Il MES e la logica del vincolo esterno

Scritto da in data Novembre 9, 2020

La logica politica che sta dietro al MES è quella del “vincolo esterno”. Un’idea che ha un problema fondamentale: è un’idea sostanzialmente antidemocratica.

Per un’esperienza più coinvolgente, invece di leggere ascoltate il podcast 

Il MES: una partita politica

La partita del MES, come dicevamo nella precedente puntata, oltre che economica è soprattutto politica e lo dimostra un semplice dato − i dati come sappiamo hanno la testa dura. Abbiamo assistito per mesi a una campagna propagandistica dei fautori del MES i quali hanno cercato anche di utilizzare, strumentalmente, i dati negativi della seconda ondata di contagi per convincere l’opinione pubblica che se non si fanno abbastanza tamponi, se non ci sono abbastanza posti in terapia intensiva e via discorrendo, la colpa è di quegli irresponsabili che si oppongono al MES. Purtroppo se si vanno a prendere i dati su quanto, nelle varie manovre che il governo ha elaborato negli ultimi mesi, sia stato destinato al rafforzamento del sistema sanitario si nota un elemento che smentisce queste tesi. Su circa 3,4 miliardi di risorse aggiuntive destinate alla sanità e già rese disponibili, le Regioni a ottobre 2020 ne avevano spesi soltanto poco più di 700 milioni. Il problema non è quindi la mancanza di risorse finanziarie ma un problema di organizzazione: per una amministrazione pubblica non è sufficiente avere i fondi a disposizione, bisogna poi essere capaci di spenderli!

Una seconda osservazione è che molti di coloro i quali propendono per il MES sono gli stessi che per anni hanno continuato a contenere le spese sanitarie portando nell’arco di alcuni decenni il numero di posti letto negli ospedali dai 7,2 ogni mille abitanti del 1990 ai 3,2 del 2018! Se tra i paesi dell’Unione Europea la Germania, pur essendo il paese con la popolazione più grande − circa 82 milioni di abitanti − ha sinora avuto meno di un terzo dei morti da Covid-19 rispetto all’Italia, alla Francia, alla Spagna o al Regno Unito è perché certamente i tedeschi sono organizzati meglio, come sempre, ma anche perché hanno un numero di posti letto per abitante e un numero di terapie intensive che è molto superiore sia al nostro che a quello degli altri paesi.

Quando poi tra le fila dei propugnatori del MES troviamo molti di coloro che per decenni hanno attaccato a testa bassa il Servizio sanitario nazionale in nome di una crescente privatizzazione, e che quando qualcuno osava esprimere dubbi sul fatto che la sanità venisse gestita secondo logiche di profitto lo tacciavano di essere un trinariciuto vetero bolscevico, la situazione diventa ancora più surreale.

La logica del vincolo esterno

Ma c’è un altro nodo politico che pesa su tutta questa vicenda, come su molte altre, ed è la cosiddetta logica del “vincolo esterno”. Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Esiste nell’establishment italiano una corrente di pensiero, che comincia a formarsi negli anni Settanta del Novecento, che ha scarsa fiducia nella capacità del nostro sistema politico di prendere le decisioni giuste per il bene del Paese e quindi ritiene ci sia la necessità di un “vincolo esterno” che costringa ad assumere decisioni fortemente impopolari. Uno degli esponenti più autorevoli di questa corrente fu l’ex Governatore della Banca d’Italia Guido Carli.

In realtà anche l’Italia della Prima Repubblica aveva un “vincolo esterno” rappresentato dal rapporto con gli Stati Uniti, la potenza egemone del blocco occidentale. L’Italia, nelle spartizioni tra i vincitori della Seconda guerra mondiale, doveva far parte della sfera d’influenza americana e questo vincolo geopolitico ha escluso, per esempio, per 50 anni la possibilità per il Partito Comunista Italiano di avvicinarsi al governo nazionale.

Ma all’inizio degli anni Novanta gli scenari cambiano, i blocchi contrapposti quello occidentale guidato dagli Stati Uniti e quello comunista guidato dall‘Unione Sovietica, vengono meno con la dissoluzione dell’URSS.

A quel punto i problemi per l’Italia e per le classi dirigenti italiane sono principalmente di natura economica, lo abbiamo già visto nelle puntate precedenti: alti tassi d’inflazione, il servizio del debito, cioè il costo del debito pubblico che aumentava esponenzialmente dopo il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, il debito pubblico praticamente raddoppiato in un decennio, una profonda crisi politica determinata dalle inchieste di Tangentopoli che spazzarono via un’intera classe politica.

Legarsi al trattato di Maastricht e all’Euro fu un modo per legarsi a un solidissimo vincolo esterno di impronta neoliberista che finiva per risolvere il conflitto di classe interno per la distribuzione dei redditi a vantaggio del capitale, scaricando qualunque aggiustamento macroeconomico sulla svalutazione dei salari.

Le politiche deflazionistiche, di svalutazione interna, di privatizzazioni massicce, di smantellamento del ruolo dello Stato nell’economia, servivano per togliere poteri alla classe politica e per innestare una sorta di “pilota automatico”. Quindi l’idea era che gli italiani non fossero capaci di scegliersi una classe dirigente e quindi fosse necessario limitare la sovranità politica nazionale, cedendo sovranità a entità esterne: i mercati, Bruxelles, la BCE.

Quest’idea, che aveva anche un suo fondamento nelle performance poco brillanti della nostra classe politica, presentava però due fondamentali punti deboli. Il primo era che alla base di questa logica c’era una visione fortemente antidemocratica. In democrazia scelgono gli elettori e non qualche più o meno illuminato esponente dell’establishment economico o amministrativo. Il secondo era che non sta scritto da nessuna parte che i mercati, le tecnocrazie di Bruxelles o della BCE siano migliori, più responsabili, più adeguati o più capaci di capire quali siano i veri interessi nazionali.

Ma attorno a personalità come Guido Carli, che fu Governatore della Banca d’Italia, si unirono altri esponenti dell’establishment politico e finanziario, per esempio economisti come Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi, sino ad arrivare ai Romano Prodi, ai Padoa Schioppa, ai Mario Monti e tutti i loro corifei nel mondo dei media.

Costoro pensarono che il conflitto sociale interno, quello che qualche vetero marxista chiamerebbe lotta di classe, potesse essere risolto a favore delle classi dominanti soltanto legando i fondamentali del Paese a forze esterne che, un po’ con la minaccia, un po’ con il ricatto, un po’ con adeguate campagne mediatiche di informazione o disinformazione − dipende dai punti di vista − avrebbero alla fine costretto il Paese, le sue riottose maestranze e una recalcitrante classe politica sempre alla ricerca spasmodica di consenso ad accettare i sacrifici, quelle che eufemisticamente vengono chiamate “riforme”.

La logica del “vincolo esterno” è quella di scaricare su altri, di appaltare a terzi la soluzione dei problemi interni del Paese, mentalità tipica dei paesi in via di sviluppo o dei paesi che hanno un’incomprimibile vocazione gregaria. Classi dirigenti deboli e poco autorevoli hanno bisogno di vincoli esterni sia per legittimare se stesse, sia per riuscire a far accettare al Paese soluzioni che loro non sono in grado di far accettare. Il problema è che il vincolo esterno viene sempre esercitato in maniera più o meno autoritaria. Il deficit di autorevolezza di classi dirigenti inadeguate viene risolto con il ricorso a forme di autoritarismo politico ed economico provenienti dall’esterno. Come disse nel 2018 un esponente politico tedesco di fronte al tentativo del cosiddetto governo giallo-verde di contrattare a Bruxelles margini di bilancio più larghi per la manovra economica: «Saranno i mercati a insegnare agli italiani come dovranno votare».

Quante volte abbiamo sentito ripetere negli anni passati i mantra “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo chiedono i mercati” per giustificare le peggio cose?

Il MES conviene oppure no?

Ce lo chiede l’Europa

Qualcuno ha pensato e pensa ancora che cedere sovranità a entità terze sia la soluzione per risolvere il deficit storico che ha l’Italia di uno Stato forte, ben organizzato, autorevole e non soltanto autoritario. Peccato che a Bruxelles non c’è nulla di tutto ciò, innanzitutto non c’è uno Stato e secondo molti non ci sarà mai. A Bruxelles ci sono tecnocrazie che rispondono però ancora ai rispettivi governi nazionali, o a logiche di casta che sociologi come Max Weber hanno già ampiamente studiato e spiegato, e poi ci sono gli Stati nazionali con i loro interessi, le loro strategie, i loro problemi.

La logica del “ce lo chiede l’Europa” sottintende l’idea che a Bruxelles esistano degli interessi superiori, naturalmente benevoli, in nome dei quali valga la pena compiere sacrifici, anche pesanti. Ma questa visione è frutto di una distorsione della realtà, di una visione molto romantica che sconfina nell’ingenuità. A Bruxelles non ci sono degli “interessi superiori”, l’Unione Europea è come un’arena nella quale si confrontano e si scontrano interessi nazionali diversi e il più delle volte divergenti, dove prevale chi è più capace di esercitare un’egemonia politica. L’egemonia politica si raggiunge attraverso alleanze, attraverso scambi di favori, ma anche con la capacità di affermare le proprie idee e i propri interessi. Difendere gli interessi nazionali non significa essere dei retrogradi sovranisti che intendono riportare l’orologio della storia a un secolo fa, quando l’Europa era preda dei nazionalismi aggressivi, ma significa tutelare gli interessi e le condizioni di vita dei propri connazionali.

La spontanea, per non dire demenziale, cessione di sovranità che l’Italia ha compiuto nei confronti di Bruxelles negli ultimi decenni, inseguendo una visione irenica, molto idealistica e poco reale dell’Europa, ha portato a un ulteriore indebolimento di strutture statali e amministrative che già pativano storiche arretratezze: lo abbiamo visto in questi ultimi mesi quando, di fronte alle drammatiche scelte che la pandemia imponeva, una macchina statale sonnacchiosa, farraginosa, lenta, inefficiente, non è riuscita ad affrontare in maniera adeguata né i problemi sanitari e né tantomeno quelli economici.

Ora, il conflitto di classe non l’hanno inventato i marxisti, è un dato storico; se non vi piace la terminologia marxista chiamatelo con un termine più edulcorato, conflitto sociale, ma alla fin della fiera il concetto è sempre lo stesso. Quando c’è una crisi economica i costi di quella crisi a chi li facciamo pagare? In un paese democratico con una Costituzione che stabilisce, come quella italiana, il principio della progressività, dovrebbe valere la regola che l’imposizione fiscale e i sacrifici vanno distribuiti tra tutti i cittadini in proporzione alle loro disponibilità. Ma nella realtà non è così. La crisi del 2008, in Italia come nel resto del mondo, è stata fatta pagare ai ceti popolari e a parte dei ceti medi, la parte meno protetta, meno garantita, meno tutelata. I ricchi sono diventati più ricchi, i poveri sono diventati più poveri e una parte consistente dei ceti medi si sono impoveriti, altro che progressività! Le cose dovevano per forza andare così? Ovviamente no, quella soluzione è frutto di scelte politiche precise.

La crisi economica causata dal coronavirus

Oggi ci troviamo di fronte a un’altra grave crisi economica, quella causata dalla pandemia da coronavirus e anche oggi il problema è: i costi di questa crisi chi li pagherà? Per ora, in questi mesi, la stanno pagando soprattutto i precari, i non tutelati, chi lavora in nero, ma anche i lavoratori autonomi, i professionisti, le piccole imprese, il cosiddetto popolo delle partite IVA costretto a fermare le proprie attività e sperare che tra gli infiniti annunci di ristori fatti dal governo, qualcosa prima o poi arrivi anche a loro.

Ora, come sempre nella storia, per uscire da una crisi economica ci sono soluzioni di destra e soluzioni di sinistra. In un paese come l’Italia dove destra e sinistra sono ormai soltanto indicazioni geografiche ma non esistono più come soggetti e progetti politici, quel che prevale è una sorta di grande e appiccicosa mucillagine che chiamiamo “classe politica”, all’interno della quale si agitano idee, poche e solitamente ben confuse, ma che è tenuta assieme da un lato dalla pervicace determinazione a difendere interessi particolari ben organizzati, dall’altro dalla salvaguardia, altrettanto pervicace, del sistema medievale di prebende e privilegi che la classe politica ha riservato a sé stessa e ai propri sottopancia.

Ma è indubbio che anche stavolta si porrà il problema di stabilire a chi far pagare i costi della crisi e questa è innanzitutto una scelta politica. Qui torna d’attualità il problema politico del MES, un meccanismo che rientra pienamente in nella logica del “vincolo esterno”. Molti di coloro che sono favorevoli al MES pensano oggi, come faceva 40 anni fa Guido Carli, che non sarà possibile risolvere i problemi posti dalla grave crisi economica, che stiamo cominciando ad affrontare, per via democratica. Soltanto se il Paese viene vincolato a superiori forze esterne la classe politica italiana avrà la capacità e la possibilità di imporre le scelte drammatiche che occorrerà fare nei prossimi anni.

Il Paese si troverà nuovamente di fronte alla necessità di decidere a chi far pagare i costi della crisi e coloro che esultano oggi per il MES saranno coloro che domani ci diranno che dobbiamo fare ulteriori sacrifici perché “ce lo chiede l’Europa”.

Cari italiani

Cari italiani, dovrete lavorare più a lungo e quindi occorrerà ripristinare la legge Fornero e probabilmente inasprirla, quindi scordatevi la pensione e sperate che la salute vi assista sino in età avanzata, altrimenti cominciate a informarvi dove si trova il più vicino centro della Caritas.

Cari giovani, volete trovare lavoro? Riducete le aspettative: chiedete meno diritti e meno salario e il lavoro lo troverete. Dobbiamo aumentare la produttività e la competitività. Le nostre merci si potranno vendere sui mercati esteri se costeranno meno, ma non potendo ridurre il costo con la svalutazione, perché non controlliamo più la nostra moneta, dovremo ridurre il costo riducendo il costo del lavoro, quindi chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri preparino le valigie, resta sempre la vecchia strada dell’emigrazione.

Cari risparmiatori, se avete fatto una vita di sacrifici lesinando su tutto per il futuro dei vostri figli non vi dovete incazzare se adesso con un po’ d’inflazione erodiamo il valore reale dei vostri risparmi. Se quei soldi ve li foste spesi avreste sostenuto la crescita economica e forse non saremmo ridotti così male.

Care famiglie italiane che avete investito sul mattone con l’idea di lasciare ai vostri figli un asset importante, non lamentatevi se vi aumenteranno le tasse sulle proprietà immobiliari, d’altronde si fa così in tutto il mondo. E poi dai, viviamo nella globalizzazione, siamo cittadini del mondo, oggi viviamo a Milano ma domani potremmo vivere a Londra, San Francisco, Seoul, come vi può passare per la testa l’idea bizzarra di investire in qualcosa di stabile come una casa?

Care partite IVA, quando vi aumenteranno le tasse e vi ridurranno il credito bancario non lamentatevi: la colpa è vostra, siete troppo piccoli, vi siete crogiolati per decenni con l’idea balorda che “piccolo è bello” e quindi adesso cosa volete? Se foste stati furbi, efficienti, capaci e produttivi sareste diventati delle multinazionali, guardate Jeff Bezos: anche lui ha cominciato in un garage e oggi fattura 700 miliardi di dollari! Voi invece eravate dei morti di fame e tali siete rimasti, quindi, colpa vostra!

E gli italiani come al solito si lamenteranno, sfogheranno la loro rabbia e frustrazione sui social insultando qualcuno; se poi quel qualcuno parla un’altra lingua e ha una pigmentazione della pelle diversa dalla nostra lo si insulta ancor più volentieri; magari scenderanno in piazza a menare qualche povero poliziotto, ma la rivoluzione, quella vera, tranquilli, non la faranno mai! Come diceva l’ottimo Ennio Flaiano, «gli italiani vogliono la rivoluzione ma le barricate le vogliono fare con i mobili degli altri».

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