Afghanistan: pace o solo un intervallo tra un conflitto e un altro?

Scritto da in data Marzo 3, 2020

Bibi non riesce proprio a festeggiare la firma dell’accordo di pace tra americani e talebani. A Kabul quasi nessuno ha festeggiato, non si è vista la gente scendere in piazza, non si sono viste pecore sacrificate per l’occasione, non ci sono state feste o celebrazioni. Nella capitale e nelle grandi città è come se l’atmosfera fosse congelata in attesa di sapere cosa potrebbe accadere.

Bibi è una donna, ha studiato, e non si è ancora sposata. Ha accesso ai social, fa sport e ama guardare i film di avventura, sogna di andare a Parigi, di visitare il mondo e vuole un lavoro che le consenta di farlo. Per questo non voleva il ritorno, o lo sdoganamento dei talebani. Per ogni donna in Afghanistan che ha dei sogni diversi da quelli di avere un marito e dei figli, i talebani restano il nemico numero 1, sono quelli che alla fine degli anni ’90 quando governavano il paese degli aquiloni (che non erano permessi) murarono le donne nelle case, le soffocarono sotto i burqa, le frustavano se uscivano da sole. Impedirono loro l’accesso alla cultura, alla sanità, le costrinsero a chiedere le elemosina se non avevano un tutore maschile (marito, padre, fratello) che badasse a loro.

Signore dell’etnia azara / Barbara Schiavulli

Le donne a Kabul non dimenticano e la paura le attraversa come una scossa elettrica. Bibi e le sue amiche, da anni non indossano il burqa, girano con i loro veli colorati, i volti scoperti accarezzati dalla brezza delle montagne intorno. Girano sempre con discrezione e cautela, perché sanno che la violenza degli uomini che credono che le donne siano di loro proprietà, è sempre in agguato, eppure cercano di fare il più possibile. Trasudano coraggio e ora, si sentono precipitare in un burrone, perché la paura le inchioda, le paralizza, le fa quasi pensare di tornare sotto il burqa dove nessuno le vede muoversi, le protegge dagli sguardi dei talebani che potrebbero tornare.

In altre parti del paese invece si è festeggiato, a Jalalabad per esempio, nel sud verso il confine con il Pakistan, una città verde con le fabbriche di mattoni, i contadini non desideravano altro che una riduzione della violenza. Non ne potevano più degli scontri tra le truppe afgane e i talebani.

Le fabbriche di mattoni a Jalabad/ Barbara Schiavulli

Ma si sono sbagliati se pensavano che la pace segnasse la fine della violenza, segna solo la fine della guerra tra americani e talebani, non del conflitto afgano. E’ stato molto chiaro il portavoce dei talebani dicendo che come d’accordo, non attaccheranno le truppe della coalizione, ma resta guerra aperta con le forze di sicurezza afgane che loro non riconoscono e combattono. Il portavoce dei talabani Mujahid ha ricordato che l’accordo per la riduzione della violenza di 7 giorni è finito formalmente sabato (anche se poi è stata esteso di altri due giorni): “Mentre registriamo il fatto che la gente è felice della riduzione della violenza, e non vorremmo rovinare questa gioia, non significa che non riprenderemo le nostre normali attività militari al livello di prima”, ha detto, “potrebbe accadere in qualsiasi momento, tra un’ora, stasera, domani o il giorno dopo”.

I talebani riprendono a combattere contro le forze afgane

Avevano lasciato intendere di non avere intenzione di colpire i civili, forse per questo hanno smentito con forza l’attentato al campo di calcio a Khost lungo il confine con il Pakistan dove tre fratelli sono morti e 11 persone sono state ferite ieri. Non solo in un’altra provincia del nord talebani e militari afgani si sono confrontanti provocando la morte di un soldato e nella provincia di Maidan Wardaq, i talebani, quando ancora gli afgani si godevano la tregua “pre-firma accordo”, durata sette giorni, hanno rapito 55 persone e chiesto il riscatto dei loro uomini in mano al governo afgano.

Firma dell’accordo di pace talebani americani / Dipartimento di Stato Usa

I prigionieri sono uno dei nodi del problema dell’accordo firmato sabato scorso a Doha da talebani e dall’inviato americano Zalman Khalizad. L’accordo riguarda 4 obiettivi: il cessate delle ostilità, il taglio dei legami con le organizzazione terroristiche come Al Qaeda, un negoziato di pace intra-afgano e infine il ritiro delle truppe americane e della coalizione, con talebani che hanno detto forte e chiaro che l’ultimo punto era la loro priorità, motivo per il quale hanno respinto sin dall’inizio l’idea di una cessate al fuoco e un qualsiasi colloqui con il governo afgano, che descrivono come un regime fantoccio privo di legittimità.

Il problema dei prigionieri

Gli americani pensavano di convincere il presidente afgano Ghani a rilasciare 5000 detenuti talebani in cambio di 1000 prigionieri dei talebani prima dei colloqui talebani-afgani che dovrebbero cominciare il nove marzo prossimo, ma il presidente rieletto pochi giorni fa, con un margine bassissimo rispetto al rivale Abdullah Abdullah, ha detto di no. Lo scambio dei prigionieri è una condizione troppo importante per regalarla prima che i negoziati comincino. E ora sono i talebani a non essere tanto contenti. Hanno ribadito che non parteciperanno a colloqui con il governo afgano finché non si procederà al rilascio dei prigionieri. “Siamo pronti ai colloqui intra-afgani, ma aspettiamo il rilascio di 5 mila prigionieri”, ha detto Zabihullah Mujahid alla Reuters al telefono. “Se i nostri 5000 mila prigionieri, 100 più cento meno non importa, non saranno rilasciati non ci saranno negoziati intra-afgani”.

Dal canto suo il presidente Ghani, che è stato volutamente tenuto fuori da americani e talebani dall’accordo, ha detto che Trump non gli ha parato del rilascio dei prigionieri e che la questione dovrebbe essere parte di un completo accordo di pace. “Il governo afgano non ha preso alcun impegno a rilasciare 5000 prigionieri talebani prima di potenziali negoziati”, ha ribadito Sediq Seddiqi, portavoce di Ghani.
Sabato la dichiarazione congiunta americani afgani (presente il presidente Ghani, il segretario della Difesa americano Esper e il segretario generale della Nato) rilasciata a Kabul, mentre a Doha l’inviato americano e Taleb firmano l’accordo, diceva che il governo di Kabul avrebbe preso parte alle discussioni sulla “fattibilità del rilascio di un numero significativo di prigionieri da entrambe le parti”, ma non si fa menzione di numeri o di periodi di tempo specifici.

Talebani, Afghanistan

Il presidente Trump in vista delle elezioni americane aveva un unico obiettivo, non far vedere che nell’anno del voto, perdevano una guerra e nel momento in cui ha capito che la questione dei talebani non si sarebbe risolta velocemente e senza sangue, non gli restava che dimostrare agli americani che durante il suo mandato aveva riportato i soldati a casa, trascinandoli fuori da un pantano durato 19 anni, la guerra più lunga degli Stati Uniti, usando una strategia di uscita molto simile a quella usata in Vietnam negli anni 70.

Potrà succedere di tutto in Afghanistan, l’unica certezza è che nel giro di 135 giorni buona parte dei soldati americani se ne andranno (da 14 mila di stanza a 8600). E intanto mentre il Pentagono dice di non saperne nulla, il segretario di Stato americano, Mike Pompe domenica ha confermato che nell’accordo ci sono due allegati classificati (segreti), che l’opinione pubblica non conoscerà, ma può stare tranquilla perché sono “segreti pienamente trasparenti”, che il Congresso americano avrà la possibilità di vedere.

Nessuno sa cosa vogliono i Talebani

Un altro problema serio, ed è quello che più preoccupa gli afgani, è che nessuno sa che cosa vogliono ottenere i talebani, e come un sistema basato sulla Sharia possa coesistere con la Costituzione afgana. Cosa accadrà ai militanti talebani? Ci sarà un’amnistia e un pacchetto di reintegrazione all’interno della società afgana? Chi pagherà? Oppure il ritiro degli americani farà sì che i talebani conquistino altre posizioni sul campo di battaglia? E le potenze esterne, saranno solo facilitatori del processo o garantiranno dichiarandosi pronti ad agire in caso di bisogno. E i profughi (4 milioni di persone)? E le donne? E la società civile che chiede quei diritti sociali che i talebani non riconoscono?

La verità è che nessuno sa ancora se questo sarà solo un decente intervallo tra un conflitto e un altro, magari una guerra civile, d’altra parte in 40 anni si sono susseguiti diversi conflitti in quel paese martoriato, oppure riusciranno a costruire un accordo di pace che soddisfi le esigenze di tutti nel paese degli aquiloni, ma anche in quello con un milione e mezzo di disabili saltati sulle mine antiuomo.

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