Rischiare la vita in Colombia

Scritto da in data Febbraio 20, 2021

In Colombia continua la mattanza di leader sociali e difensori dei diritti umani. Nevis Cadena, un leader sociale colombiano che vive nei territori sottratti al narcotraffico, ci racconta in un’intervista come è vivere ogni giorno rischiando la propria vita.

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Il voiceover è di Giuliano Terenzi. Musica ed effetti di Luca Massari

«Sei massacri e 15 leaders sociali assassinati», «ONG afferma che nel 2020 sono 251 i leaders sociali assassinati», «Leaders sociali, i difensori dei diritti umani, presi di mira», «Il 2020 chiude con più di 300 leaders sociali uccisi», «Sono più di 20 i leaders sociali assassinati in Colombia nel 2021».

L’ultimo titolo non è sbagliato. Sono passate sei settimane dall’inizio dell’anno e questo è il quadro che si apre: che si difenda l’ambiente, la pace, i diritti delle persone lgbt+ o la vita degli ex-combattenti delle Farc, in Colombia si muore.

Secondo la ONG Indepaz, dalla firma degli Accordi di Pace del 2016 tra il governo colombiano e il gruppo armato FARC (Colombia, benvenuta democrazia! e Dalle Farc alle Farc) e fino al 10 dicembre 2020 sono stati uccisi 1088 leaders sociali e difensori dei diritti umani in Colombia. Restringendo il campo temporale al solo 2020, Indepaz ne conta 310 tra indigeni, afrocolombiani, campesinos, uomini e donne difensori dell’identità sessuale; nel numero sono compresi anche i familiari degli uccisi e 64 firmatari dell’Accordo di Pace. Questo il link alla lista dei morti.

Dove colpisce la violenza

I numeri non sono uguali in tutto il paese: la violenza contro i leaders sociali colpisce soprattutto le zone emarginate e interessate dal conflitto armato. Le vittime sono persone che difendono i diritti umani nelle proprie comunità, persone che rifiutano lo sfruttamento minerario perché va a impattare negativamente sull’ambiente, persone che chiedono una più equa distribuzione delle terre e anche persone che erano combattenti nelle FARC e oggi non lo sono più. Quelli presi di mira, in definitiva, sono i cittadini che praticano e difendono la democrazia. E il continuo assassinio dei leaders pone in pericolo non solo la vita di chi ancora combatte, ma anche l’Accordo di Pace e la pace stessa della Colombia.

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Prima di andare avanti, voglio spiegare bene cosa sia un leader sociale perché forse qui in Italia non sono termini di uso comune, preferiamo usare la parola attivista. Un leader sociale è una persona che difende i diritti della collettività e sviluppa un’azione per il bene comune riconosciuta dalla sua comunità, organizzazione o territorio. Tutti i leaders sociali sono difensori dei diritti umani.

Dicevamo che il fenomeno non è omogeneo in tutto il paese ed è interessante sapere che l’85% degli omicidi dei leaders sociali sono avvenuti in 132 municipi dei dipartimenti di Cauca, Antioquia, Valle del Cauca, Norte de Santander, Nariño, Putumayo e Córdoba.

Da quando è stato firmato l’Accordo di Pace del 2016, 681 persone uccise facevano parte di associazioni di agricoltori, indigeni, afro-discendenti, ambientalisti e di comunità. I conflitti agrari per la terra e le risorse naturali rappresentano il 70,13% delle ragioni degli omicidi. Il 10% del totale dei morti avevano a che fare con l’economia della coca, per esempio con i patti di sostituzione delle terre (da coltivazioni di coca a coltivazioni di frutta o altri vegetali) o avevano a che fare con la espropriazione forzata dei terreni.

I responsabili

Abbiamo parlato del “cosa”, del “dove”, del “quando” e del “perché”. Manca la prima delle 5-W del giornalismo: il “chi”. Sempre secondo il rapporto di Indepaz, i responsabili degli omicidi sono per più della metà dei sicari o sconosciuti, seguono i narco-paramilitari, poi gli ex combattenti delle Farc, gli appartenenti all’Esercito di Liberazione Nazionale, una organizzazione di guerriglia insurrezionale rivoluzionaria marxista-leninista che opera in diverse aree della Colombia dal 1964, e infine la forza pubblica.

Potrei andare avanti a snocciolare numeri e ragioni per questa mattanza che dura da anni. Ma credo sia molto più impattante se chi vi racconta la realtà della Colombia è un leader sociale che vive proprio in quei territori. È lui che ci spiega cosa significa essere un leader sociale in Colombia. Solo un appunto per capire: quando Nevis parla di gruppi armati intende un miscuglio tra dissidenti delle FARC, narcotrafficanti e para militari, gruppi nati dopo l’Accordo di Pace. A te Nevis:

La parola a un leader sociale

«Sono Nevis Cadena, giovane agricoltore afro-colombiano, leader e imprenditore sociale. Dal 2014 dirigo l’organizzazione Fructichar, un’impresa giovane che cerca, per vivere, di coltivare frutti nativi in maniera ecologica e creare nuove opportunità per i giovani, vittime del conflitto armato, e le madri di famiglia. Nel territorio in cui vivo, che è profondamente colpito da gruppi ai margini della legge e dalle coltivazioni illegali che compromettono fortemente le dinamiche socio-economiche locali, con questo lavoro abbiamo sviluppato alcune attività con le comunità su tematiche ambientali, sociali, culturali, temi produttivi… e tutto questo con la speranza di generare condizioni diverse rispetto a quelle che ci sono toccate, generare benessere nelle comunità locali. Non è un lavoro leggero, non è un lavoro che ti fa stare tranquillo, stai sempre all’erta e devi sempre stare attento alla tua vita.

Nel 2016 io e i miei compagni abbiamo ricevuto la prima minaccia, che nel 2017 ci ha costretto a lasciare il nostro territorio e fermare il nostro lavoro per un certo periodo, poi nel 2019 abbiamo ripreso le nostre attività. Fu complicato anche l’adattarci a queste nuove condizioni di lavoro, allontanarsi dal territorio, tagliare il dialogo con le comunità. Non è facile, soprattutto quando le comunità hanno delle aspettative, delle speranze riguardo a quanto stiamo facendo, speranze di generare condizioni di vita diverse, favorevoli e migliorare a poco a poco il proprio tenore di vita.

Tutto quello che succede è il risultato di una politica fallita, per questo abbiamo tanti assassinii di leaders sociali e ambientalisti, e di difensori dei diritti umani. E questa è semplicemente una politica che ha interessi particolari che non sono gli stessi della collettività. Si è perso questo interesse nel difendere la vita, qui le persone che fanno qualcosa di diverso, che lottano per il bene comune delle comunità e del paese son dichiarate obiettivi militari; se queste persone non hanno interessi economici e non sono allineate con il para militarismo o con il narcotraffico sono dichiarate obiettivi militari.

Quest’anno sono stati assassinati ventitré leaders sociali e difensori dei diritti umani, e dal 2016 − dagli Accordi di Pace − al 2020 sono circa 971 i morti; qui stiamo parlando di agricoltori, afrocolombiani, indigeni e donne. Tutte queste persone sono viste come ostacolo all’interesse individuale e quindi vengono semplicemente eliminate. Stessa sorte per i firmatari dell’Accordo di Pace uccisi in gran numero.

È preoccupante, perché con l’aumentare degli omicidi aumenta la disuguaglianza e il gap sociale nelle regioni sul Pacifico − stiamo parlando di una povertà multidimensionale molto alta − e ogni volta questo gap, invece di diminuire, aumenta. Dalla firma dell’Accordo di Pace noi e le comunità abbiamo sentito in certi momenti la speranza e il sollievo, abbiamo creduto nel processo che avrebbe dovuto portare tranquillità; l’abbiamo vissuto per poco, è stato un momento passeggero. In questi luoghi, dove stavano le FARC, lo Stato non è riuscito a entrare e i territori sono stati occupati da nuovi gruppi. Oggi c’è una disputa molto forte in luoghi come Buenaventura, Tumaco, luogo del Pacifico colombiano dove esiste questa violenza. Questi sono solo due luoghi d’esempio, ma possiamo dire che la situazione è generale ed è la stessa in tutta la zona del Pacifico. In questa zona i gruppi armati sono nascosti e stanno facendo le loro operazioni; ogni giorno nelle comunità si sta limitando questo processo di governabilità dei Consigli Comunitari e dei Municipi indigeni che non possono sviluppare le proprie pratiche culturali e ambientali di conservazione del territorio. Sono controllati da gruppi a cui devono obbedire e non possono muoversi all’interno del territorio perché bloccati da questi gruppi. Quello che sta succedendo è molto triste. Noi stiamo facendo un grande lavoro per contrastare le coltivazioni illegali e, a oggi, siamo riusciti a creare insieme ai Municipi indigeni e ai Consigli comunitari l’Associazione più grande del Pacifico colombiano, con 700 famiglie che hanno sostituito le coltivazioni illegali. Ma questo traguardo non è stato semplice da raggiungere e non è semplice nemmno che le famiglie decidano di fare questo, perché c’è una forza dietro che le obbliga a continuare a coltivare coca; è molto difficile lavorare su questo tema in queste zone.

Sono molto preoccupato e speriamo che, a un certo momento, si possa portare questo governo a nuovi accordi con questi nuovi attori armati che stanno nel territorio e magari che possa finire questa violenza e questa guerra, che possiamo vivere tranquilli. Il nostro obiettivo essenzialmente è raggiungere la pace, che le autorità possano recuperare la possibilità di governare, le pratiche ancestrali di produzione e poter vivere tranquilli e generare le condizioni del “buen vivir” delle nostre comunità.

Questi nuovi gruppi armati non hanno rispetto per la vita, è difficile poter dialogare con loro e questo complica ancora di più la situazione. Questo è quello che sta succedendo soprattutto nelle zone rurali e in quelle ai margini del paese».

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