Contro il patriarcato

Scritto da in data Giugno 3, 2021

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Di Alice Petri.
Cosa faresti se il genere e l’orientamento sessuale non fossero così importanti per la società? Se il colore della tua pelle, la tua religione e il tuo corpo non importassero per determinare che tipo di persona tu sia?
«Non sarei costretta a utilizzare la macchina per tornare a casa», ha risposto una giovane.
«Passeggerei mano nella mano con la persona che amo senza essere fissata», ha ribattuto un’altra.
«Non mi sentirei brutta comparandomi agli standard della società», le fanno eco.
«Smetterei di avere il terrore che qualcuno scopra il mio orientamento sessuale», spiega qualcun altro.
«Mi vestirei come voglio senza paura di essere giudicata», dicono. Ma c’è anche chi replica: «Non avrei bisogno delle quote di disabilità per trovare lavoro», oppure «Farei il lavoro che voglio» e anche «Non avrei alcun privilegio perché i miei diritti sarebbero quelli di chiunque altro».
Queste sono solo alcune delle risposte alla mini indagine sul web dal titolo “Una società paritaria per un giorno”, effettuata su un campione anonimo di 140 persone e i cui esiti sono raccontati nel nuovo episodio del podcast “Chiedilo a l*i. Dal linguaggio alla discriminazione è un attimo. A caccia di domande giuste sull’identità di genere”.
Protagonista assoluto sarà il comune denominatore di ogni pensiero discriminatorio: il patriarcato.
Perchè nella società patriarcale, se sei una donna, una persona transgender, queer o non binaria, se sei una persona bisessuale o omosessuale, se sei nera o di qualsiasi altra etnia, varrai meno o anche nulla.
Si può pensare al patriarcato come a una piramide sociale in cui al vertice si trovano gli uomini; ed è fondamentale che questi siano bianchi, etero e cisgender, magari anche ricchi, che non guasta mai. Alla base, invece, il resto delle persone ovvero quelle che non hanno avuto l’opportunità di parlare, quelle che se parlano dicono troppo, quelle marginalizzate, poco rappresentate ma sempre esistite. Ed è proprio a queste persone che è dedicato questo episodio che prova a raccontare il patriarcato come un fenomeno che presenta molte controindicazioni, ma nessun rimedio.
Non a caso, il podcast “Chiedilo a l*i” nasce da una considerazione: di uguaglianza di genere si dovrebbe parlare a tutto campo, pensando a unire le lotte. Perché è evidente, ormai, che gli episodi di discriminazione nei confronti della comunità LGBTQ+ sono davvero preoccupanti e si manifestano in Italia sotto molteplici forme. Le discriminazione contro le donne, poi? È così radicata da non essere mai sparita e da essersi tramandata di generazione in generazione in ogni contesto sociale. Per questo è ora di non ghettizzare problemi che appartengono alla stessa dimensione e che hanno come comune nemico il patriarcato. Il podcast “Chiedilo a l*i” adotta l’approccio tipico del femminismo intersezionale per raccontare in maniera trasversale i problemi legati all’identità di genere di tutt*; da quelli che riguardano le donne a quelli delle persone non binary, concentrandosi sugli aspetti linguistici, sociolinguistici e connessi agli studi di  genere.

Dall’importanza dei pronomi all’uso discriminatorio del linguaggio, “Chiedilo a l*i” intende guidare il pubblico, passo dopo passo, verso la scoperta delle giuste parole. Perché usare meglio le parole significa anche usare una più autentica sensibilità e attenzione nei confronti di tutt*. Ad arricchire le riflessioni delle studentesse del II anno della SSML San Domenico di Roma ci sono: la sociolinguista Vera Gheno che ha proposto l’uso dello schwa per rendere inclusivo il linguaggio; Alessandro Fusacchia, deputato che ha presentato un Ddl per promuovere la parità di genere nei testi scolastici; Arianna Rogialli, consulente in materia di sessuologia ed educazione sessuale; le testimonianze di due giovani che hanno subito episodi di discriminazione, le voci di coloro che hanno partecipato al minisondaggio “Una società paritaria per un giorno”, e altri.

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