Speranza e sangue

Scritto da in data Ottobre 20, 2018

Afghanistan, giorno 4 – Si sono svolte le elezioni tra attentati, disguidi, paure e speranze. Radio Bullets entra nel call center che si occupa delle denunce poi in giro per Kabul dove la gente racconta la giornata elettorale. Domani si replica perché molti seggi sono rimasti chiusi. Barbara Schiavulli da Kabul

Quando ancora non era mezzogiorno, il centro super protetto, dove arrivano le lamentele e le denunce che riguardano le elezioni parlamentari che si sono tenute oggi in Afghanistan, aveva già registrato più di mille reclami. Dire che il voto sia stato “difficile” non descrive neanche minimamente la giornata elettorale afgana. Il rischio della violenza talebana sembrava dovesse essere il problema principale e di fatto lo è stato, con decine di attacchi in tutto il Paese – trecento, dicono i talebani che non sono mai attendibili – tra cui lanci di razzi, ordigni piazzati sotto le macchine, kamikaze. Decine di vittime, 14 le esplosioni a Kabul. Quindici morti (dieci civili e cinque soldati) e 60 feriti nel seggio in una scuola in Pd17, Kheir Khana Hil, dove un attentatore, nonostante i controlli, è riuscito a passare il cordone di sicurezza e si è fatto esplodere. Altre quattro le vittime sparse per la città, una quarantina i feriti, la maggior parte dei quali sono stati ricevuti dall’ospedale di Emergency. A parte l’attentato suicida, le altre per lo più sono state esplosioni minori, ordigni piazzati ma con cariche non eccessive che sembravano più che altro voler spaventare la gente.

Come se non bastasse, quello che ha fatto infuriare gli afgani che sono andati a votare rischiando la vita pur di dimostrare di voler un Paese diverso, è che molti non sono riusciti a votare. E domani, anche se non era previsto e anche se resta un giorno lavorativo, i seggi che hanno aperto in ritardo, che non sono stati aperti o che hanno avuto problemi tecnici con i sistemi biometrici per le impronte, riapriranno. E le autorità afgane hanno chiesto scusa alla gente.


“Ci sono 600 iscritti nel nostro elenco, ma avevamo solo 288 schede”, ci racconta una sorta di presidente di un seggio nella sezione maschile a Shariaki arià, un quartiere popolato e povero. “La maggior parte di quelli che sono arrivati non hanno votato, sono tornati a casa. Abbiamo lavorato solo tre ore, vogliamo risposte. Abbiamo chiesto alla Commissione Indipendente Elettorale di mandarci altre schede ma sono passate ore”. Intanto i mancati elettori presenti al seggio sono agitati, arrabbiati, dicono di aver rischiato per nulla. Ci circondano, ognuno vuole dire la sua, sono un fiume in piena di delusione e sconforto.
Passiamo dal lato femminile e  le donne sono ancora più infuriate. La maggior parte di loro abita nei palazzoni intorno, vecchi, fatiscenti, dove l’erba sembra grigia e il cielo è più terso che nel resto della città.  Molte di loro sono state stata destinate a un seggio lontano che non ha neanche aperto: ci sono andate e sono tornate indietro. Vogliono votare e non possono farlo. “Perché ci fanno questo?”, chiedono.  Anche qui si forma un gruppo, tutte hanno qualcosa da dire, “E’ questo il modo di fare???”, si chiedono.  “Dicono che uomini e donne hanno gli stessi diritti ma non è vero”, dice una donna. “Vogliamo risposte. Queste non sono elezioni, sono uno scherzo”, aggiunge un’altra.  “Vogliamo la pace, io voto una donna perché le donne qui hanno un problema, siamo troppo poche al potere. Nove seggi a Kabul, è ridicolo, siamo metà della popolazione”.
E ancora in un altro quartiere: “Sono qui da tre ore, a Pd4 (uno dei settori in cui è divisa Kabul, nrd), e il seggio non è ancora aperto. E’ pieno di gente, ma mancano quelli della commissione elettorale, non so quale sia il problema. Sono qui per votare un giovane candidato maschio”, ci dice Nahida, che ha 20 anni e studia Economia. “E’ la prima volta che voto, lo faccio per il mio futuro, che altro? “. Accanto c’è Mahasuda, 18 anni, vota per la prima volta “perché tengo al mio futuro, ma sto aspettando da ore. Anche io voto per un uomo, ma giovane”.
Ci allontaniamo, andiamo verso un altro seggio in un quartiere non facile, Kalaisa rahman, davanti a una via di casette basse, di fango, povere, nella periferia, dove le strade non sono neanche asfaltate e il canale delle fogne sembra un ruscello lungo la via, due macchine con poliziotto armato bloccano la strada: stanno costringendo la gente a fermarsi e votare per un candidato.

E ancora ci arriva  il video di un seggio a Dasht-e-Bachi, dove si vedono degli uomini di un candidato, Ahmazdai, che danno soldi discretamente per comprare il voto di chi arriva.

Complain Call Center

“Questa è la stanza che noi chiamiamo unità di ricevimento, dove arrivano le chiamate, ed è divisa in sette zone”, ci spiega Suleiman ,un impiegato del DFA (Democrazia per l’Afghanistan) mostrandoci uno stanzone pieno di ragazzi ai terminali che rispondono ai telefoni, prendono appunti. “Quando ricevono una denuncia”, prosegue Suleiman, “viene compilato un modulo che viene portato al controllo di qualità, dove vengono riviste le denunce per decidere se dar loro seguito. Poi c’è la fase tre,  quella dove si agisce, si chiama la polizia, i ministri, la commissione elettorale. Ci sono diversi tipi di lamentele, da chi costringe la gente a votare per un candidato, ai kuchi, i nomadi che sono rimasti senza schede, fino ai seggi che non aprono. Si avvia una procedura, quelle risolte vengono messe via e poi mandate alla commissione elettorale. Altre vengono archiviate, altre invece riguardano storie più complesse e finiscono all’Escalation team, dove vengono coinvolti quelli che chiamiamo i pezzi grossi come generali, ministri, forze speciali. E’ quello che è successo a Kunduz dove sono in corso dei combattimenti”.
Kunduz, nel nord, è una zona sensibile dove i talebani sfidano spesso il controllo delle forze di sicurezza, riuscendo a volte a raggiungere il centro della città. Secondo gli ospedali sono almeno 3 le persone morte e 30 quelle ferite dopo che 20 proiettili di mortaio sono piovuti sul capoluogo.  E ancora a pochi chilometri da Kunduz è stato ucciso un impiegato della Commissione Indipendente Elettorale (IEC), ha detto il direttore provinciale della IEC mentre sette altri risultano scomparsi. Quanto alle urne, sono state distrutte. Da un’altra parte le donne sono state picchiate perché non votassero; nella provincia di Nanghahar, due persone sono state uccise e cinque ferite.
In un altro seggio a Kabul, nell’elenco delle persone che potevano votare mancavano tutti quelli che avevano il nome che iniziava con la lettera “W”.

Qualcuno però quel voto tanto desiderato è riuscito a postarlo ed è uscito sorridente con l’indice macchiato dell’inchiostro indelebile. Durerà una decina di giorni, poi comincerà a sbiadire quando ancora non saranno stati dati i risultati. La certezza la si avrà ufficialmente a dicembre, ma già tra un mese si conoscerà la sorte dei 249 candidati che sono entrati, sui 2500 che hanno partecipato. Secondo le prime stime, un milione e mezzo di persone si sono presentate ai seggi in 27 province, una fetta non molto soddisfacente dei 9 milioni che avrebbero potuto votare. Ma resta ancora domani. Resta anche tra una settimana Kandahar. Anche se qualcuno già si domanda cosa potrebbe accadere stanotte, quanto saranno sorvegliate le schede, quanto potrebbe essere facile sostituirle.
Anche perché se è andata male in tanti posti, in alcune province la gente era tantissima, ha riempito scuole e moschee, che sono state usate perché non ci sono abbastanza scuole per aprire i seggi e molti hanno votato scalzi, lasciando le scarpe all’entrata sotto un sole che scaldava l’autunno afgano.
A Kabul la tensione della polizia taglia l’aria inquinata, agitati anche i residenti che a volte hanno forzato i posti di blocco incuranti delle urla e delle sicure delle pistole non inserite. Ma è Kabul, la confusione la fa da padrona. Una città che sembra oscillare quando la gente si muove, come un fiume in piena che scorre perennemente senza che nessuno sappia dove questa scia di macchine vada.
Di mattina presto siamo arrivati sul luogo di una delle prime esplosioni, dove i feriti erano già stati evacuati e la strada transennata. La polizia ci fa cenno di andarcene,  perché c’è una Toyota Corolla rossa abbandonata che sembra sospetta. Non accade di rado che sul luogo di un’esplosione ce sia un’altra per colpire i soccorritori o gli eventuali giornalisti. Problemi, paura, tensioni, ma gli afgani ancora una volta, come tutte le volte che hanno votato, hanno mostrato il loro coraggio, la loro determinazione, il loro orgoglio. Otto anni fa alle ultime elezioni parlamentari si vedevano file di donne col burqa azzurro come un’onda, questa volta con le facce libere, truccate, suadenti e i veli sgargianti e gli abiti colorati come se vantassero un credito da quel passato che le teneva nascoste alla vista di tutti. Ora Kabul sembra più viva, più colorata, più vera, anche se resta sempre pericolosa e complicata. “Sono venuta a votare per risolvere i problemi del mio Paese, è una cosa importante. Ho votato per una donna naturalmente, ci sono delle leggi da cambiare che ci riguardano”, ci dice Faraida Quraishi, funzionaria al Ministero per gli Affari delle donne.  Hamanullah, 28 anni, negoziante, ha votato per avere un futuro e più sicurezza. Ha scelto una donna.  “Ho ascoltato i suoi discorsi, mi sono piaciuti, non vedo differenza”, dice. Paura oggi a venire qui? “Certo, ma decide Dio”.

“Se Dio vuole avremo un buon parlamento di persone perbene, non voglio che ci siano più analfabeti a gestire la nostra vita”, ci spiega Faredun, che ha 40 anni, “Dalla vecchia generazione non abbiamo visto uscire niente di nuovo”. Non hai paura, le chiedo.  “Che potevo fare? C’è in gioco il nostro futuro”.

“Se stiamo a casa non avremo niente, dobbiamo aggiustare il nostro Paese, è corrotto, ma abbiamo speranza” – dice Khais, che insegnava inglese, intromettendosi nella conversazione – “La sicurezza è il problema, siamo venuti al seggio in ansia, abbiamo sentito delle esplosioni in città ma siamo venuti lo stesso per noi, per i nostri figli, per la pace. Spero che vada meglio, è tutto quello che abbiamo. Ho votato per un uomo, ma ci sono anche tante donne, e spero il mio candidato faccia bene, Inshallah. Siamo stati in guerra per gli ultimi quarant’anni, che dobbiamo fare, andarcene? Io voglio stare a casa mia e cambiare le cose qui, a casa, a casa mia”.

Questo reportage è stato realizzato grazie al sostegno di ascoltatori e ascoltatrici, amiche e amici di Radio Bullets


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