L’Italia è in pieno declino demografico: come fermarlo?

Scritto da in data Febbraio 13, 2023

La popolazione italiana continua a ridursi, con gravi conseguenze economiche: cosa si può fare per fermare il declino?

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Il declino demografico dell’Italia: un problema sottovalutato

Nella puntata precedente avevamo parlato di un report dell’Istat, il nostro Istituto di Statistica, nel quale, partendo dai trend demografici del nostro paese negli ultimi anni, si faceva una proiezione fino alla fine del secolo. In quello studio risultava che a fine secolo, proseguendo lungo le attuali linee di tendenza, l’Italia sarà un paese di circa trenta milioni di abitanti, la metà di quanti ce ne sono adesso. La decrescita demografica ha effetti devastanti a livello economico e sociale, ma questi si manifestano nel medio e nel lungo periodo, quindi risultano difficilmente percepibili e comprensibili alla gran parte dei cittadini come anche alla grande parte dei politici. Andare a dire a una popolazione angustiata dalle emergenze quotidiane − l’inflazione, il rischio di recessione, la guerra, la pandemia, il caro bollette − che, per esempio, tra una decina d’anni cominceremo ad avere seri problemi a pagare le pensioni perché ci saranno più pensionati che lavoratori, solitamente non suscita alcun allarme e genera poca attenzione. Quindi i cittadini, noi tutti, siamo troppo presi dalle rogne quotidiane per occuparci del futuro. Quelli che dovrebbero avere uno sguardo un po’ più lungo, un po’ più prospettico, dovrebbero essere i politici ma anche loro sono immersi nelle emergenze del presente e il loro sguardo non va oltre le prossime elezioni, preoccupati come sono più che del futuro della nazione, della loro possibilità di rielezione per mantenere i congrui privilegi che l’esercizio di una carica pubblica garantisce in Italia.
Attualmente il numero di nuovi nati ogni anno nel nostro paese è sceso poco sotto le 400.000 unità con un decremento annuo di circa 14.000 unità. Proseguendo con questo trend nel 2050 arriveremo al drammatico traguardo delle “nascite zero”. Questa è una delle vere emergenze del paese, perché ci condanna a un declino irreversibile e impossibile, a quel punto, da fermare.
Oltre al facilmente comprensibile effetto che il calo demografico avrà nei prossimi anni sulla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, ci sono anche altre conseguenze economiche meno evidenti ma altrettanto drammatiche.

Conseguenze economiche dell’inverno demografico

Se i due terzi delle famiglie sono oggi senza figli o al massimo con un figlio, questo significa che si riducono e si indeboliscono le reti parentali, si riduce il numero delle sorelle, dei fratelli, dei cugini, degli zii; ma la famiglia è alla base di quel cosiddetto “capitalismo molecolare” che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, ha consentito alla nostra economia di riprendersi dalla crisi della grande industria e di creare un modello di sviluppo originale ed efficiente, quello basato sui distretti industriali, interi territori o piccole enclave che si specializzavano in un determinato prodotto o servizio e riuscivano a raggiungere posizioni di eccellenza a livello mondiale e risultati strabilianti in termini di export. Negli ultimi due decenni, mentre la domanda interna ristagnava, la crescita costante delle esportazioni ha consentito al nostro paese di mantenersi in piedi dal punto di vista economico.
Quel modello di sviluppo industriale si basava sull’impresa familiare, sulla cosiddetta “famiglia nucleare” − padre, madre e figli − o sulla “famiglia allargata”, comprensiva di fratelli, sorelle, zii, zie, cugine, nonni. Le reti parentali, che sono alla base del successo di quel modello, in futuro tenderanno a disgregarsi e quindi occorrerà reinventare anche un nuovo modello di sviluppo.

Le politiche “nataliste”

Ma di fronte a quello che è stato chiamato “inverno demografico” cosa si può fare per invertire la tendenza ormai pluriennale alla decrescita della popolazione? Il fattore che maggiormente predispone alla possibilità di fare figli è la stabilità, sia quella sentimentale che quella economica. Su quella sentimentale le politiche pubbliche nulla possono fare, ma sulla stabilità economica molto si potrebbe e ci sarebbe da fare.
Bisognerebbe fare politiche cosiddette “nataliste”, che favoriscano le coppie che fanno figli fornendogli sostegni economici, fiscali o in termini di servizi. In Italia politiche “nataliste” furono fatte dal regime fascista durante il Ventennio. All’epoca, si pensava che il numero fosse potenza e l’Italia era, tra le potenze europee, quella più fragile dal punto di vista economico ma anche quella con una popolazione inferiore a paesi come Germania, Francia, Regno Unito. Bisognava incentivare le nascite perché la patria aveva bisogno di soldati e perché soltanto una popolazione esuberante nei numeri poteva sostenere le mire imperialiste del regime. Furono introdotti sostegni economici, agevolazioni fiscali, privilegi nell’assegnazione delle case popolari per le famiglie numerose e persino una tassa sul celibato. In pratica chi non si sposava e non faceva figli veniva penalizzato sia con una tassa ad hoc, sia con discriminazioni negli impieghi pubblici dove venivano privilegiati i coniugati con prole. Fu istituita l’ONMI, l’Opera nazionale maternità e infanzia, con lo scopo preciso di promuovere «la difesa e il miglioramento fisico della razza». La battaglia demografica del regime non diede però i risultati sperati e i tassi di natalità continuarono a languire, forse gli italiani non erano molto convinti della necessità  di crescere figli per alimentare la megalomania del Duce.
Oggi le politiche “nataliste” hanno perso, fortunatamente, il loro presupposto ideologico, ma restano importanti per combattere la decrescita della popolazione. Senza andare lontano, facciamo un raffronto con la Francia, paese dal punto di vista culturale molto simile all’Italia ma che ha un tasso di fecondità di 1,9 rispetto al misero 1,2 del nostro paese. La differenza sta tutta nella diversità delle politiche economiche a favore delle famiglie con figli.
Bisognerebbe intervenire con aiuti economici alle coppie che hanno bambini e qui qualcosa è stato fatto negli ultimi tempi con l’introduzione dell’assegno unico per i figli. Ci vogliono adeguamenti normativi che agevolino i genitori con figli nel riuscire a conciliare le esigenze lavorative con le esigenze familiari. Qualcosina in questo ambito è stato fatto ma è ancora insufficiente. Bisognerebbe fornire servizi per la prole, per esempio, in tutte le grandi città italiane c’è una carenza strutturale di asili nido. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha previsto investimenti in questa direzione, ma ci vorranno anni.

Creare un clima di fiducia e sviluppo

Ma oltre a questi interventi mirati che, in altri paesi come la Francia che citavamo, prima esistono ormai da diversi anni, occorre ricreare un clima generale di fiducia a livello economico.
Una delle ragioni principali per la quale si fanno pochi figli, come dicevamo nella puntata precedente, è che i figli costano troppo. Un fattore determinante è quindi quello materiale, detto in maniera un po’ brutale: molte coppie non fanno figli perché non se lo possono permettere. Anche se i fattori economici non spiegano e non risolvono il problema demografico, che è più complesso, tuttavia sono molto importanti. È evidente che se i giovani continuano a trovare lavori precari e mal pagati la propensione a creare una coppia per fare figli diminuisce.
In termini più generali, un modo per favorire la propensione a fare figli è quello di creare un clima economico di fiducia e sviluppo. Se l’economia di un paese cresce, migliorano le disponibilità di reddito, migliora il clima di fiducia, c’è facilità a trovare posti di lavoro, il sistema produttivo è vitale, capace di innovarsi e di creare opportunità di impieghi ben retribuiti; se l’ascensore sociale funziona, cioè, chi merita, impegnandosi nello studio o nel lavoro, ha la possibilità reale di migliorare la propria posizione economica e sociale, e i cittadini tutti avranno fiducia nel futuro del loro paese e magari, se non a tutti, a qualcuno verrà anche voglia di fare figli.
Se invece pensiamo a quello che è accaduto, diciamo, negli ultimi 15 anni, dalla crisi del 2008 in poi, abbiamo visto un sistema produttivo sempre più affaticato e bastonato mortalmente dalle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, salari reali che restano fermi o diminuiscono, aumento della precarizzazione e riduzione delle tutele, mancanza totale di politiche abitative pubbliche. In realtà, se guardiamo i dati statistici, è dall’entrata nell’Euro che l’economia italiana ha smesso di crescere. L’Euro per noi non è stato un buon affare, ma affermazioni del genere nel nostro paese non si possono fare perché ci si mette contro una narrazione, prevalente nel sistema politico e giornalistico e persino economico, secondo la quale l’Euro ci ha salvati, non si capisce bene da che cosa, e l’Unione Europea deve essere il nostro unico faro, a qualunque costo. Queste visioni ideologiche oltre a essere un po’ ridicole, fanno a pugni con i dati storici. L’Euro non è e non può essere una religione, è molto più banalmente una moneta la cui introduzione non ha avvantaggiato ugualmente tutti i paesi dell’Unione. Alcuni, per esempio la Germania, ci hanno guadagnato molto, altri, per esempio l’Italia, ci hanno perso molto. Come al solito il problema non è lo strumento − la moneta − ma il modo in cui è stato implementato e gestito, e qui il problema diventa politico. Un ulteriore dato a conferma di queste nostre tesi è quel che è successo negli ultimi due anni. Quando dal 2021, a causa dell’emergenza Covid, sono state sospese le regole europee su vincoli di bilancio e spesa pubblica e sono stati immessi nel nostro sistema economico nuovamente importanti flussi di investimenti pubblici, l’economia ha ripreso a girare. Dopo il crollo del 2020, nel 2021 il PIL italiano è cresciuto del 6,7% e nel 2022, un anno comunque difficile con la guerra, l’inflazione e il caro bollette, siamo cresciuti del 3,9%. È bastato togliere tutta una serie di vincoli arbitrari, per ridare alla nostra economia quello slancio vitale che non si registrava da decenni.

I NEET, Not in Education, Employment or Training

Un altro problema, legato alle condizioni economiche e alla struttura del mercato del lavoro, è quel fenomeno che i sociologi chiamano “NEET”, acronimo inglese che significa Not in Education, Employment, or Training: in pratica i giovani che non studiano e non lavorano. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, quella che nei decenni passati era l’età nella quale si formavano le famiglie e si facevano i figli, oggi in Italia il 30% dei giovani sono NEET, una delle percentuali più alte tra i paesi europei.
Quando si riportano dati del genere, oggettivamente inquietanti, si scatenano subito le tifoserie. Qualche sociologo della domenica si lancia in pistolotti moralistici sui giovani “bamboccioni”, un ex ministro della Repubblica, la famigerata professoressa Fornero, definì i giovani con un vezzoso termine inglese: “choozy” che significa schizzinosi, esigenti, difficili da accontentare. Sicuramente, e verrebbe da dire per fortuna, i giovani di oggi vivono in un paese più benestante dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta e possono quindi permettersi di essere un po’ più viziati dei loro padri o dei loro nonni, che spesso la fame la caricavano col badile. Ma il problema strutturale è che ai giovani, e non solo a loro, delle opportunità occorrerà pur darle. Non li si può costringere soltanto ad accettare contratti di stage con rimborsi spese forfettari, salari da fame e prospettive precarie. Senza contare poi che in alcune zone del paese, pensiamo a molte aree del Meridione, il lavoro non c’è proprio, nemmeno quello precario. Se non si rimette in moto l’ascensore sociale, la possibilità di crescere professionalmente, di fare carriera in base al merito e all’impegno e non più soltanto in base alle conoscenze o al cognome che si porta, molti giovani ambiziosi e preparati se ne andranno all’estero, dove trovano opportunità che in Italia si sognerebbero, mentre altri decideranno di abbandonare la partita rifugiandosi nelle piccole certezze e nei piccoli agi di un’adolescenza che si prolunga fino all’età adulta.

Questione demografica e immigrazione

Un’altra soluzione, un po’ sopravvalutata, è quella di favorire l’immigrazione. Le donne italiane non fanno più figli? Importiamo immigrati da quei paesi che hanno tassi di natalità molto elevati, per esempio quelli africani o asiatici, e risolviamo il problema.
Gli immigrati si possono far arrivare, in teoria, ma poi bisogna integrarli e qui nascono i problemi. Quindi non bisogna “chiudere i porti” come sostengono i destrorsi, perché gli immigrati ci servono, ma non bisogna nemmeno “aprire i porti” come sostengono i sinistrorsi, perché se dopo che li hai fatti entrare non ci sono percorsi, risorse, procedure per favorire l’integrazione nel contesto sociale ed economico, il rischio è quello di creare nuove sacche di povertà, emarginazione, ghettizzazione. I lavoratori stranieri impiegati in condizioni para schiavistiche nelle campagne di Rosarno in Calabria, in quelle del foggiano o del casertano, come in molti altri posti, a tutto possono pensare tranne che a fare figli.
Ma c’è un altro problema. Ci sono molte donne, soprattutto quelle appartenenti ad alcune etnie − moldave, ucraine, filippine, ecuadoriane, peruviane − che arrivano in Italia, trovano lavoro prevalentemente nei servizi alle famiglie e nell’assistenza agli anziani, ma molte di queste donne hanno lasciato i figli al loro paese e arrivano in Italia per poterli crescere e mantenere, ma non hanno alcuna intenzione di farne altri.
Di sicuro l’immigrazione è un aiuto fondamentale per frenare la regressione demografica ma fino a un certo punto. Molti immigrati sono giovani e provengono da paesi e culture nelle quali c’è ancora una forte propensione a fare figli ma gli immigrati, una volta integrati, alle seconde generazioni nella gran parte dei casi adeguano i loro comportamenti, i loro valori, le loro abitudini a quelle prevalenti nel paese d’accoglienza. In pratica i figli e le figlie degli stranieri che hanno studiato qui parlano italiano, mangiano italiano, si sentono e di fatto sono italiani, anche se ancora nella nostra legislazione c’è qualche ritardo burocratico nel riconoscere appieno questo dato di fatto, nella maggior parte dei casi si comportano come i loro coetanei italiani da generazioni e quindi di figli ne fanno pochi anche loro.
Un’altra ragione è di natura statistica. A oggi i residenti stranieri in Italia sono circa 5,2 milioni, considerando che l’Italia ha cominciato a ricevere flussi migratori negli ultimi tre decenni, anche proseguendo con il ritmo di afflussi di questi ultimi anni, tra trent’anni potremmo avere una popolazione di residenti stranieri o di origine straniera raddoppiata, supponiamo attorno agli 11-12 milioni, ma nel frattempo la popolazione italiana si sarà ridotta di altrettanto se non di più. I flussi migratori non compensano la denatalità. Quindi l’immigrazione può attenuare, può mitigare, può rallentare la decrescita demografica, difficilmente riuscirà a invertire la tendenza al declino.
Come si vede il problema è complesso e articolato, le soluzioni non sono facili e non siamo certo noi che possiamo risolverlo, ma informare e cercare di richiamare l’attenzione su una questione che è molto importante speriamo di essere riusciti a farlo.

 

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