La felicità degli altri

Scritto da in data Marzo 19, 2021

Quanto vale la vita di un essere umano per poter meritare luce? Nel mondo, a spasso nelle strade larghe di città o tra le viuzze di un villaggio impolverato di un posto lontano chissà dove, passeggiano, corrono, urlano, suonano, scappano o si abbracciano milioni e milioni di persone. Il sole le illumina tutte, ma capita spesso che, pur sotto la luce, alcuni umani passino nel silenzio che soffoca la loro ombra. Valentina Barile ne parla su Radio Bullets con Carmen Pellegrino – storica, scrittrice, meglio conosciuta come abbandonologa – e il suo ultimo libro “La felicità degli altri” (La nave di Teseo).

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Ombre

«Sono nata in una casa infestata dai fantasmi. Allampanati, tignosi fantasmi da cui non si poteva fuggire. A quel tempo vivevamo nella parte ovest di un villaggio che aveva case tutte uguali, tutte al pianoterra, prima che si elevassero. Mio fratello e io speravamo che le case degli altri fossero infestate quanto la nostra. A dieci anni fui allontanata dal villaggio per pura crudeltà, ma i fantasmi non rimasero a casa. Ancora oggi, se mi guardo attentamente allo specchio ritrovo i segni di famiglia, le memorie biologiche fissate in un sopracciglio o nell’arcata dentale. Affrancarmi da quel tanto che di ogni famiglia dovrebbe restare nascosto è stata la mia missione, ma ammetto che di quei fantasmi avverto ancora il soffio. Del resto, quale vita – essendo noi dentro la vita – non ha un passato che torna a dare forma al presente in una vertigine maniacale di ricordi, notti e notti di sonno inquieto, e poi il timore di trovarsi di fronte a una statua enorme – e tu: inerme – che impone da sola il silenzio?» – “La felicità degli altri” (La nave di Teseo).

Carmen Pellegrino: «Il lavoro sulla lingua, in questo romanzo come anche nei miei precedenti, è senz’altro parte determinante del romanzo stesso. Mentre in “Cade la terra”, il mio primo romanzo, era più che altro volto al recupero di parole, di termini desueti e impolverati come la storia stessa che raccontavo, quella di un paese abbandonato, in “La felicità degli altri” quello che mi interessava era anche attingere da ambiti specialistici e recuperare parole che messe in un altro contesto, come quello letterario, risuonano secondo me magnificamente perché questa è poi la forza della nostra lingua, una lingua dal multiforme ingegno – mi viene da definirla – che è anche la mia unica patria».

Luci

Sotto il sole, tra i frammenti di un paese abbandonato o sul ponte di una capitale, a volte passa una donna, un uomo, passano tante gambe che, come delle V capovolte, sembrano ali di uccelli che si aprono e si chiudono emettendo lo stesso sfrego. Ognuno è preso dalle sue gambe, dalla sua direzione tanto che esclude le altre. Ognuno si confonde, diventa così uguale all’altro che paradossalmente il sole non riesce a penetrare per fare ombra. Le ombre si confondono senza dare modo alla luce di entrare. Carmen Pellegrino, per noi, su Radio Bullets: «Il nucleo del personaggio del professor T viene da un fatto di cronaca. Io avevo letto nel 2018 la cronaca del ritrovamento a Venezia del corpo mummificato di un uomo, trovato in casa sua – appunto, in queste condizioni – dopo sette anni dalla morte. Si è poi scoperto che era un professore di liceo − che quindi aveva avuto anche una vita pubblica − e però in questi sette anni di morte, anche quasi civile, nessuno mai era andato a bussargli alla porta, nessuno si era accorto della sua assenza. Quindi dentro di me questa assenza ha cominciato ad agire. Non era la prima volta che leggevo un fatto di cronaca di questa sorta, e tuttavia questa storia aveva qualcosa di più. Un’ombra struggente che in qualche modo ho voluto poi raccontare, prima in un racconto per una rivista e poi mettendolo in relazione con i personaggi del romanzo che avevo già delineato. In particolare, mettendolo in relazione a Cloe. Ed è stato un felice incontro – devo dire – anche per lo snodo narrativo, perché è come se due solitudini molto radicali si fossero poi incontrate e si fossero aiutate. Si sono date reciprocamente una mano, le ombre di Cloe e le ombre del professor T si sono fatte compagnia. Ho dato, sì, una vita di riserva a una vita come tante, che passano sulla Terra senza quasi lasciare orme: questo è terribile! Ho sempre avuto questa attenzione, sia che si parli di luoghi, sia che si parli di case, sia che si parli di esseri umani, un’attenzione alla dimenticanza, a chi cade in una condizione di indifferenza in vita e in morte. L’attenzione a chi siede al buio e nel buio sta. Quindi è un po’ anche, in effetti, la misura di ciò che mi interessa raccontare».

Scrivere per fare luce

Cosa è uno scrittore se non un mezzo per portare alla luce? Da sempre, Carmen Pellegrino è in viaggio tra i frammenti, nella polvere, nel silenzio che soffoca le ombre. E nei suoi ritorni porta con sé il rumore che fanno le cose sepolte quando fremono di avere voce.

Carmen Pellegrino – ©Leonardo Cendamo

«Cloe ha con la scrittura un rapporto che chiama in causa il riordino: le serve scrivere, prendere appunti. Lo ha sempre fatto fin da bambina: appuntarsi cose, pensieri, anche distanze, desideri, per mettere ordine nel suo caos interiore, anche nel caos degli eventi che prova a ricordare in una successione magmatica, a volte anche convulsa di ricordi. La scrittura, in primo luogo, le serve a fare ordine, mettere ordine, a cercare di riordinare gli eventi e le sensazioni legate agli eventi. Poi crescendo, scoprirà nella scrittura anche un mestiere. Lei lavora come correttrice di bozze per la narrativa dedicata all’infanzia e c’è qualcosa di simbolico in questo suo lavoro, in questo mestiere, che per quanto mal pagato sia – lei dice: il mio lavoro è un lavoro mal pagato e non sempre riconosciuto – tuttavia le serve per riparare l’errore, anche simbolicamente, proprio nelle storie dedicate ai bambini, come se ponendo un rimedio a un errore di tipo editoriale potesse, in qualche modo, andare all’origine dell’errore che ha determinato il guasto nella sua vita. Quindi è un rapporto, quello con la scrittura, di aiuto, di mutuo aiuto. Lei salva, in un certo senso, le storie, le bozze delle storie, e ne è salvata in qualche modo. Proprio la parola, la ricerca della parola, la ricerca del termine che la riconduca attraverso richiami evocativi alla ferita primigenia che ha determinato molte delle conseguenze della sua esistenza».

Cloe, Jerus, il professor T, l’abbandono, l’amore. L’accoglienza. Il dolore. I personaggi, i luoghi e le cose sono ritagliati con un bisturi dall’autrice che attraverso “La felicità degli altri”, cuce il suo saggio narrativo sulla ricostruzione delle emozioni. Carmen Pellegrino conclude: «Jerus come Cloe è un altro dei bambini interrotti che vengono ospitati, accolti sulla collina nella casa dei timidi, dove queste due figure donanti e generose di esseri umani − il Generale e Madame − accolgono bambini interrotti, bambini la cui esistenza è stata già segnata da abbandoni o da traumi, e Jerus come Cloe deve in qualche modo abituarsi a qualcosa a cui non è abituato, ovvero alla generosità dell’amore, al dono dell’amore; e lo stesso dovrà fare Cloe, e sarà ancora più difficile per lei. E quando tra i due si determinerà una sorta di legame più forte rispetto al legame che entrambi hanno con gli altri bambini, Cloe fugge perché riconosce, intuisce che c’è qualcosa di simile all’amore nel rapporto con Jerus, ma convinta com’è che lei non abbia diritto alla vita e all’amore, fugge. Continua le sue fughe, che sono poi fughe sempre alla ricerca dell’amore, con questa domanda d’amore che resterà per buona parte della sua esistenza senza risposte, perché lei non può riconoscerlo l’amore fino a quando non si concederà di vivere quella vita che si è negata radicalmente; quindi il rapporto con Jerus è un rapporto fondante anche per la maturità di Cloe, ma lo capirà soltanto più avanti negli anni quando, pacificata in parte con le ombre del suo passato, ricomincerà a vivere, o meglio, a darsi la possibilità di vivere».

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