Proteste in Bielorussia: l’asse Lukashenko – Putin

Scritto da in data Settembre 2, 2020

Ventiquattro giorni dalle proteste in Bielorussia: il ruolo della Russia è sempre più definito. Putin forma un’unita di sicurezza speciale per aiutare Minsk mentre Lukashenko gira armato per le strade della capitale. Cosa vuol dire tutto questo?

Putin prende posizione

Putin ha annunciato che la Russia sosterà la Bielorussia – ovvero il regime Lukashenko – e ciò vuol dire che il Cremlino ha definito la propria posizione sugli eventi che hanno attraversato il paese dal 9 agosto, dopo le elezioni presidenziali. In un’intervista recente sul canale Russia 1, Putin ha annunciato la formazione di una riserva di agenti delle forze dell’ordine con l’intento di “aiutare” la Bielorussia, “se sarà necessario”. Stando alle sue parole, è stato personalmente Lukashenko a chiedergli di formare questa unità di riserva, che poi entrambi hanno convenuto di usare solo nelle situazioni estreme, semmai gli “elementi estremisti” provassero ad attraversare la presunta linea rossa. Durante l’intervista Putin ha sottolineato di avere agito secondo il trattato della sicurezza comune: Lukashenko aveva sollevato la questione e la Russia ha dovuto rispondere. Come è noto, i due paesi fanno parte del CSTO, l’organizzazione del trattato di sicurezza collettiva costituita da sei paesi ex sovietici, e Putin ha fatto riferimento al punto in cui “Russia e Bielorussia dovrebbero aiutarsi a vicenda per proteggere la sovranità, i confini esterni e la stabilità”.

Allo stesso tempo, il presidente russo ha ammesso che ci sono dei problemi nella società bielorussa, viste le numerose proteste. Una replica che lascia perplessi, dato che nella regione russa di Khabarovsk le proteste contro l’arresto dell’ex governatore della regione, Sergey Furgal, vanno avanti oramai da cinquanta giorni e sembra che la riposta del governo non riesca a placarle.

Nelle parole di Putin si legge che la soluzione della situazione creatasi in Bielorussia non dovrebbe andare contro gli interessi dello Stato russo. Parafrasando: è lecito protestare, basta che le proteste non portino alla fine del regime autocrate di Lukashenko. Altrimenti ci sarà una risposta. Nel contempo, il Cremlino ha invitato la comunità internazionale a non interferire in alcun modo negli affari interni della Bielorussia. 

Le parole di Putin non potevano non provocare un forte dibattito su più fronti, soprattutto sulla legittimità di una simile dichiarazione. È chiaro che la Russia non vuole avere ai suoi confini un altro stato con un governo che non rientra nell’orbita di Mosca; forse è uno dei motivi per cui la richiesta del cambio del potere da parte dei bielorussi viene vista come una minaccia.

Non è da escludere che per Putin lo scenario bielorusso apra una visione sulla Russia 2024, quando lui stesso – dopo l’azzeramento dei suoi mandati precedenti durante il recente referendum costituzionale – potrebbe far fronte a una reazione del popolo russo molto simile, se dovesse ricandidarsi e andare incontro allo scontento del popolo. Per questo le proteste nel paese vicino possono creare noie al capo del Cremlino: se ora in Bielorussia dovesse avvenire un cambio di potere, allora i russi potrebbero dedurre che le proteste in strada portino a dei risultati, nonostante le repressioni e le brutalità di OMON (la polizia speciale), e adottare una simile strategia nelle prossime elezioni presidenziali. 

Ora per entrambi gli autocrati si è delineato il “nemico” comune, l’Occidente e tutti gli Stati che hanno sostenuto l’opposizione bielorussa, che, secondo il Cremlino, userebbero le proteste per il proprio tornaconto. In tutto questo, la volontà del popolo bielorusso – in protesta ormai da ventiquattro giorni – non viene presa minimamente in considerazione. Anche perché qualsiasi sostegno a Lukashenko da parte della Russia potrebbe mettere a repentaglio le proteste pacifiche dell’opposizione, che mirano esclusivamente a rovesciare la sua dittatura e stabilire la democrazia nel paese, e non seguono alcuna interferenza esterna, essendo legate solo a fattori interni. La richiesta del sostegno di Putin ha suscitato una forte discussione, dato che si tratta di forze esterne che verrebbero impiegate – anche se con la scusa di forze “estremiste” – per trattare le proteste interne.

Recentemente il Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa ha dichiarato che è inammissibile la formazione di gruppi armati sul territorio della Russia, o di un altro Stato, per essere impiegati nel territorio della Bielorussia. “Questo è contrario al diritto internazionale e alla posizione consolidata della società bielorussa, si legge nella dichiarazione.

La lotta di potere di Lukashenko

La domanda più importante di questi giorni è perché Lukashenko non molli la presa, vista la forte delegittimazione del suo potere in Bielorussia, e in cosa speri “l’ultimo dittatore d’Europa”. 

Dopo l’inasprimento delle proteste e la risposta violenta da parte della polizia antisommossa, OMON, che si è trasformata in migliaia di arresti, torture e anche morti, l’Unione Europea non ha riconosciuto l’esito delle elezioni in Bielorussia, ritenendo che non sono state “né libere né corrette”, e ha annunciato sanzioni. 

Lukashenko, che per tanti anni ha dribblato tra l’Occidente e la Russia, evitando di avvicinarsi del tutto al Cremlino, ha deciso di chiedere aiuto a Mosca, pur di rimanere al timone del Paese, anche se illegalmente.

Nelle ultime settimane la retorica di Lukashenko è cambiata notevolmente. Prima delle elezioni aveva giocato la carta anti-russa: basta ricordare l’operazione di detenzione dei militanti russi del gruppo Wagner, a fine luglio, nei presi di Minsk, e le successive accuse alla Russia di voler destabilizzare la situazione nel paese. Le critiche, comunque, non sono state mai dirette al presidente russo, ma a “determinate forze”. Ora l’ordine del giorno è cambiato: di recente Putin ha sostenuto che quello che era accaduto con il gruppo Wagner fosse opera delle intelligence ucraine e americane. 

Poi all’improvviso, nel bel mezzo delle proteste, Lukashenko ha iniziato a chiamare Putin con l’intento di ricevere sostegno, visto che, secondo lui, nel paese esistevano segni di ingerenza esterna che avrebbe potuto minare anche la sicurezza della Russia. Putin aveva assicurato sostegno al vicino e, ora, ha formato la riserva delle forze speciali.

Per il momento nell’entourage di Lukashenko non c’è stata alcuna divisione nell’élite politica e nelle siloviki – le strutture di potere. Però la sua egemonia è appesa a un filo e potrebbe crollare da un momento all’altro. Una delle ipotesi, espressa da tanti giornalisti ed esperti, è che il paese potrebbe cadere in una diarchia, cui seguirebbe uno scenario simile al Venezuela.

Lukashenko e i bielorussi

Il comportamento di Lukashenka, a partire dal primo giorno delle proteste, non si può di certo definire in linea con ciò che sta accadendo nel paese. Il contestato presidente ha preferito giocare la carta della forza, di colui che tiene il polso della situazione, anche se le numerose proteste che non si placcano, lo sciopero nelle fabbriche e la mobilitazione generale, mostravano già dagli inizi che la situazione gli fosse sfuggita del tutto di mano. 

La società bielorussa si è mostrata più matura di Lukashenko – che, in alcuni momenti, cadeva in atteggiamenti persino infantili. Durante il suo discorso allo stabilimento di trattori gommati di Minsk ha espresso la certezza che i lavoratori l’avessero sostenuto durante le elezioni, ma in risposta ha ricevuto un coro di “no” molto deciso. Lui ha replicato con un: “Grazie, però da uomo a uomo vi dirò che la cosa peggiore nella vita è il tradimento”, frase nella quale trasudano chiaramente tutte le sue convinzioni. Dunque osserviamo un Lukashenko che non ha alcun dubbio di essere il “padre del popolo bielorusso”, quello che “aveva raccolto i cocci del paese dopo la caduta dell’Unione sovietica e l’aveva fatto crescere”, e che ora, questo stesso paese, “ingrato”, gli si rivolge contro. 

Da qui nasce anche il concetto di tradimento, che ultimamente risuona spesso nelle sue parole, anche se indirettamente. Basta ricordare la sua recente apparizione con un kalashnikov in mano, accompagnato dal figlio quindicenne, armato anche lui. 

Quel giorno, sorvolando Minsk in elicottero, vicino al Palazzo dell’Indipendenza, e vedendo che non c’era nessuno, Lukashenko ha detto che i manifestanti “si sono dispersi come ratti”, come se volesse sottolineare la presunta codardia di coloro che sono scesi in piazza. Un’immagine in cui un dittatore cerca di raccogliere i pezzi del potere che, probabilmente, ha già perso, senza alcuna connessione con la realtà. Nel tweet riportato sotto, Lukashenko scende dall’elicottero con un mitra in mano, accompagnato dal figlio quindicenne Nikolay (nel video scende per primo), armato anche lui.

L’articolo è stato aggiornato con alcuni chiarimenti.

Nota del redattore: Lukashenko è la versione russa del nome del presidente, mentre la trascrizione bielorussa è Lukashenka. Per convenzione usiamo Lukashenko, ma la versione ufficiale del suo cognome è la seconda forma.

Foto in evidenza: Creative Commons

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