Lo spettro della recessione aleggia sull’economia mondiale

Scritto da in data Ottobre 10, 2023

Dalla Cina all’Europa, all’Africa l’economia mondiale è in affanno, quali sono le cause?

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Le previsioni di una prossima recessione

Secondo un vecchio adagio la differenza tra un ottimista e un pessimista è che il pessimista è semplicemente un ottimista ben informato. In realtà ottimismo e pessimismo sono stati d’animo che dipendono più dall’indole personale che non dalla quantità di informazioni delle quali si dispone. Negli ultimi mesi il pessimismo sembra pervadere molti economisti che prevedono a breve una recessione, se non addirittura un nuovo crollo dei mercati mondiali, con una crisi che sarà peggiore persino di quella del 2008, dopo il fallimento della banca americana Lehman Brothers.
Dopo gli scongiuri del caso, i gesti apotropaici e i riti scaramantici che ognuno di noi preferisce, sfatiamo subito un mito: gli economisti, anche se molti ci provano, non sono in grado di fare previsioni economiche. O, detto in altro modo – un po’ più tranchant – solitamente le previsioni degli economisti hanno un’affidabilità simile a quella degli oroscopi che fanno gli astrologi, cioè molto bassa, con buona pace di coloro che credono agli oroscopi. Nessun economista, per quanto intelligente, preparato, competente, è in grado di fare previsioni affidabili perché l’economia è un sistema complesso e le variabili che sono in gioco e delle quali occorrerebbe tener conto sono troppe per una mente umana, anche la più brillante e sofisticata.
Ci sono comunque nell’economia internazionale diversi segnali che destano preoccupazione, cerchiamo di analizzarli partendo da quel che sta succedendo all’economia della Cina. Nel podcast precedente ci eravamo occupati della crisi del settore immobiliare cinese che, in realtà, è soltanto uno dei problemi che quel Paese deve affrontare in questo momento.

La crisi dell’economia cinese

La settimana scorsa il fondatore di Evergrande, la prima società immobiliare cinese, che versa in una grave crisi debitoria, è stato messo agli arresti domiciliari e anche alcuni top manager dell’azienda sono finiti al “gabbio” con l’accusa di malversazioni. Le inchieste giudiziarie non risolveranno i problemi dell’azienda e per far fronte all’enorme bolla del settore immobiliare, di cui la situazione di Evergrande è soltanto la punta dell’iceberg, le autorità cinesi dovranno prevedere interventi più strutturali e decisi, probabilmente mettendo mano al portafoglio.
Il problema è che l’intera economia cinese sembra impallata. La disoccupazione giovanile ha superato il 21%, le importazioni sono calate del 12% e le esportazioni sono diminuite del 14%. Anche il flusso degli investimenti esteri si è ridotto consistentemente. Molte aziende straniere, soprattutto americane ma non solo, stanno chiudendo i loro stabilimenti in Cina e delocalizzando in altri Paesi asiatici, come Vietnam o Indonesia. Ma vanno male anche le vendite al dettaglio e la crisi del settore immobiliare fa crescere il debito delle amministrazioni locali. Anche la demografia sembra cospirare contro la leadership di Xin Jin Ping. Dal 2022 la popolazione cinese sta diminuendo, poche decine di migliaia di abitanti in meno che, nel 2023, diventeranno alcune centinaia di migliaia, poca roba per ora, ma indicano un trend che proseguirà nei prossimi anni accentuandosi. Il problema è che la popolazione cinese sta invecchiando, il benessere che con la crescita economica si è diffuso soprattutto nelle aree urbane ha portato a comportamenti simili a quelli dei Paesi occidentali. Le donne studiano e lavorano, vogliono fare carriera, realizzarsi, divertirsi e non soltanto crescere i figli come facevano nella Cina rurale e quindi di figli se ne fanno sempre meno. A ciò si aggiunga che, durante il periodo maoista, per frenare la crescita demografica era stata varata la cosiddetta politica del “figlio unico”. Ogni coppia non poteva avere, se non in casi eccezionali, più di un figlio col risultato che nelle aree più arretrate si preferivano i figli maschi mentre se il concepito era femmina si ricorreva all’aborto. Il risultato a qualche decennio di distanza è che in Cina, caso più unico che raro, la popolazione femminile è di diverse decine di milioni inferiore a quella maschile, ma se ci sono meno donne alla lunga ci saranno meno bambini.
Ma la Cina è in difficoltà anche perché la guerra di Putin contro l’Ucraina si prolunga con diverse conseguenze negative, a cominciare dalle spinte inflazionistiche, che riducono il potere d’acquisto dei consumatori e la domanda aggregata a livello mondiale, riducendo gli scambi internazionali e, per un Paese come la Cina che deve una gran parte della sua crescita economica alle esportazioni, non è una buona notizia.

Il rallentamento dell’Eurozona e le politiche della BCE

Se la Cina è in crisi, anche l’Europa non se la passa tanto bene. In tutta l’Eurozona la produzione industriale è ferma, i consumi delle famiglie sono in calo, gli investimenti privati si riducono, le insolvenze delle imprese sono in crescita ovunque. La Germania, la locomotiva d’Europa, chiuderà il 2023 in recessione con un calo del PIL che ad oggi è stimano del -0,4%. All’Italia va un po’ meglio grazie ai risultati strabilianti del settore turistico e dovremmo chiudere l’anno con una crescita del +0,8%.
La BCE continua la sua politica di lotta all’inflazione a colpi di aumenti dei tassi d’interesse, con l’effetto di spingere le economie europee verso la recessione più che stroncare l’aumento dei prezzi. L’inflazione si rivela più coriacea del previsto, anche se qualche leggero segnale di riduzione si intravede. Il problema però è più strutturale. La BCE si trova di fronte alla classica “alternativa del diavolo”. Se non fa nulla l’inflazione si mangia i redditi dei cittadini europei che si impoveriscono, soprattutto quelli a reddito fisso, pensionati e dipendenti. Se combatte l’inflazione con le armi che ha a disposizione, che sono oggettivamente poche, la principale è la variazione dei tassi d’interesse, rischia di mandare in recessione l’intera economia dell’Eurozona.
Ma perché è così complicato frenare l’inflazione? Perché se i consumi e gli investimenti diminuiscono, l’inflazione continua a galoppare? Perché il classico meccanismo di mercato, per cui se la domanda cala anche i prezzi dovrebbero calare, non sembra più funzionare?
La risposta a queste domande è complicata e non c’è una risposta univoca. Innanzitutto va detto che le leggi economiche non sono leggi fisiche come la gravità o la velocità della luce, c’è una buona probabilità che funzionino, date certe condizioni, ma se le condizioni cambiano potrebbero non funzionare. Torniamo a quello che dicevamo all’inizio a proposito della difficoltà di fare previsioni economiche affidabili. I modelli teorici che costruiscono gli economisti a tavolino e che utilizzano per elaborare le loro teorie e le loro interpretazioni sono, ovviamente, una semplificazione della realtà, con tutti i rischi del caso, compreso quello di elaborare teorie sbagliate.
Ma a parte le questioni, diciamo, di metodo, a complicare ulteriormente il quadro contribuiscono altri due fondamentali problemi, sui quali le banche centrali non hanno nessun controllo ma che depotenziano le loro politiche antinflazionistiche, il primo si chiama guerra in Ucraina e il secondo si chiama speculazione finanziaria.

La guerra in Ucraina e l’inflazione

Cominciamo dalla guerra. Il conflitto tra Russia ed Ucraina si è trasformato, per scelta dell’amministrazione americana, in uno scontro geopolitico tra quello che i russi ormai chiamano “Occidente collettivo” e la Federazione Russa.
Quando un anno e mezzo fa circa la Russia invase l’Ucraina, gli Stati Uniti imposero ai loro alleati europei e alla NATO una loro strategia: occorreva sostenere l’Ucraina e logorare la Russia per indebolirla e stroncare sul nascere le velleità neoimperialiste di Putin e della sua cricca.
Si pensava, o meglio si sperava, di piegare la Russia con le sanzioni economiche, rifornendo gli ucraini di armamenti moderni e di tecnologia militare, e la macchina propagandistica occidentale indicava come obiettivo finale la sconfitta militare di Mosca. Putin era il nuovo Hitler, la Russia un Paese sull’orlo del disfacimento militare, politico ed economico, nessuno spazio poteva esserci per una trattativa, d’altronde con i criminali di guerra non si tratta. Ma la realtà e i numeri, prima o poi, presentano il conto. L’idea di chiudere la partita con una rapida sconfitta militare della Russia si è rivelata per quello che era: un’assoluta scemenza. Gran parte degli esperti militari occidentali, a differenza dei guerrafondai da salotto che abbondano nelle redazioni dei nostri giornali, hanno sempre espresso il loro scetticismo. I russi hanno fatto molti pasticci, hanno subito perdite pesantissime ma sono e restano ancora una delle principali potenze militari e la seconda potenza nucleare del pianeta. Gli ucraini hanno dimostrato un coraggio e uno spirito combattivo che rasenta l’eroismo, ma sono troppo pochi per sopraffare i loro avversari. Il problema di quel conflitto è che, per come si sono messe le cose, sin da subito, dopo le prime settimane di guerra, era evidente a chiunque avesse conservato un minimo di lucidità analitica, che si trattava di una guerra che non poteva essere risolta sul piano militare. La Russia non ha la forza e la capacità di sconfiggere l’Ucraina supportata dall’Occidente così come, a sua volta, l’Ucraina, anche se supportata dall’Occidente, non ha la forza e la capacità di sconfiggere la Russia. Nessuno dei due contendenti può vincere, ma nessuno dei due può perdere. Perdere la guerra per la Russia comporterebbe il rischio di un crollo del regime di Putin, se non persino di un disfacimento politico della stessa Federazione russa. Perdere la guerra per l’Ucraina comporterebbe la perdita dell’indipendenza e la scomparsa come nazione. Per gli Stati Uniti e l’Occidente tutto, una sconfitta dell’Ucraina significherebbe una sconfitta geopolitica dalle conseguenze disastrose ed imprevedibili. Stando così le cose l’unica soluzione possibile – e sottolineiamo l’aggettivo unica – è di tipo politico. Ebbene sì, noi occidentali, rimbesuiti da un anno e mezzo di propaganda bellicista, dobbiamo metterci in testa che l’unica via d’uscita è un accordo con il signor Putin, per quanto antipatico ci possa risultare. D’altronde la pace si fa con i nemici, come ovvio! E non veniteci a raccontare la solita manfrina che sono gli ucraini che debbono decidere se e quando fare la pace con i russi, perché anche questa è una sonora scemenza. Gli ucraini, purtroppo per loro, e nonostante abbiano le migliori ragioni dallo loro parte, non sono in condizioni di scegliere nulla perché sono un popolo invaso ed una nazione distrutta e virtualmente fallita. Se vieni invaso da qualcuno non hai scelta: o ti arrendi o combatti. Gli ucraini hanno scelto la seconda strada e non hanno, non possono avere, la forza politica di portare Putin al tavolo delle trattative. Questa forza ce l’abbiamo soltanto noi, “l’Occidente collettivo” che da un anno e mezzo arma e addestra i soldati ucraini e sostiene finanziariamente quel Paese e il suo governo.
La strategia americana di logorare la Russia sta finendo per logorare anche gli alleati europei degli Stati Uniti, perché il perdurare di quel conflitto continua ad alimentare quell’inflazione che sta mettendo in difficoltà tutto l’Occidente e non soltanto noi. L’Ucraina e, ancora più, la Russia sono tra i maggiori produttori di cereali a livello mondiale. La Russia è anche uno dei maggiori produttori ed esportatori di prodotti energetici, fertilizzanti, metalli. La guerra e le sanzioni occidentali hanno fatto impennare i prezzi di tutti quei prodotti e il perdurare del conflitto alimenta l’incertezza sui mercati che mantiene alti i prezzi.

La crisi dell’Africa

Ma l’aumento dei prezzi dei cereali, che noi scontiamo quando andiamo al supermercato o al ristorante, in altri Paesi causa tragedie ben più grandi. Anche qui è questione di numeri. In molti Paesi africani, dove la popolazione spende mediamente il 50% o il 60% del proprio reddito per il cibo, il raddoppio del prezzo della farina, del pane o della pasta ha un effetto drammatico, perché significa che per sfamarsi bisognerà spendere il 70% o l’80% del proprio reddito e, quindi, non resteranno soldi per le altre esigenze. E quando la gente arriva alla fame o si ribella o scappa. Andiamo a vedere nell’ultimo anno quanti golpe e rivolgimenti politici ci sono stati in Africa. Per vedere quanta gente sta scappando, basta guardare i telegiornali che ci trasmettono quotidianamente le cronache da Lampedusa. Quelle persone non cercano di venire in Europa per fare dispetto alla Meloni e al suo governo, ma perché scappano dalla fame. Ed ecco che tutto si tiene, perché la propaganda prima o poi si svela per quello che è: chiacchiere al vento, mentre la realtà ha la testa dura. Ci sono attualmente – allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale – una decina di Paesi africani, dall’Egitto alla Tunisia, per citare quelli più vicini a noi, che sono sull’orlo del default finanziario. Quei Paesi si trovano stretti in una tenaglia micidiale: da un lato l’inflazione che aumenta i prezzi dei prodotti energetici, del cibo, delle materie prime e impoverisce i cittadini, e dall’altro l’aumento dei tassi d’interesse, deciso dalle banche centrali per ridurre l’inflazione, che fa aumentare per quei Paesi il costo dei prestiti internazionali e, quindi, rischiano di fallire.

Gli “scemi di guerra” e le strategie geopolitiche

La strategia del Presidente Biden di alimentare l’incendio ucraino invece di spegnerlo sul nascere, forse per dimostrare, dopo l’indecorosa e criminale fuga dall’Afghanistan, che gli Stati Uniti non sono disposti a piegarsi ai ricatti e alle prepotenze del satrapo del Cremlino, corre il rischio di rivelarsi non soltanto inefficace, la Russia non è stata sconfitta, ma di far saltare tutti gli equilibri economici e politici a livello planetario. Nei Paesi dell’Europa orientale, dove per ragioni storiche il sentimento antirusso è più accentuato, le opinioni pubbliche cominciano a stufarsi della guerra e a dare credito ai leader che si oppongono al proseguimento del conflitto, come accaduto la settimana scorsa nelle elezioni in Slovacchia. Negli stessi Stati Uniti l’avvicinarsi della battaglia presidenziale del 2024 riaccende lo scontro tra democratici e repubblicani con questi ultimi che fanno saltare gli aiuti all’Ucraina, facendosi interpreti della stanchezza di una parte dell’opinione pubblica statunitense che non capisce le ragioni di quella guerra lontana.
Se ogni volta che andiamo a fare la spesa ci girano gli “ammenicoli” perché i prezzi continuano ad aumentare ringraziamo quegli “scemi di guerra” che da un anno e mezzo ci raccontano che dobbiamo sconfiggere la Russia, mentre tutti coloro che osano esprimere qualche dubbio o qualche incertezza vengono spregiativamente definiti “pacifinti “ e “filoputiniani”.
Come dicevamo prima, c’è un altro corno della questione inflazione che merita di essere indagato ed è la “speculazione finanziaria”. Avevamo già in parte accennato a questo problema un annetto fa circa, quando ci fu l’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. È un argomento succoso, che merita una certa attenzione e, quindi, ne parleremo nella prossima puntata.

 

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