Il relativismo del viaggiatore

Scritto da in data Settembre 12, 2019

 

Seguo diversi gruppi di viaggio, soprattutto solitari o fai da te, a volte sono invece gruppi geografici: italiani in Israele, vado in Africa, Transiberiana… in questi gruppi raccolgo informazioni prima di partire e spunti dopo il ritorno. Ho conosciuto persone, come la famiglia con cui ho trascorso il 31 dicembre a Gerusalemme o il fotografo con cui ho visto il festival di Pennabilli e che mi ha fatto conoscere Banchi, di Addis Abeba. Ho colto spunti di lettura ma soprattutto ho affinato la mia concezione di stereotipo, mi sono fatta domande grazie a loro, ho capito il mito del bianco salvatore, ho letto post molto critici nei confronti di chi parla di Mal d’Africa o di chi parla dell’Oriente in un certo modo ed è proprio da uno di questi post che sono stata colpita. È un precorso lungo, infinito forse: critiche aggressive e dure spesso non fanno cambiare idea, mentre la lentezza, l’esempio, argomentazioni solide e complesse possono di più.
A volte si scarta uno stereotipo per prenderne un altro. Ci si deve spogliare di ciò in cui si è cresciuti: capita di tornare indietro e vedere che si scrivevano cose terribili. A volte si vorrebbe poter studiare di più. A volte è solo un racconto: una cena in famiglia, una birra con l’uomo più ricco del paese, le due parole scambiate con uno sconosciuto.

La foto di Gerico

Di Gerico ho una foto, anzi ne ho molte, ma una in particolare: una ragazza con un libro tra le gambe incrociate, seduta per terra, accanto a sterpaglie, rovi. La terra è sabbia, forse è sassi. Non riesco ad avvicinarmi: per timore, timidezza, perché ancora non ho grandi nozioni di fotografia e non riesco a superare una barriera.
Ho paura di mancare di rispetto, di offendere, mi sento – e lo sono – una curiosa che ruba qualcosa. Ho foto del monastero, delle strade, di persone di spalle, ho foto di alcuni ragazzini che mi hanno chiesto qualcosa: ho cercato di cogliere le luci, qualche atmosfera e ciò che provavo stando in quel luogo.

Cosa dire di Gerico?

Di Gerico potrei parlare dei 10 chilometri che avrei dovuto percorrere a piedi se un’auto non si fosse fermata per darmi un passaggio: perché il bus non poteva andare fin là. Potrei parlare dell’uomo che dall’altro lato della strada mi ha chiamato per invitarmi a entrare nella moschea, anche nella parte per gli uomini e forse pure senza velo: mi ha riempito poi di rosari e di bastoncini per pulirsi i denti, che hanno richiesto spiegazioni durante l’ora e mezza di domande e controlli in aeroporto.
Potrei ragionare per sottrazione ma anche per addizione: ciò che c’è, ciò che manca, ciò che potrebbe essere.
A Gerico ho incontrato Tito, senza il quale non avrei potuto o forse saputo fare il Wadi Qelt a piedi fino a Gerusalemme, perché da sola non riuscivo a fidarmi. A Gerico un uomo in auto ha accostato e abbassato i pantaloni chiedendomi qualcosa, non entro nei dettagli. Sono corsa dritta in ostello, era sera, e ho deciso di non uscire. A Gerusalemme, quando Tito e io siamo arrivati, abbiamo attraversato Betania, ci siamo fermati senza preavviso alla tomba di Lazzaro, abbiamo fatto tardi, ci siamo persi in chiacchiere. «Il Monte degli Ulivi» ci dice il tassista con cui abbiamo deciso di chiudere la parte a piedi, per quel giorno «è pericoloso al tramonto». Lui voleva entrare così, nella città Santa, ma ha desistito.
«Portaci all’ostello».
«Non posso. Vi porto da un altro tassista».
Poi ci ha portato davanti al muro.
Era il 31 dicembre. Quella sera avrei festeggiato mangiando sushi kosher con una famiglia ebrea israeliana: lui veneziano, lei milanese. A mezzanotte saremmo andati al kotel o muro occidentale, lui mi avrebbe spiegato tante cose affascinanti – molte la mia mente le ha purtroppo dimenticate – l’atmosfera deserta sarebbe stata intensa, immobile, come sospesa. Tutto era denso e nessuno festeggiava il nuovo anno.

Giudizi, opinioni, competenza

Quando ho scattato quella foto, ancora non sapevo cosa avrei fatto dopo. Cosa avrei fotografato, con chi avrei parlato: di Israele, di ebrei, arabi, di Palestina. Non mi sono mai permessa di sbilanciarmi, di esprimere un parere, che non fosse quello classico che mi guida in ogni ragionamento che non è – e a volte non può – essere supportato da conoscenza storica e geopolitica adeguata: non esistono muri giusti, né muri buoni. Non esistono conflitti giusti né buoni: esiste difendersi, ovviamente, esiste resistere ma si finisce sempre per sbagliare, per sopprimere e uccidere, per mettere altri muri e altre barriere.
Quest’estate ho letto Shantaram, Kapuscinki, Chatwin, in primavera ho letto Borsani, Ella Maillart, Robyn Davidson, ho letto blogger, viaggiatrici e viaggiatori, ho ripescato alla memoria i miei primi spostamenti, le foto scattate, le parole scritte e dette.

Gli stereotipi di viaggio

Ho ripensato al viaggio in Israele, che considero spartiacque, e al mio crescere come turista e viaggiatrice: ho ripensato agli stereotipi, soprattutto, e a quanto sia difficile capirli, conoscerli, distinguerli. Capire cosa c’è di nostro, cosa ci mettiamo dei nostri schemi mentali in ciò che vediamo, cosa e come interpretiamo ciò che ascoltiamo, leggiamo, osserviamo e viviamo. Tornata dall’India, spesso ho ripetuto: erano così felici e sorridenti, eppure non avevano niente. Magari non con queste esatte parole, ma devo averlo pensato quasi così. Era il solo modo che avevo, all’epoca, per spiegarmi, per dire cosa mi avesse così sconvolto del mio primo viaggio da sola in India, che non mi andava di raccontare: era la frase che sentivo e che avevo fatta mia ancora prima di partire, che poi ho semplicemente confermato perché era facile da confermare. In scienze si chiama bias, vizio di forma.
Ho fatto foto attaccata ai bambini, ho avuto – forse – quella cosa che si chiama mito del bianco salvatore, del bianco che comunque crede di poter aiutare in quanto – senza magari esserne conscio – superiore, più intelligente, più ricco, anche se in quella scuola mi sentivo inutile. Ho messo me da un lato e loro dall’altro, che fossero della Buriazia o di Nyamisati.
Solo leggendo altri, da casa, ho aggiustato lentamente queste storture: non faccio più certe foto, anche se mi sono state quasi sempre chieste. Quando dire di no è impossibile, mi adeguo e diventano foto qualsiasi di un gruppo di amici o conoscenti, di una classe di studentesse in una giornata diversa dal solito, di una guida turistica che vuole salutarti e lasciarti un ricordo di sé, di una bella donna o ragazza, di un vestito colorato, di lineamenti delicati, di un incontro che è stato bello anche se è durato il tempo di un tè o di un pranzo. Sono foto di ricordi, che non devono mai sfociare in certi racconti o immagini che sembra quasi di essere andati allo zoo.

I dala dala, i clacson

Posso continuare a dire che i dala dala sono pieni zeppi, che su alcuni bus da 10 ci si sta in 25 – stereotipo? – e che partono quando sono pieni? Posso dire ciò che è diverso, insolito, bello per me che sono lì per turismo, ma non è detto che lo sia per chi ci vive e lavora? Posso parlare della stazione ultramoderna di Ubungo, non quella dei bus, ma quella della metro interna di Dar es Salaam?
Indicando il simile oltre che il dissimile? Posso parlare delle classiche contraddizioni delle città indiane, dei clacson, della guida, della notte?
Quanto è difficile capire come e cosa dire, cercare i fatti e parlare solo di quelli, parlare delle parole che ti senti dire da altri, riportandole fedelmente, evitare di generalizzare e cercare di pulire ogni cosa da ciò che comunque sono e mi porto dietro: sono italiana, sono privilegiata, sono bianca, sono una donna, ho una certa istruzione e un certo lavoro. La maggior parte delle cose che ho scritto non è merito mio e le ultime due sono una conseguenza delle prime fortune capitate per caso.

Portare a casa. Viaggiare è un processo lungo e senza fine.

Prima capisci a mala pena come muoverti, porti a casa aneddoti: la mia febbre in India, la madre di Priya che mi cura con tè allo zenzero, la benedizione dell’elefante, la donna che mi ha portato in giro per Chiang Mai, conosciuta per caso, come il ceco con l’ukulele a Saigon e il vietnamita che mi ha truccato gli occhi per Halloween, la coppia musulmana, con le nonne cattoliche e un fratello induista e tu che capiti lì per caso a pranzo, nella loro casa, insieme a un prete cattolico.
Poi porti a casa avventure: errori di organizzazione, donne che ti ospitano a casa loro e che ancora oggi ti scrivono, un’aggressione in spiaggia rubricata tra le avventure e non più tra i problemi, bus rotti, motorini che bucano nel nulla, su un’isola quattro giorni per la pioggia, passaggi in auto necessari, perdersi, avere paura per una disattenzione, finire nei guai in un luogo isolato e uscirne con l’aiuto di altre persone del posto, capitate lì per caso.
Poi si portano a casa incontri, storie, qualche risposta a domande politiche o culturali che ti devi annotare in fretta pur avendo più tempo. Quando racconto che in Etiopia siamo quasi nel 2012, che ci sono 13 mesi, che le ore si leggono diversamente, mi rendo conto della nostra convinzione di essere il centro, il meridiano di Greenwich culturale, sociale, convenzionale: le reazioni, le osservazioni, le domande, forse anche il mio entusiasmo nello scoprire queste cose – il calendario etiope è solo un esempio – esprimono centralità: ma come fanno? «Siamo noi quelli giusti», il metro di paragone, la misura corretta.
Qualsiasi cosa si porti a casa: autostima, capacità, improvvisazione, imprevisti, stereotipi, racconti di vite, idee diverse dalle nostre, alla fine non sai mai cosa hai perso, cosa hai distorto, quando e quanto hai sbagliato a rispondere, parlare, scattare. A casa non sai mai come riportarlo, cosa raccontare per non generalizzare e rendere tutto piatto e stereotipato: a fatica ne parlo a voce al ritorno, dell’India soprattutto: non so come si fa, non voglio sciupare niente.
Di Gerico mi restano quella terra calda, il mercato, la moschea, i monasteri incastonati nelle rocce, il palazzo di Hisham, il sicomoro di Zaccheo e i suoi semi, qualcosa di Erode che ora non ricordo, la bicicletta presa in prestito all’ostello, l’ostello-casa poco distante dal centro, i volontari che lo gestivano, un giorno in più trascorso camminando, Tito, la strada a piedi.

In copertina, foto di Eleonora Viganò

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