Le ragazze con la patente

Scritto da in data Ottobre 23, 2018

Afghanistan – Nel 2017 350 donne hanno preso la patente a Kabul: ottanta di loro provenivano dalla scuola guida aperta dalla Nove Onlus, fondata da un’italiana. Guidare per le donne è la conquista di una nuova frontiera e allora a Radio Bullets non resta che fare un giro con loro. Barbara Schiavulli da Kabul

Le donne non sono mai state una visione in Afghanistan. Almeno non come si pensava sarebbe accaduto dal 2001 con la presunta caduta del regime talebano. Che ci fosse un governo plasmato secondo i nostri criteri, per molto tempo non ha significato molto nella vita delle donne. Nella capitale si girava e si vedevano solo uomini, uomini dai volti duri, fieri, barbuti, con gli occhi spesso gentili e i lineamenti arcigni. Le donne nelle strade erano nuvole di tessuto azzurro, relegate dietro alla leggerezza sintetica di un burqa e alla pesantezza di una tradizione neanche tanto antica, che le allontanava alla vista di tutti. Mariti, padri che non volevano che le “loro” care fossero viste, o loro stesse che si sentivano più sicure nascoste in uno scafandro che consentiva loro di muoversi nel mondo senza che qualcuno ne potesse sparlare. Erano invisibili, erano solo madri, figlie, mogli che ogni giorno grattavano un po’ di libertà come quella di andare a scuola, di andare al mercato, di uscire con le amiche. Gli anni sono passati, la situazione è migliorata, ma parliamo sempre di un Paese in guerra, di un Paese che fa due passi avanti e tre indietro, anche nelle grandi città dove la vita si compie più in fretta. Sono arrivati gli stranieri, sono arrivate le Ong, sono arrivate donne diverse che nei limiti del rispetto di una cultura differente hanno insinuato l’accettabilità dei diritti e della necessità che le donne esistano al di là dei loro ruoli familiari.

Per la prima volta nei miei 17 anni di viaggi in Afghanistan e in particolare di viaggi nella sua incasinata capitale,  vedo una Kabul diversa. Per quanto le donne siano sempre state il simbolo di un Paese che lottava, si affermava, che aveva sofferto ma non si era spezzato, ora le vedo. Prima erano solo le donne che intervistavo, o l’amica di qualche amica che si sollevava il burqa, allentava il velo, ti parlava e poi scompariva di nuovo. Occorre ripeterlo: hanno lottato, ogni cosa che oggi fanno se la sono dovuta riconquistare, spesso a caro prezzo. Ma i giovani sanno che il mondo è tutto tranne che immobile e congelato. Era quello che volevano i talebani, è quello che spesso vuole la mentalità maschile, ma non si può fermare l’onda inarrestabile che spazza via tutto davanti al desiderio di una persona che crede che ci possa essere un futuro migliore. E questo significa studiare, lavorare, scegliersi il proprio compagno, uscire di casa con le amiche, imparare altre lingue, viaggiare da sole, imparare un mestiere. Tutto quello che per noi è scontato, per le donne afgane è stata una battaglia, più grande di quella combattuta dai soldati armati, più grande di quella di qualsiasi nazione. Avevano solo le loro mani nude, l’inarrestabile volontà e l’aiuto spesso di persone che sapevano che non esistono tunnel senza fine.

le insegnanti di Nove Onlus

La strada è ancora lunghissima. Se camminando per una città occidentale quasi tutto è normale, qui vedere i volti delle ragazze truccate, i loro sorrisi luminosi, i veli colorati alla moda, i loro bisbigli allegri, è come vedere un pinguino che cammina per Roma. Un giorno forse sarà anche qui normale camminare, senza notare gli uomini che ti fissano perché non porti il velo, o che non ti spintonano perché gli passi davanti, o che non ti dicono brutte parole solo perché stai camminando da sola. Forse un giorno sarà così,. Oggi siamo in quella fase di transizione in cui si costruisce il Paese del domani. Non ce ne si può accorgere se non si è qui, e forse nemmeno se non si è una donna. Per gli uomini tutto è normale: andare a comprarsi un cellulare, mangiare al ristorante o guidare una macchina. Per loro è “sempre” tutto normale, sono cose che a nessuno verrebbe in mente di mettere in discussione. Per qualche strano motivo, invece, per le donne è tutto più faticoso, più lungo, più sottilmente doloroso, perché devono costantemente combattere contro tutto, che sia un padre o un sistema, una mentalità o una religione. Poi ci si accorge che la differenza la fanno due cose, più pericolose di qualsiasi arma: l’istruzione e la determinazione. Una donna istruita e determinata la puoi solo uccidere per fermarla, e non dirò che questo non avviene: ogni ragazza che ha appeso il burqa al chiodo lo ha fatto grazie al lavoro di quelle prima di lei, una missione che si tramanda, che ti passa nel dna. Donne che sono nemiche di quel sistema, che creano scompiglio, che sradicano tutto quello che era sempre stato.

Oggi siamo andate a lezione di guida. Esistono dei corsi privati, ma sono costosi e non accessibili. Poi c’è Nove Onlus, una di scuola di formazione per avviare le ragazze al mondo del lavoro. E per una donna lavorare significa non dover dipendere da nessuno, significa poter prendere decisioni, riconoscersi, stimarsi, non dover ridurre. Niente di male se si sceglie consapevolmente di esistere solo nel ruolo di madre, come è stato per decenni. Diversi anni fa mi sono imbattuta nei progetti di Susanna Fioretti quando lavorava ancora nella Cooperazione italiana, all’epoca scrissi di vedove che imparavano a tagliare pietre preziose e ad aggiustare i cellulari, forse i primi che si vedevano a Kabul. Sono trascorsi gli anni e siamo ancora tutte qui a parlare di donne, di cose da fare, di soldi che servono, di quella rivoluzione che ognuno con i suoi mezzi contribuisce a fare o raccontare.

“La onlus è stata formata nel 2012, lavora in Afghanistan dal 2013 e nel 2014 ha aperto un centro di formazione professionale femminile offre corsi di inglese, computer, cucina, scuola guida a circa 1856 studentesse,” ci dice Susanna Fioretti che raggiungiamo telefonicamente in Italia. Finora sono state 1.392 le ragazze che hanno completato i corsi, e 230 quelle che attualmente sono in formazione. “Tra i corsi c’è un job advisor che insegna a compilare i cv, consultare internet, come trovare lavoro, e in alcuni casi sono state collocate lavorativamente una parte delle studentesse”. Tra i donatori Ra.Mo spa, The Nando and Elsa Peretti Foundation, Altai e Lg Investimenti.

Quello che a noi oggi interessa sono le donne al volante. E’ necessaria però una premessa. Kabul è una città di cinque milioni di abitanti divisa in settori, quartieri, vie e alcune zone, quelle dove ci sono ricchi e ambasciate o basi militari, sono super protette con muri altissimi. Sono arterie che vanno da strade molto grandi e asfaltate a viuzze di terra battuta, spesso accompagnate da un sistema fognario a cielo aperto. Il traffico è incessante, anarchico, prepotente. Non ci sono semafori, non ci sono precedenze, non ci sono strisce pedonali, non ci sono segnali stradali, ognuno guida come se fosse solo e il clacson è l’arma da usare prima di tirar fuori una pistola, per chi vuole superare in fretta l’ingorgo. I passanti attraversano senza guardare né a destra né a sinistra, si buttano, tirano dritto, non si fermano se una macchina arriva, lasciando che sia del guidatore l’abilità a evitare l’audace attraversatore. Nella peggiore delle ipotesi, lo investe. Per gli uomini è facile avere la patente, ci vuole poco, si paga e via. Se poi uno ha il padre che fa l’autista, tu di conseguenza lo diventerai, come una volta i figli dei medici facevano i dottori. Per le donne il processo è più lungo, perché a loro viene  insegnato tutto, dai cartelli stradali a come cambiare una ruota, da come cambiare l’olio a tutte le regole che esistono, almeno in teoria.

La scuola guida è molto importante anche se non dà un’occupazione immediata, come danno invece altri corsi, ma la mobilità delle donne a Kabul è molto difficile.  Molte donne non possono salire sui taxi perché sono guidati dagli uomini, tantomeno negli autobus in cui sono a stretto contatto con gli uomini; per strada vengono spesso disturbate ed è un problema per loro.  Molte di loro hanno a disposizione una macchina di famiglia che possono usare in certi periodi, in certi momenti della giornata. Anche se è Kabul è meglio di altri posti, molte ragazze non avrebbero potuto frequentare un corso di formazione misto e tuttora dobbiamo far firmare le famiglie che accettano. e Facciamo una selezione molto accurata e questo ci consente di avere anche dei numeri di drop out a zero: tutte quelle che hanno frequentato i corsi, hanno conseguito le licenze”.

Malik Khoreshi

Malik Koreshi rappresenta la Nove Onlus.  Ci accompagna nel mondo della scuola guida: quello che offrono è un corso gratuito, preferiscono selezionare delle ragazze che abbiano già un lavoro, che abbiano studiato e che siano molto motivate anche perché non imparano solo a guidare la macchina. Devono affrontare un’intera società ostile, devono saper rispondere, affrontare, non cedere.  Per guidare bisogna essere anche forti, quelle che non vengono prese spesso scoppiano in lacrime. Tra l’altro al centro c’è anche un corso d’inglese per donne disabili, un progetto quasi unico a Kabul, dove le barriere architettoniche sono il primo ostacolo ad una vita normale.

“Dobbiamo guardare da dove veniamo e dove siamo”, ci dice Koreshi. “Siamo in un posto dove le donne non potevano andare a comprare qualcosa per loro in un negozio, nemmeno se era la donna stessa  il capo famiglia; le donne non potevano andare a scuola, le donne non potevano lavorare. Non abbiamo trascorso gli ultimi anni in pace: le donne sono vittime della guerra, sono quelle che soffrono di più della violenza, e ancora abbiamo il 90 per cento di analfabetismo e abbiamo ancora i fondamentalisti nel governo e nella società, ancora abbiamo molte difficoltà con la cultura. Tante cose non sono permesse alle donne, non pensare solo a Kabul. E’ molto facile costruire una scuola, mettere su mattone su mattone, ma per cambiare la mentalità ci vogliono anni eppure noi combattiamo. Ci sono state le elezioni l’altro giorno e per tutta la strada verso il seggio ho pensato se sarei tornato a casa vivo: questa è la situazione. Questa è una rivoluzione, queste donne che vengono a studiare stanno facendo qualcosa di straordinario, sono una piccola luce in una società buia”.

Prima di andare a conoscere le ragazze con la patente, chiacchieriamo di futuro, un futuro che parla sempre di sostenibilità: “Stiamo cercando fondi per intensificare i corsi l’anno prossimo e prendere due o quattro delle diplomate con noi. Vogliamo  provare a fare, con un pulmino 12 posti , un servizio sperimentale di trasporto donne per donne, una specie di taxi service che inizialmente sarà organizzato da noi come trasporto gratuito delle donne che lavorano al ministero e che, a causa del taglio dei fondi, non riescono a raggiungere il posto di lavoro. Sarebbe fantastico per insegnanti o studentesse, sarebbe un piccolo progetto pilota che se ha successo potrebbe preludere alla creazione di una compagnia innovativa femminile come quella di taxi service. Però è solo un’ipotesi, perché a oggi non abbiamo ancora i finanziamenti”.

E finalmente giunge il momento tanto atteso, si sale in macchina con Habiba, proprietaria di due saloni di bellezza, (va a prendere le sue dipendenti e poi le riporta a casa), e si parte. Seria, mette perfino le frecce, cosa che nessuno fa a Kabul, guarda gli specchietti retrovisori e viene fissata da ogni persona che sfiora, che sia in macchina o a piedi. Le altre ragazze sorridono e ridacchiano, non gliene importa niente, sfoderano la patente come se fosse una spada, spiegano di sentirsi autonome, di non dover chiedere niente a nessuno, che se qualcuno sta male in famiglia possono agire, se vogliono andare all’università possono farlo. Certo, tutto questo previo permesso del marito nel caso di Habiba, o dei genitori nel caso delle ragazze che studiano, ma è pur sempre un passo nel futuro. Non è solo guidare, è conquistare lo spazio. E’ autodeterminazione. E’ controllo e non il mondo che controlla te. “Sono felice di guidare, risolvo i problemi da sola, prima quando dovevo andare a lavorare doveva sempre portarmi mio marito, ora ho la patente, e poi sono più sicura di me stessa, posso anche prendere un taxi da sola”. E se la gente ti fissa o ti dice qualcosa? “Mio marito mi sostiene, degli altri non mi importa nulla”.

Questo servizio è stato realizzato grazie al sostegno degli amici e delle amiche e dagli ascoltatori/trici di Radio Bullets

Per saperne di più della scuola di formazione:

http://www.noveonlus.org/

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