La cultura dell’emergenza ci ruba il futuro

Scritto da in data Dicembre 18, 2020

A cura di Giulia Rodano

Affrontiamo oggi un’altra parola usata e abusata continuamente nel nostro dibattito pubblico: la parola “emergenza”. In Italia viviamo in una “emergenza cronica”. È evidente che si tratti di un ossimoro, di una contraddizione in termini. Se una situazione costituisce un’emergenza, un’eccezione, non può esserci sempre.

Eppure alcune emergenze durano decenni, dalle ricostruzioni dopo i terremoti alla gestione dei sistemi sanitari pubblici, che in alcune regioni sono in emergenza da decenni e da decenni sono governati da commissari “straordinari”. Possibile che tutte queste emergenze non ci lascino niente, non un’esperienza ripetibile, non una struttura permanente di intervento, non una organizzazione della nostra vita pubblica che le prevenga e sia in grado di affrontarle?

Affrontare ogni evento come se fosse un’emergenza imprevedibile e straordinaria non ci aiuta, anzi ci disarma, ci impedisce di vedere il futuro e soprattutto di immaginare una convivenza possibile con la natura che ci circonda. Noi donne paghiamo in genere il prezzo più alto nelle emergenze, perché travolgono la vita quotidiana e la sconvolgono.

Pur schiacciate dal peso degli oneri quotidiani, dobbiamo riflettere sulla follia di politiche che hanno trasformato la salute da diritto a prodotto, che hanno cementificato il nostro territorio e costruito senza nessun accorgimento antisismico, che hanno sacrificato l’agricoltura di prossimità in nome di consumi alimentari sbagliati e insalubri.

In copertina: Margherita la pazza di Pieter Bruegel, licence creative commons

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