La lezione di Enea

Scritto da in data Novembre 11, 2020

Eroi, eroine, antieroi. Resistenza. Azione. Il viaggio dell’eroe dalla mitologia ai fatti del mondo. La storia ripresenta ciclicamente il conflitto dell’uomo con il destino, e il tempo che impiega per essere felice, o per non esserlo. Valentina Barile su Radio Bullets con Andrea Marcolongo − scrittrice e giornalista, autrice, tra l’altro, de La lezione di Enea (Laterza).

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Esistono eroi di serie B?

Ci sono parole che, a volte, perché abusate dilatano il proprio senso fino a diluirlo. Ciò rischia di sminuirne il valore. Proprio come la parola eroe, che, spesso, ultimamente, sembra quasi utilizzata in toni canzonatori, soprattutto quando diventa un alibi per altre ragioni. Enea attraversa i tempi e le epoche in sordina. Sembra quasi che le sue imprese vengano mantenute inedite. Andrea Marcolongo, per noi, su Radio Bullets: «Perché Enea è un eroe di serie B? In fondo, stando a Virgilio, Enea parte da una tragedia, la caduta di Troia, e arriva vivo e vegeto a Roma, dove fonda l’Impero antico più maestoso della storia. Quindi perché siamo noi ad avere in mente l’idea di un perdente, o quantomeno di un eroe più debole rispetto ai protagonisti di Omero, che – va detto – invece, fanno una fine… certamente, ottengono la gloria, ma la pagano al prezzo della morte. Perché tutto dipende dal momento in cui leggiamo l’Eneide, ci imbattiamo in Enea. Quando le cose vanno bene, ovvero in tempi di pace, è più che legittimo, normale, umano, scegliere chi essere dal catalogo omerico: se partire all’avventura con Ulisse oppure se vivere di grandi emozioni come Achille. E quello, sì, che ci sembra maestoso, eroico, titanico. Ma quando, purtroppo – e lo sottolineo –, nostro malgrado, le cose vanno male esattamente come in questo momento, ecco il bisogno di Enea, la cui grande capacità è quella di non cedere, è quella non soltanto di limitarsi a resistere, cioè aspettare che la bufera passi, ma di reagire, di trovare in ogni bruttezza, in ogni sgomento la forza di continuare».

Andrea Marcolongo, Acropolis – Partenone (Atene, Grecia)

Andrea Marcolongo – già tradotta in ventotto paesi, conosciuta per aver portato La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza) nel mondo, e autrice de La misura eroica (Mondadori) – si spinge sempre lontano nel tempo e nello spazio per dare un senso alle parole. Diversi sono i mezzi con cui lo fa, una barca a vela, un aereo, una passeggiata tra le rovine. Parte dall’antica Grecia e fa il giro del globo, per poi ritornare alla fonte delle parole. Ed è proprio da questo punto, dal suo penultimo lavoro – Alla fonte delle parole (Mondadori) – che insieme ad Andrea cerchiamo di comprendere meglio le parole fato, destino e pietas riprendendo ciò che ci insegna Enea: «Siamo noi contemporanei, presi da una sorta di Hýbris smisurato, e accecati dall’idea che non ci sia mai fine al progresso e che ogni mattina ci riservi un avvenire migliore rispetto a ieri, che non riusciamo più a comprendere la sintassi della vita virgiliana, e antica in generale. Il Fato non sono altro che le regole del gioco, come quelle di una partita di calcio: qualcuno vincerà, qualcuno perderà, ma cosa accadrà, ovvero che undici giocatori si sfidano in due squadre diverse lo sappiamo già, è il come che, invece, ci interessa. Ecco, tornando alla vita, il Fato e le sue regole del gioco non sono altro che nascere e morire, questo lo sappiamo già in partenza sebbene sia più che legittimo, facile, consolatorio dimenticarsene. La Pietas, invece… attiene al come scegliere di giocare quella partita che chiamiamo vita. Cosa fare all’interno di un inizio e di una fine che sono già stabiliti. E quindi i concetti di pietas, di fato non sono per niente in contrasto con il motto antico dell’uomo artefice del suo stesso destino. È proprio così, l’uomo ha la responsabilità morale di scegliere come vivere il tempo che gli è concesso, quel dono irripetibile che è la vita».

Donne che raccontano di uomini

“Delicate e insieme molto precise sono le parole che il poeta spende per nominare il motivo del suicidio di Didone (Aen., IV, 450-451). Tra queste, il termine “amore” è assente. Non c’è nemmeno la parola “uomo”. Allora l’infelice Didone, atterrita dai fati, / invoca la morte: le dà nausea guardare la volta del cielo. Didone è come svuotata, vivere le è venuto a noia. È dunque per “taedium vitae”, per disgusto della vita stessa, che sceglie di morire – motivazione peraltro riconosciuta dal diritto romano”. Da La lezione di Enea, Andrea Marcolongo.

Didone rappresenta la libertà delle donne. La libertà di scelta delle donne. Enea deve continuare il suo viaggio, è nelle mani del Fato, e Virgilio dà al suo personaggio una impassibilità che viene poi scagionata dall’analisi dell’autrice: «Le mie riflessioni intorno al personaggio di Didone − ma anche di Creusa, di Lavinia e le altre donne protagoniste dell’Eneide − nasce dalla constatazione di come basti entrare in una libreria e sono decine i libri scritti da uomini, dedicati alle grandi avventure del mito classico. In viaggio con Ulisse o grandi imprese omeriche, mentre alle donne viene quasi chiesto di riscrivere, di risarcire le eroine classiche proponendo un finale alternativo della storia, ad esempio, cosa sarebbe accaduto se Enea anziché partire per Roma fosse rimasto accanto a Didone. E, poi, è sufficiente, invece, aprire l’Eneide e riguardare al tempo e al racconto virgiliano per comprendere che il personaggio di Didone è molto, molto più complesso e meritevole di analisi. In questo, Virgilio è insuperabile nel modo in cui riesce a dettagliare gli stati psicologici di questa eroina, basta aprire il testo per rendersi conto di come Didone non sia affatto soltanto la principessa abbandonata dal principe azzurro, tutt’altro. Nel suo scegliere di togliersi la vita è quasi… come se affermasse per la prima volta la sua indipendenza. Didone sceglie di morire gettandosi sulla spada, una maniera atroce di suicidarsi, che nell’antica Roma era prevista soltanto per gli uomini. In questo senso, il poeta è molto chiaro: Didone non si suicida per amore, né per dolore, ma per “taedium vitae”, non riesce più a trovare un senso alla sua vita. Oggi lo chiameremo depressione».

A proposito di parole…

Oggi, nel mondo, il viaggio dell’eroe raccoglie infinite storie di donne e di uomini che resistono, lottano, agiscono, reagiscono a un sistema fondato sul potere. Come avrebbe reagito Enea, in questa precisa epoca storica che stiamo vivendo? Il suo esempio ci induce a sviluppare la Pietas, che Daniel Goleman definirebbe “intelligenza emotiva”, vale a dire quella caratteristica dell’individuo di comprendere la propria emotività e quella degli altri, e di partire dai propri fallimenti per farne delle opportunità. Andrea Marcolongo conclude per noi su Radio Bullets: «Forse è questa la lezione di Enea, se non la più importante, quella che oggi è più urgente. In mezzo a questa seconda ondata, che tanto ricorda il passaggio dell’Eneide in cui Enea, ormai scampato al crollo di Troia, invoca gli dei e dice “Aiutatemi”: è sulla nave diretto verso una terra che non conosce, profugo, invoca gli dei, chiede aiuto e in tutta risposta una seconda ondata d’acqua si abbatte sulla sua nave. Ecco, la lezione più importante di Enea oggi è la differenza tra resistere e reagire. Per resistere non servono doti particolari, basta stringere i denti e, per quanto male faccia, aspettare che tutto passi e che qualcuno ci avvisi che la tempesta è terminata. Reagire, invece, richiede un atto creativo e un atto poetico e, dunque, politico, ovvero non soltanto stringere i denti con tutta la fatica che è richiesta ma quella di trovare senso allo sgomento, di non cedere al ricatto dell’angoscia, ovvero limitarsi a dire: “Fa troppo male e aspettiamo che passi”, ma piuttosto cercare di trovare un senso e un modo di vivere dignitosamente quel tempo di mezzo tra un prima e un dopo».

I consigli letterari della settimana

Questa settimana sul canale di Radio Bullets abbiamo ospite Savino Ciciolla della Feltrinelli Point Altamura

Il sale della terra, Jeanine Cummins – Feltrinelli

Exit west, Mohsin Hamid – Einaudi

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