Giù le mani dalla Groenlandia

Scritto da in data Gennaio 17, 2026

NUUK — C’erano bambini sulle spalle dei loro papà e le guance arrossate dal freddo, anziani che avanzavano piano col girello, passeggini spinti con una mano e bandiere strette con l’altra. C’erano famiglie intere, amici, sconosciuti che si riconoscevano nello stesso passo.

Rosso e bianco ovunque, i colori della bandiera groenlandese che qui non è un simbolo astratto ma una presenza quotidiana, come il mare e il ghiaccio. A Nuuk la protesta contro i piani di Donald Trump non è stata solo una manifestazione. È stata una dichiarazione di esistenza. Un atto collettivo di identità, di memoria e di futuro.

Canti, slogan, poesie recitate ad alta voce. Un corteo che ha attraversato il centro della città e si è spinto fino al consolato americano. Non rabbia cieca, non violenza, ma una determinazione calma e ostinata, quella che nasce quando una comunità sente di dover dire una cosa sola, chiarissima: questa terra non è in vendita.

La Groenlandia ha parlato con un fiume di persone lungo le strade ghiacciate della capitale. E lo ha fatto con tutte le sue generazioni insieme.

Una piazza che diventa comunità

A Nuuk il freddo non è mai solo una temperatura: è una condizione. La pioggia cade di traverso, le strade sono scivolose, il vento entra sotto i cappucci. Eppure nessuno è tornato indietro. La piazza si è riempita lentamente, come succede qui con ogni cosa importante: senza clamore, ma con ostinazione.

I cori si alternavano alle canzoni tradizionali, le voci salivano e poi si fermavano, lasciando spazio al silenzio. Un silenzio pieno, denso, rispettato. I cartelli dicevano: “We shape our future”, “Greenland is not for sale”, “Greenland is already GREAT”. Frasi semplici, dirette, che non chiedono di essere spiegate.

In quella piazza c’era un messaggio che andava oltre la politica: l’autogoverno non è una parola da documenti ufficiali, è una pratica quotidiana. È esserci. È camminare insieme. È portare gli anziani perché vedano, e i bambini perché ricordino. È dire al mondo che la Groenlandia non è una casella strategica su una mappa, ma una casa che ha già un padrone.

La minaccia dei dazi e la logica del ricatto

La manifestazione arriva mentre da Washington si alza il livello dello scontro. Trump ha annunciato l’intenzione di imporre da febbraio un dazio del 10% sui beni provenienti da otto Paesi europei — Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia — colpevoli, secondo lui, di opporsi al controllo americano della Groenlandia.

Se non ci sarà un accordo per la “completa e totale acquisizione” dell’isola, la tariffa salirebbe al 25% dal primo giugno.

È una escalation drastica e pericolosa. Un uso esplicito dell’economia come arma politica. Un messaggio rivolto agli alleati: o accettate la logica del più forte, o pagherete un prezzo. È la stessa strategia già vista con altri paesi, lo stesso tentativo di piegare con la minaccia quello che non si riesce a ottenere con il consenso.

Trump giustifica la sua insistenza parlando di sicurezza nazionale, di scudi missilistici, di un presunto rischio legato a Russia e Cina. Ma qui, sul terreno, quella narrativa appare distante.

Non perché la Groenlandia non sia strategica — lo è, eccome — ma perché ridurre un territorio e la sua popolazione a un problema di difesa significa cancellare tutto il resto: la storia, la cultura, le persone.

Tra alleanze, esercitazioni e paure costruite

Mentre a Nuuk si marciava sotto la pioggia gelata, migliaia di persone manifestavano anche nel resto del Regno di Danimarca. A Copenaghen, Aarhus e in altre città, bandiere groenlandesi sventolavano accanto a quelle danesi. I cartelli dicevano “Hands Off”, “Make America Smart Again”, “Small countries are not for sale”.

Sul piano militare, le autorità danesi hanno ribadito che non esistono minacce immediate alla sicurezza della Groenlandia. Le esercitazioni artiche, hanno spiegato, rientrano nella cooperazione tra alleati della NATO e non sono un segnale diretto verso Washington. In anni di presenza sul territorio, i comandanti hanno dichiarato di non aver visto navi da guerra russe o cinesi al largo dell’isola, nonostante le affermazioni ripetute del presidente americano.

Eppure il danno è già stato fatto. Perché quando un alleato parla di annessione, anche solo come ipotesi, incrina qualcosa di profondo. La fiducia non si misura in comunicati ufficiali, ma nella sensazione di sicurezza condivisa. E quella, oggi, qui, è stata scossa.

Camminare verso il consolato

Il momento più intenso è arrivato quando il corteo ha puntato verso il consolato americano. Non urla, non scontri. Solo passi. Passi lenti, decisi. Qualcuno recitava una poesia, qualcun altro stringeva la mano di un bambino. Era un gesto simbolico, ma potente: portare la voce della piazza davanti a chi, dall’altra parte dell’oceano, parla di questa terra come di una merce.

In quel tratto di strada, Nuuk sembrava più piccola e più grande allo stesso tempo. Piccola perché tutti si conoscono, perché i volti sono familiari. Grande perché il messaggio che stava passando era universale: la sovranità non è negoziabile. Non si compra. Non si impone.

Non una protesta, ma un confine

Quella di Nuuk non è stata una protesta come le altre. È stata un confine tracciato con i corpi, con le voci, con la presenza. Un confine che dice: da qui in poi si ascolta. La Groenlandia, poi, non rifiuta il dialogo, né la cooperazione. Ma rifiuta l’idea di essere ridotta a strumento, a pedina, a “necessità strategica” raccontata da lontano. Qui la sicurezza ha un altro nome: rispetto.

E mentre il mondo discute di dazi, alleanze e missili, a Nuuk resta l’immagine di una città che cammina sotto la pioggia, con i suoi bambini e i suoi anziani, per ricordare a tutti una verità semplice e antica: qui non si difende solo un territorio, ma il diritto di esistere senza essere messi all’asta. E davanti a questo, la Groenlandia ha già risposto: no.

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