Le ragazze della protesta

Scritto da in data Gennaio 14, 2023

KABUL – Yaqout mi allunga una fetta di torta. Rukia mi guarda in disparte mentre Ahwa si accerta che la stanza sia abbastanza calda. Sul tappeto ci sono i cuscini dove siamo appollaiate, dolci, arance desiderose di essere mangiate. Se non fossimo dove siamo, potrebbe essere una tranquilla tarda colazione tra un gruppo di amiche. Ma non siamo in un posto dove questo è possibile. Siamo in Afghanistan. La grazia che le circonda è spezzata dal tremolio delle mani di una, dalle lacrime pronte a esondare di un’altra, dalle occhiate che la padrona di casa lancia fuori dalla finestra per tenere tutto sotto controllo, in un quartiere di Kabul tra quelli più poveri e martoriati dalle esplosioni.

Sono belle, una di loro addirittura truccata con un velo rosso che le incornicia il volto e la fa sembrare quasi una madonna. Sono giovani − 23, 29, 33 anni − e hanno già tutte vissuto più di quanto qualsiasi ragazza della loro età dovrebbe essere stata costretta a vivere. I loro volti non sono famosi ma neanche sconosciuti, le abbiamo viste nei video, negli appelli, tra quel manipolo di donne, coraggiose quanto folli, che scendono in piazza da quando i talebani hanno preso il potere. E loro hanno perso qualcosa.

Chi ha perso il lavoro, chi la possibilità di studiare, chi il sogno di una vita migliore. «Abbiamo fatto tanti sacrifici in questi venti anni, non crediate che perché prima andavano a scuola fosse facile farlo, molte di noi camminavano ore per arrivarci, altre hanno dovuto convincere le famiglie, altre ancora hanno dovuto sfidare la guerra per poter studiare, arrivare all’università. Era difficile ma si poteva fare, ora è tutto impossibile».

Da quando i talebani hanno preso il potere, nell’agosto 2021 dopo uno sconsiderato accordo di pace siglato l’anno prima dall’ex presidente americano Trump, per metà della popolazione dell’Afghanistan tutto è cambiato. E ogni giorno che passa si scopre che c’è qualcosa di nuovo che può essere loro tolto.

Qualche mese fa Yaqout era una normale studentessa, quando lo scorso settembre ha partecipato a una manifestazione in solidarietà delle ragazzine uccise nel centro di insegnamento Kaaj, nel quartiere di Dasht-e-Barchi, nella parte occidentale della capitale. Morirono venti ragazze e decine furono ferite. Poi è tornata al campus universitario, è andata a cena con tutte le altre mentre via Whatsapp preparavano la  manifestazione del giorno dopo.
Quella notte, dopo aver mangiato riso e fagioli, sono state tutte male. Avvelenamento da cibo, hanno detto i medici. E la manifestazione è stata rimandata. «Quando scendiamo in piazza i talebani arrivano, ci picchiano, ci arrestano, ci minacciano, ci prendono a male parole, ma non possiamo fermarci, anche se ci siamo solo noi. Nessuno ci aiuta, siamo sole in questa lotta».

Perché gli uomini non vi aiutano come fanno in Iran? «Gli uomini hanno paura di essere uccisi ed è vero, le autorità sono più brutali con loro, rischiano di perdere il lavoro e di non poter provvedere alle famiglie. Li capiamo, anche se per noi è un grande dolore, non perché abbiamo perso qualcosa di scontato, tutto quello che avevamo ce l’eravamo guadagnato». La famiglia di Yaqout le ha detto di non tornare a casa, di fare quello che vuole, ma di non tornare perché li avrebbe messi in pericolo, e così con lei ci sono solo le sue amiche, quelle con cui si ritrova e pensa a come far sentire la propria voce soprattutto ora che non possono più andare all’università.

«Facciamo del nostro meglio, ma non andremo lontano se il resto del mondo non fa più pressione, se non li ferma, se non li convince che un paese di donne ignoranti e infelici, non è un paese, è un inferno».

Un inferno ghiacciato in questi giorni a Kabul, dove le temperature scendono fino a venti gradi sotto zero e si muore sotto ai ponti dove vivono i tossici, nei campi degli sfollati o nella case senza riscaldamento, perché non c’è un maschio che può lavorare e pagare la legna da mettere nelle stufe.

Rukia, ha ventinove anni e non parla molto rispetto alle altre, molto più ciarliere. L’hanno presa durante una protesta. Si è fatta tre giorni di prigione. L’hanno messa da sola in una stanza e non le hanno fatto avvisare la famiglia. «La cosa pazzesca è che non mi hanno chiesto perché protestavo ma incessantemente, tra un insulto e l’altro, mi chiedevano per quale paese facessi la spia. Non faccio la spia per nessuno, ho studiato fino alle superiori, mi sono sposata, mio marito che era nell’esercito è morto e io ora non so come sfamare i miei figli perché non posso lavorare». Ricaccia indietro le lacrime. Non vuole far vedere che si emoziona. Non si sa se è più rabbia o dolore.
Quando l’hanno liberata, dopo che suo padre ha supplicato di lasciarla andare perché era la madre di due bambini, lei ha dovuto giurare che non avrebbe più protestato. Lo dicono a tutte quelle che vengono prese con la minaccia che se la sarebbero presa col padre e con i fratelli. Da allora non ha più partecipato alle proteste, «ma otto giorni fa ci siamo incontrati perché volevamo organizzare una conferenza stampa, ero stata contattata da un’attivista, Sultan Ali Ziai, e mentre parlavamo sono arrivati i talebani, hanno fatto irruzione e lo hanno preso. Non sappiamo più niente di lui».

Le tengono d’occhio, motivo per il quale ci troviamo nella casa di un’amica che con la dissidenza non ha nulla a che fare, ma che si è prestata al nostro incontro. Non hanno paura di mostrare la faccia, perché tanto sanno chi sono, ma non hanno intenzione di rendere la vita facile a chi ha reso la loro impossibile.

Ahwa è la più grande, trentatré anni, ha lavorato per l’ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah, e innumerevoli volte sconfitto come candidato presidenziale. Ha lavorato per la municipalità ed è stata perfino candidata consigliera nella sua provincia. Anche lei si è fatta prendere a bastonate mentre nel corteo di donne gridava “libertà, lavoro e istruzione”. È sposata, ha quattro figli e un marito che, per quanto preoccupato, non la ferma perché l’Afghanistan è degli uomini quanto delle donne e «nessuno dovrebbe accettare questa situazione».

«È un nostro diritto studiare, esattamente lo stesso di tutte le altre donne del mondo, camminavo ore per arrivare alla scuola, ho studiato e mi sono laureata e ora siamo tutte chiuse in casa con le nostre vite cancellate», come se le avesse travolte un terremoto dove però non si può ricostruire.

Quando chiediamo loro come si spiegano che i talebani facciano tutto questo, si scatena il putiferio. Sono arrabbiate e molto. Le loro voci si alzano fino a quasi diventare uno stridulo, i veli si scompigliano, le mani gesticolano, parlano così veloce che è difficile seguirle. È come se fosse bastato un gancio per accenderle. «I talebani che oggi vediamo per le strade sono stati presi da piccoli, molti erano orfani, portati nelle scuole coraniche estremiste del Pakistan e gli è stato fatto il lavaggio del cervello», dice una. «Gli hanno detto che le donne sono il male, probabilmente per tenerli concentrati sulla guerra, e ora si aspettano che le donne soccombano». Ma i leader più anziani non sono così, interviene un’altra, «molti di loro hanno le figlie all’estero dove studiano, ma devono tenere questa versione perché se no la manovalanza talebana si porrebbe delle domande e si rivolterebbe. Ma non so quanto si potrà andare avanti così, se non succede qualcosa la nostra miseria diventerà sempre più profonda».

Per loro c’è una sola possibilità: che il resto del mondo intervenga, non con una guerra, ma con pressioni politiche. «I talebani ricevono soldi, bisogna bloccarli. Fanno affari con paesi che se ne fregano dei diritti, bisogna bloccarli. Vogliono uscire dal paese, bisogna bloccarli». Il tempo stringe, il tepore della stufa ci avvolge. È l’ora di andare, ma c’è ancora l’ultima domanda, quella più importante: Che cosa vi manca più di tutto da quando tutto è cambiato? Nessuna esitazione, rispondono in coro come se non esistesse altro per cui vivere: «Azadì», dicono come se fosse un colpo di frusta. La libertà.

 

Questo reportage è stato realizzato grazie al sostegno dei lettori di Radio Bullets che ci hanno permesso di tornare in Afghanistan. Se vuoi continuare a sostenere il giornalismo che frantuma il silenzio clicca su Sostienici

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