoca dei fatti vicepresidente, senza però produrre nessuna condanna. L’impossibilità di emettere sentenze, secondo molti analisti, è stata dovuta principalmente alle intimidazioni subite dai testimoni e alle interferenze politiche sul caso.

Tra gli accusati figurava anche l’allora presidente Uhuru Kenyatta, oltre ad alcune figure di spicco del partito di potere. Il procedimento, il primo in cui la decisione di avviare un’indagine è stata presa direttamente dal procuratore della Corte senza inviti formali, resta aperto per le accuse di interferenza nella giustizia, nei confronti di tre cittadini kenyoti. Uno di questi sospetti è morto e altri due sono ancora in libertà ma potrebbero comunque essere processati dalla CPI se catturati e estradati all’Aia.

Le violenze post-elettorali del 2007 hanno causato più di 1.000 morti e costretto 600.000 persone ad abbandonare le loro case in Kenya.

 

Marocco

Un cittadino marocchino è stato a condannato a tre anni di reclusione per dei commenti espressi nei suoi post su Facebook. Saïd Boukioud, questo il suo nome, aveva postato nel 2020 diversi commenti nei quali criticava la normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele, promossa dal Re Mohammed VI.

Condannato in primo grado a cinque anni, ridotti a tre in appello, Boukioud ha rivendicato il proprio diritto di attirare l’attenzione sugli effetti negativi che la normalizzazione delle relazioni poteva avere sulla causa palestinese. Ha ritenuto la nuova sentenza “eccessiva” e ha dichiarato di voler presentare ricorso in Cassazione.

Ad agosto l’Associazione marocchina per i diritti umani aveva reso noto di aver individuato, in due anni, “decine di procedimenti giudiziari” in seguito a pubblicazioni che criticavano le autorità sui social network. Un fenomeno che si è intensificato nelle ultime settimane, con le numerose dimostrazioni di solidarietà nei confronti della causa palestinese giunte dalla società civile marocchina, in disaccordo con la posizione della monarchia.

Cambiamento climatico

In occasione dell’apertura dei lavori della COP28, Save the Children lancia l’allarme presentando uno studio secondo cui 27 milioni di bambini soffrono la fame a causa di eventi climatici estremi, e circa la metà di essi risiede in Etiopia e Somalia.

Basandosi sui dati dell’Integrated Food Security Phase Classification, che identifica 12 paesi colpiti da forte insicurezza alimentare dovuta ad elementi climatici, l’ONG inglese ha riferito che le cifre di queste emergenze sono in continuo aumento, con +135% di persone colpite rispetto al 2021.

Save the Children ha lanciato un appello alla COP28 chiedendo di agire contro il cambiamento climatico, in particolare riconoscendo i bambini come “attori chiave del cambiamento”, ma anche di intervenire contro le altre cause di insicurezza alimentare, come la prevenzione dei conflitti o il rafforzamento dei sistemi sanitari.

In Somalia, osserva l’ONG, le recenti piogge torrenziali accompagnate da gravi inondazioni hanno spinto 650.000 persone ad abbandonare le proprie case, di cui circa la metà bambini.

 

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