Parole al Vento – Janet Frame

Scritto da in data Luglio 4, 2023

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Un tempo la brezza calda della gente

che filtrava sotto la porta chiusa che mi separava da loro

cambiava la fiamma, influenzava

la forma dell’ombra,

mi bruciava, ribruciava dove facevo

tavolette di cera nell’oscurità.

Poi oltre la porta era solo silenzio.

Le gazze ladre tappavano il buco della serratura

attraverso cui rassicuranti becchi di luce avevano pizzicato briciole.

Un inverno che non ho mai conosciuto

ha sigillato le crepe con un male chiamato neve.

Cadeva così pura

dal nulla, in fiocchi accecanti.

Oltre la porta era solo silenzio.

Io indugiavo nel mio rituale solitario.

Le Parole al Vento di cui vi parlo oggi sono quelle di Janet Frame. Il mio incontro fortuito e fortunato con Janet Frame avviene grazie a un film di Jane Campion, Un angelo alla mia tavola, tratto dalla biografia omonima. Janet Frame nasce nel 1924 in Nuova Zelanda, in una famiglia poverissima. Un taccuino – dono del padre – si trasforma in un’insperata ancora di salvezza nel grigio di quei primi anni, e un libro di fiabe  – Le favole dei fratelli Grimm – prestato da un’amica, la introduce in un mondo ricco e senza confini. Immaginifico e salvifico.

Janet fin da piccola, bambina introversa, timida e con poche relazioni sociali, viene percepita come strana, diversa, disturbata. Janet la matta, diventa ben presto. Nonostante tutto, riesce a diplomarsi come insegnante, ma viene successivamente bollata come non normale e non idonea all’insegnamento.  Diagnosticata schizofrenica, viene internata per otto anni in manicomio dove è sottoposta a duecento elettroshock e minacciata di lobotomia. E ovunque può, su pezzi di carta e non solo, Janet continua a scrivere e affida questi suoi scritti alla sorella.

Le persone, scaldate fino alla fragilità

e immerse in acqua fredda, si spaccano.

Non sorriderò più.

Latte, panni, spazzatura.

Persone gentili, sorrisi gentili.

Non c’è tempo per questo pasto lento del tardo pomeriggio.

Latte, panni, spazzatura.

Sì, sì grazie, non sorriderò più.

Sono venuta qui per scrivere storie e poesie,

non a peparare il croccante.

Arriva il buio, col sole ormai calato

su latte, panni, spazzatura.

Non sorriderò più.

Sono venuta qui per scrivere.

Severa, immersa, sana di mente,

rimesterò le sillabe

nella padella in dotazione;

dormirò sul materasso a molle,

girerò la chiave,

pagherò l’affitto,

stenderò protezioni di giornale,

spazzolerò la moquette da spazzolare,

ma sarò torva, niente sorrisi, mai più, mai più,

(latte, panni, spazzatura)

mentre scrivo le mie storie laggiù, laggiù

nelle grotte di pietra del loro fondale.

Il giorno prima dell’intervento programmato per essere lobotomizzata, accade l’insperabile, un miracolo forse o qualcosa di simile. Il medico di Janet annulla l’operazione e la dimette dall’ospedale. Quei racconti affidati alla sorella durante le rare visite, sono stati inviati a un premio prestigioso, e Janet risulta prima. La notizia della vincita e dell’uscita del libro viene riportata sul giornale. E il medico la dimette il giorno dopo: Janet non è più persona da manicomio.

Janet può finalmente scrivere, aprirsi al mondo che desidera conoscere e vedere. Janet scrive e viaggia: a Londra può essere finalmente séÈ stessa, nell’anonimato più assoluto. Anonimato da non confondere con l’invisibilità che le viene imposta durante gli anni di manicomio. 

Le poesie di Janet Frame sono chiare, nitide, sembrano non tradire rabbia, esaltando invece ciò che contraddistingue l’essere umano, ovvero le sue contraddizioni, il suo essere luce e buio, giorno e notte, senza per questo dover per forza cercare una definizione univoca che rassicuri. Janet Frame verrà candidata per due volte al Premio Nobel per la Letteratura, l’ultima delle quali nel 2003, un anno prima della sua morte. La poesia di Janet Frame assurge anche a testamento della malattia, della reclusione, dell’esclusione, dell’accettazione di sé. Dell’invisibilità come unica condizione necessaria per vivere, della più strenua resistenza.

Sono invisibile.

Sono sempre stata invisibile come la povertà in un paese ricco,

come i ricchi nelle stanze riservate delle loro case piene di stanze,

come le pulci, i pidocchi, come un’escrescenza sottoterra,  

i mondi oltre il cielo, il vento, il tempo, le idee —

l’elenco dell’invisibilità è infinito, e, dicono, non fa buona poesia.

Come le decisioni.

Come l’altrove.

Come gli istituti lontani dalla strada di nome Scenic Drive.

Basta similitudini. Sono invisibile.

Dafne Malvasi

Sono Dafne, una napoletana che non ama il caffè ma ha una venerazione per la mozzarella di bufala.
Leggo, ascolto, scrivo e racconto storie di donne: le loro parole e le loro vite come forma di (r)esistenza. Amo la poesia e i sud del mondo. E tutto ciò che non conosco e mi sorprende con una felicità inattesa.

 

 

 

 

 

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