Storie del Giro d’Italia

Scritto da in data Maggio 5, 2020

L’edizione del 2020 del Giro d’Italia sarebbe dovuta partire il 9 maggio ma a causa del coronavirus è stato rimandato al 3 ottobre. Il piemontese Filippo Ganna si è aggiudicato la prima maglia rosa del Giro d’Italia numero 103 grazie alla vittoria nella prima cronometro, seguito da Almeida e Bjerg.
In questo podcast dedicato alla corsa a tappe italiana vi racconto qualche storia dal Giro d’Italia: dalle curiosità su come sia nato alla prima donna in gara.

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La nascita del Giro d’Italia

Per ovvie ragioni, se pensi al giro d’Italia pensi alla Gazzetta dello Sport: la “rosa” che organizzò la prima edizione della corsa a tappe del belpaese nel lontano 1909. È curioso quindi scoprire come “la corsa rosa” sia nata da un dispetto e da una soffiata: il Giro d’Italia, infatti, stava per essere organizzato dal Corriere della Sera che, insieme al Touring Club Italia e alla Bianchi, nota fabbrica di biciclette, aveva avuto l’idea di emulare il Tour de France. Il dispetto e la soffiata vengono da Angelo Gatti destituito dal ruolo di direttore commerciale della Bianchi in favore di Gian Fernando Tommaselli, primo campione del mondo di ciclismo italiano della storia. Gatti non la prende benissimo, per usare un eufemismo, e decide di spifferare l’idea del progetto di un giro d’Italia in bicicletta a La Gazzetta dello Sport che fiuta subito il potenziale della manifestazione e batte sul tempo il Corriere della Sera. Il 7 agosto 1908 la rosa titola a sette colonne: “Nasce il Giro d’Italia in bicicletta. Prima edizione nel 1909”. Nonostante tutto, con eleganza e stile, il Corriere mette a disposizione del vincitore del primo Giro d’Italia la considerevole somma di 3.000 lire; per darvi un’idea di quanto valessero all’epoca 3.000 lire vi basti pensare che lo stipendio mensile del direttore della gazzetta ammontava a 150 lire.

Alfonsina Strada – La prima donna ammessa al Giro

Una delle storie più stravaganti, di cui è pieno il giro d’Italia, è quella di Alfonsin Strada che, con la pettorina numero 72, si presenta ai nastri di partenza della sedicesima edizione del giro d’Italia. La particolarità di questa partecipazione, unica nella storia, è che Alfonsin sta per Alfonsina e che la concorrente sia una donna.  La Strada non è una principiante e nemmeno una dilettante: durante la guerra, infatti, partecipa per due anni consecutivi al giro di Lombardia riuscendo, contrariamente a molti altri partecipanti uomini, a terminare la gara in entrambe le occasioni. Dopo essersi confrontata con il giro di Lombardia, l’obiettivo del “diavolo in gonnella”, questo uno dei suoi soprannomi, diventa quello di partecipare al Giro d’Italia, e l’occasione si presenta nel ’24; in quell’anno il Giro d’Italia fatica a trovare iscritti e i grandi nomi scarseggiano visto che le squadre hanno deciso di boicottare la manifestazione in segno di protesta contro gli organizzatori. Questione di soldi. Ecco allora che il Giro apre la competizione ai corridori senza squadra: per Alfonsina Strada è l’occasione della vita. Emilio Colombo e Armando Cougnet, rispettivamente direttore e amministratore della Gazzetta dello Sport, le permettono di iscriversi. Probabilmente la scelta viene presa per una mera questione di propaganda, vista la defezione di campioni del calibro di Girardengo e Brunero. Sta di fatto che a tre giorni dalla partenza della gara, nell’elenco dei partecipanti sulla Gazzetta dello Sport compare come “Alfonsin Strada di Milano”; non si sa se la “a” mancante sia dovuta a un errore di battitura o sia voluto, sta di fatto che il Resto del Carlino di Bologna, riporta il nome “Alfonsino Strada”.

La Strada subisce il cameratismo degli uomini ma lei, sorridente e fiera, fa finta di non sentire: affronta le 12 tappe di quel Giro d’Italia come il sogno della vita, sopportando le fatiche bestiali dell’epoca con entusiasmo; tappe che durano in media dieci, a volte anche dodici ore; per poter arrivare al traguardo nel pomeriggio, i corridori sono costretti a cominciare a pedalare nel cuore della notte. La frazione più lunga di quell’edizione è quella che porta da Bologna a Fiume, 415 km. Nelle prime tappe la Strada riesce a difendersi piuttosto bene: arriva sempre con molto distacco dai primi ma non è mai il fanalino di coda. Almeno fino alla tappa che va da L’Aquila a Perugia in cui va in crisi e arriva fuori tempo massimo. Dovrebbe quindi abbandonare la gara ma Emilio Colombo, fiutando l’interesse popolare generato intorno alla Strada, chiede alla giuria di riammetterla in gara. Niente da fare, anche se Colombo riesce ad ottenere un compromesso: ad Alfonsina Strada sarà consentito di proseguire la corsa pur non essendo più considerata in gara. Lei acconsente e prosegue il suo Giro con la gazzetta che le paga l’alloggio, le spese e il massaggiatore. Al termine dell’ultima prova viene accolta trionfalmente dal pubblico: applausi, gioia e soddisfazione. Durerà poco però, visto che quello del ’24 sarà il primo e unico Giro d’Italia di Alfonsina Strada che non sarà mai più considerata idonea per prendere parte alla manifestazione.

L’amore di un padre

Ottavio Bottecchia – Da isolato a Re di Francia

Isolati, individuali, indipendenti o, come vengono chiamati all’epoca, diseredati o disperati. Sto parlando di quei ciclisti che non hanno la fortuna di appartenere a qualche squadra ma che sognano comunque di partecipare al Giro d’Italia. Corrono il Giro a proprie spese, spinti esclusivamente dalla passione per il ciclismo. Ovviamente non hanno stipendio, corrono per la gloria nella speranza di vincere qualche premio che gli possa dare la possibilità di sopravvivere visto che alcuni di loro fanno la fame nel senso letterale del termine. Vengono aiutati dalle comunità locali, da piccole società sportive e dalle collette dei compaesani, perché correre un Giro d’Italia, allora molto più di adesso, rappresenta un’impresa notevole sotto l’aspetto atletico, fisico e mentale. Alla fine della tappa devono trovare da mangiare, non hanno sistemazioni prenotate: spesso sono ospiti in qualche casa privata, a volte anche in un convento o in una chiesa. Uno dei grandi, forse il più grande di tutti fra gli isolati, è certamente Ottavio Bottecchia, di professione muratore, che, al Giro d’Italia del ’23, si classifica al quinto posto pur senza essere mai protagonista di una sola tappa. Il caso vuole che, ad assistere al giro di quell’anno, vinto dal campionissimo Girardengo, ci siano degli osservatori francesi che stanno cercando qualcuno da reclutare che possa fare da gregario a Henri Pelissier, campione d’oltralpe, alla disperata ricerca del suo primo successo al Tour de France. La scelta dei selezionatori ricade su Giovanni Brunero il quale, in quell’edizione del giro, arriva secondo a soli 37 secondi da Girardengo. Peccato che, nonostante le allettanti offerte dei francesi, Brunero di correre sulle Alpi francesi non ha la benché minima voglia. Il piano B degli osservatori è un’“isolato” e porta il nome del ventinovenne Ottavio Bottecchia soprannominato il “muratore del Friuli”. Bottecchia accetta l’offerta e, nello stesso anno, è complice nell’impresa che porta Pelissier a trionfare al Tour de France; il suo apporto è talmente fondamentale che lo stesso campione francese, alla fine della manifestazione, dichiara che Bottecchia è stato addirittura più forte di lui e che l’anno successivo avrebbe potuto concorrere per il titolo. La profezia di Pelissier si avvera: l’italiano, che due anni prima correva tra gli “isolati”, vince non solo l’edizione del 1924 ma anche quella dell’anno successivo, dominando la corsa fin dalla prima tappa: la maglia gialla sarà sua dall’inizio alla fine della competizione.

La caduta di Koblet e la prima volta del Fair Play

Facciamo un salto temporale di poco più di un quarto di secolo per andare alla trentaseiesima edizione della corsa rosa. Forse una delle più belle, ricordata ancora oggi per il meraviglioso attacco sullo Stelvio di Fausto Coppi ai danni dello svizzero Hugo Koblet, che porterà il ciclista piemontese verso il suo quinto titolo. Oltre che per quella meravigliosa tappa, quell’edizione del Giro d’Italia viene ricordata perché, per la prima volta in assoluto durante la “corsa rosa”, fa la sua comparsa il fair play. Mai prima di allora c’era stato un gesto di “sportività” corale e così accentuato anzi, ogni occasione era buona per attaccare e approfittarsi di un corridore in difficoltà.

“La corsa è corsa, pietà l’è morta”

diceva Federico Gay, ciclista famoso negli anni 20. Quella volta, invece, nella quarta tappa, quella che portava i ciclisti da San Benedetto del Tronto a Roccaraso, i corridori si resero protagonisti di un bel gesto di fair play. Siamo nei pressi del rifornimento di Popoli e Vincenzo Rossello decide di provare un attacco: Koblet, uno dei favoriti per la vittoria finale, decide di inseguirlo e lo tallona. L’italiano prende al volo il sacchetto dei panini e li sistema in fretta e con noncuranza nella tasca della maglia, gettando a terra il sacchetto che li conteneva, e prosegue l’attacco. Una bambina, visto cadere l’oggetto, sfugge alla supervisione dei genitori e si getta in strada per recuperare quel ricordo proprio mentre sta transitando Koblet. L’impatto è tremendo, entrambi restano a terra e sembrano privi di sensi. Il gruppo è a poche centinaia di metri e assiste alla scena: tutti sono sotto choc e nessuno decide di approfittare dell’accaduto. Coppie e Bobet allungano il passo per riprendere Rossello e spiegargli la situazione, comincia a girare la voce che Koblet sia in fin di vita: tutti i ciclisti in gara si compattano e decidono di portare un’andatura blanda fino a che – fortunatamente! – non arrivano le buone notizie: la bambina è in ospedale ma non è grave e, per quanto riguarda Koblet, è di nuovo in sella e sta pian piano rientrando in gruppo. Nonostante la vittoria in volata di Coppi a Roccaraso, il giro rimane apertissimo e ancora alla portata di Koblet il quale, finito sesto, non ha accumulato un eccessivo ritardo ed è ancora fra i favoriti malgrado la caduta.

Nemici a confronto

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