Kosovo 2021

Scritto da in data Aprile 26, 2021

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Neppure 11.000 km quadrati,  meno di due milioni di  abitanti. Una giovane presidente donna, sostenuta da un movimento che ha ottenuto oltre metà dei voti alle elezioni di febbraio. Dati piccoli, ma al tempo stesso straordinari. Sono quelli della Repubblica del Kosovo, di cui parliamo oggi a EstraDati.

Tra i fatti nuovi degli ultimi anni sulla scena internazionale c’è l’emergere di leaders femminili capaci di impersonare rinnovamento, competenza, determinazione e magari anche fascino. In primis Jacinda Arden, Presidente della Nuova Zelanda, eletta per la seconda volta lo scorso autunno sull’onda di una gestione esemplare della pandemia nel suo paese. O la premier finlandese Sanna Marin, che trova il tempo per convocare i bambini in consiglio dei ministri e ascoltare il loro punto di vista sull’emergenza. O la stessa Ursula Von der Leyen, finora “resistente” non solo alle critiche per le scelte della Commissione Europea sui vaccini, ma anche al goffo affronto del Presidente del consiglio europeo in quel di Ankara.

E la lista continua, si allarga. Magari senza molta enfasi, perché accade in luoghi e con volti meno “glamour”. Ma continua. Nella Repubblica del Kosovo per esempio, uno Stato tanto giovane che vari altri stati, come la Spagna, non lo riconoscono ancora. Esiste dal 2008, l’ultima nazione in ordine di tempo a formarsi sulle ceneri della ex Jugoslavia. Ha un milione e ottocentomila abitanti e una capitale, Pristina, che non arriva a cinquecentomila. È qui che due mesi fa è stata proclamata presidente Vjosa Osmani. Ha 39 anni, ne aveva 13 quando divampava l’unica e atroce guerra combattuta nel continente europeo dopo il secondo conflitto mondiale. Qualche anno dopo fuggì all’estero: come lei, una moltitudine di uomini e soprattutto donne e bambini, in numero pari a oltre un quarto della popolazione attuale del Kosovo. Ha studiato a Pittsburgh, negli States, poi ha fatto ritorno. Nella passata legislatura era una determinata presidente del parlamento. E dopo le elezioni d’inizio 2021, la messe di preferenze l’ha imposta a coronare un cambiamento che fa sponda con il volto di Albin Kurti, oggi Primo ministro e già leader del movimento “Autoderminazione”, più del 50% dei voti all’ultimo spoglio.

Vista dall’altra parte dell’Adriatico, un capo dello Stato di neppure 40 anni non può che saltare agli occhi. Tanto più se è donna, in un’area geografica storicamente  ispirata al patriarcato. E tanto più se non è sola: lo sono quattro parlamentari su dieci, dopo le ultime elezioni, e sono in buona parte giovani. Nel suo piccolo, altro volto noto tra queste è − suo malgrado – Saranda Bogujesci: ha 35 anni, quando ne aveva 13 fu messa al muro e fucilata al pari di mamma, nonna e due fratelli. A differenza dei quali però sopravvisse alla fucilazione, per essere trasportata e curata in Inghilterra. Cinque anni dopo, a Belgrado, non esitò a testimoniare a processo contro i suoi esecutori; nel 2021, a candidarsi e venire eletta nel parlamento kosovaro, contribuendo a mandare all’opposizione Hashim Thaci e gli altri ex combattenti che guidavano il paese dalla proclamazione di indipendenza, avvenuta nel 2008.

Kosovo perché

Capire a fondo perché esiste, la Repubblica del Kosovo, è già qualcosa che va ben oltre la durata di una story di facebook. Una regione, con la maggior parte dei cittadini di origine albanese, fu squassata da quasi dieci anni di repressioni e deportazioni per mano serba, che soprattutto tra il ’98 e il ’99 portarono a una tale diaspora e carneficina da decimare gli stessi serbi che l’abitavano: prima 200.000, oggi ridotti a poco più della metà. La Jugoslavia, ovvero quel che per decenni aveva voluto e retto il maresciallo Tito, si era nel frattempo disgregata al punto da legittimare perfino un  nuovo Stato, il Montenegro, ancor più piccolo del  Kosovo. In questo contesto, e con tali retroscena, imporre a oltranza la cittadinanza serba ai kosovari sembrò impossibile; anche a quelle forze internazionali che pur avevano tollerato tanta sofferenza nel conflitto balcanico.

Dal 2008, dunque, il Kosovo è una nuova entità della carta geopolitica europea. Che tuttavia tutt’ora stenta a essere accettata universalmente. L’OMS non la pone ancora nell’elenco per nazioni del monitoraggio vaccinale, per dirne una. E poche settimane fa, per una partita di qualificazione ai mondiali di calcio, in Spagna si è fatto ricorso a stratagemmi grotteschi, tipo scriverla con l’iniziale minuscola, per non accreditare quel riconoscimento ufficiale che il paese di Re Filippo rifiuta a tutt’oggi, nel timore di alimentare i fuochi indipendentisti di casa propria. Alla faccia di chi ha vissuto su una pelle o su un animo bambino le atrocità della guerra; come Samir Ujkani, portiere della nazionale oltre che secondo del Torino, fuggito quando aveva 6 anni con la famiglia in Belgio: dov’è poi cresciuto, come uomo e come calciatore, al punto da esser convocato prima nella rappresentativa albanese, poi in quella del suo giovanissimo stato.

Per la nazionale del Kosovo qualificarsi ai mondiali per ora è un utopia: dopo due partite è ultima del suo girone, a zero punti. Affermarsi come luogo in cui desiderare di vivere, forse lo è ancora di più. La quota pro-capite del prodotto interno lordo è di neppure 5.000 euro (in Italia siamo a 33.000); su scala mondiale occupa posizioni di metà classifica sia nel Global peace index che in quello di trasparenza. Non a caso, anche dopo la fine della guerra nei Balcani, molti hanno deciso di emigrare, perfino in forme estreme. Secondo il Combating terrorism centre, tra il 2012 e il 2019 l’Isis ha accolto da qui 256 foreign fighters, più che da ogni altro stato della regione; adesso non è chiaro quanti dei sopravvissuti vi abbiano fatto ritorno. Tra le singolarità che scorrono tra questo stato e il Medio Oriente, c’è anche la scelta di aprire un’ambasciata a Gerusalemme, primo paese a maggioranza musulmana, terzo in assoluto dopo il Guatemala e l’America di Trump.

Altri dati dei nostri giorni confermano la criticità della situazione. Al 20 aprile era vaccinato contro il Covid lo 0,86% della popolazione, meno di 17.000 persone su una dotazione Astrazeneca di 24.000 fiale, giunte a Pristina solo a fine marzo tramite il programma Covax.

Come accade altrove, la pandemia qui smuove la storia, le fa fare  passi indietro che forse sono in avanti. Per velocizzare la circolazione di mascherine e medicinali, i paesi dell’ex Jugoslavia nei mesi scorsi hanno sperimentato sinergie logistiche inedite per l’era post bellica. Di più: l’idea di un mercato comune, che renda più semplice la circolazione di beni in tutta l’area inclusa l’Albania, è già un programma di massima. Le camere di commercio nazionali sono in contatto, a Sarajevo è attivo il Regional cooperation council, e a Tirana l’analogo dedicato ai giovani promuove iniziative tra i ragazzi di tutta l’area, tra i quali il podcast Youth Choose, realizzato scegliendo l’inglese come lingua-ponte. La stessa in uso nell’International business college, a Mitrovica: realizzato una decina di anni fa in due sedi distinte, una per gli studenti di origine serba, l’altra per quelli di etnia albanese, per la prima volta lo scorso anno ha riunito gli iscritti in lezioni comuni.

Gli studenti kosovari di oggi non hanno visto la guerra nei Balcani con occhi propri, piuttosto nei racconti e nei malesseri delle generazioni precedenti, o nelle deviazioni forzate che le storie delle proprie famiglie hanno dovuto seguire. Come quella di una ragazza nata a Londra nel ’95, tre anni dopo la scelta dei genitori di lasciare Pristina. Oggi  è universalmente nota come Dua Lipa: canta in inglese ma non fa mistero delle proprie origini: l’associazione fondata con il padre sostiene giovani artisti kosovari, e al festival musicale di Pristina ha portato amiche come Miley Cyrus.

Il giovane stato di Vjosa, Saranda o della famiglia di Dua Lipa, non è oggi un luogo in cui sognare di vivere. Però è uno stato giovane, che nel suo piccolo riesce a esprimere forze fresche in posizioni che possono fare la differenza. Vista dall’altra parte dell’Adriatico, non può  non fare un certo effetto.

Audio credit: Dua Lipa, Want to.

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