Sudan: perché militari e paramilitari si scontrano

Scritto da in data Maggio 3, 2023

La violenza ha infiammato il Sudan a partire da tre settimane fa. L’escalation degli scontri tra le forze armate e i paramilitari Rsf ha portato alla morte di più di cinquecento persone, tra le quali tre membri delle Nazioni Unite, e al ferimento di oltre seimila persone.

scontri in Sudan

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres è arrivato in Kenya per discutere della guerra in Sudan. La visita ufficiale di due giorni del capo delle Nazioni Unite sarà incentrata sulla situazione della sicurezza in Sudan, secondo quanto riferisce il ministero degli Esteri del Kenya.

All’inizio di questa settimana, il presidente Ruto ha dichiarato che Nairobi coordinerà l’assistenza umanitaria per il Sudan, con oltre ottocentomila persone che dovrebbero fuggire dal paese a causa del conflitto in corso.

La guerra è scoppiata a Khartoum il 15 aprile scorso, dopo che le forze fedeli al generale Mohamed Hamdan Dagalo (Forze di supporto rapido) hanno attaccato l’esercito nazionale sudanese che giura fedeltà al leader supremo del Paese, il generale Abdel Fattah al-Burhan. Martedì, i due generali in guerra hanno concordato un cessate il fuoco di sette giorni, dopo che gli inviati regionali hanno denunciato ripetute violazioni delle precedenti tregue.

I combattimenti sono scoppiati dopo settimane di lotte di potere tra le unità dell’esercito fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan, capo del Sovrano Consiglio di governo di transizione del Sudan, e le forze paramilitari di supporto rapido (RSF), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, vice capo del consiglio, scrive Reuters.

È stato il primo confronto di questo tipo da quando entrambi i contendenti hanno unito le forze per rimuovere il precedente presidente del Sudan Omar al-Bashir nel 2019, e il conflitto è stato innescato da un disaccordo sull’integrazione delle RSF nell’esercito come parte di una transizione verso il governo civile, come ha riferito domenica Al Jazeera.

Il disaccordo sulla proposta di integrazione della RSF nell’esercito ha ritardato la firma di un accordo, sostenuto a livello internazionale, con i partiti politici circa la transizione verso la democrazia. Sia Burhan che Hemedti si sono accusati a vicenda di aver iniziato il conflitto. Sembrava che l’esercito sudanese avesse preso il sopravvento, colpendo le basi paramilitari con attacchi aerei. Secondo Reuters, l’esercito sudanese ha lanciato attacchi aerei contro la base di una forza paramilitare vicino alla capitale, nel tentativo di riaffermare il controllo sul Paese, e ha minacciato gli sforzi per la transizione al governo civile.

Al termine di una giornata di pesanti combattimenti, l’esercito ha colpito una base appartenente alle forze paramilitari di supporto rapido (RSF) del governo nella città di Omdurman, che confina con la capitale Khartoum, come riferiscono testimoni oculari citati da Reuters.

Chi sono le forze paramilitari RSF?

Il gruppo si è evoluto dalle cosiddette milizie Janjaweed, che hanno combattuto nel conflitto degli anni Duemila nella regione del Darfur, dove erano state utilizzate dal governo del presidente di lunga data Omar al-Bashir per aiutare l’esercito a reprimere una ribellione. Si stima che circa due milioni e mezzo di persone siano state sfollate e trecentomila uccise uccise durante il conflitto. I pubblici ministeri della Corte Penale Internazionale hanno accusato funzionari governativi e comandanti delle milizie di genocidio, di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur.

Nel tempo la milizia è cresciuta. È stata trasformata nella RSF nel 2013 e le sue forze sono state utilizzate in particolare come guardie di frontiera. Nel 2015 l’RSF, insieme all’esercito sudanese, ha iniziato a inviare truppe per combattere nella guerra in Yemen insieme alle forze saudite ed emiratine. Nello stesso anno, al gruppo è stato concesso lo status di forza regolare. Nel 2017 è stata approvata una legge che legittima l’RSF come forza di sicurezza indipendente.

Oltre che nella regione del Darfur, l’RSF è stata dispiegata in Stati come il Kordofan meridionale e il Nilo azzurro, dove è stato accusata di aver commesso violazioni dei diritti umani. In un rapporto del 2015, Human Rights Watch ha descritto le sue forze come «uomini senza pietà». Gli analisti hanno stimato che l’RSF abbia circa centomila combattenti.

Chi comanda l’RSF?

La RSF è comandata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, comunemente noto come Hemedti o “Piccolo Mohamad”. Attualmente ricopre la carica di vice capo del Sovrano Consiglio al governo del Sudan. Dagalo è nato in una famiglia povera, stabilitasi nel Darfur negli anni Ottanta. Abbandonò la scuola in terza elementare e si guadagnò da vivere commerciando cammelli, prima di diventare un leader Janjaweed quando scoppiò il conflitto del Darfur.

Man mano che la RSF diventava più importante e il suo ruolo negli affari di sicurezza del paese cresceva, gli interessi commerciali di Dagalo prosperarono con l’aiuto di al-Bashir. La sua famiglia ha ampliato le proprie partecipazioni nell’estrazione dell’oro, nel bestiame e nelle infrastrutture. Nell’aprile 2019 l’RSF ha partecipato al colpo di Stato militare che ha destituito al-Bashir dopo mesi di manifestazioni contro il suo trentennale governo.

Quattro mesi dopo, i militari e il movimento pro-democrazia hanno raggiunto un accordo di condivisione del potere che ha istituito un consiglio congiunto militare-civile che avrebbe governato il Sudan per i successivi tre anni fino allo svolgimento delle elezioni. Dagalo è stato annunciato come vicepresidente del consiglio guidato da al-Burhan.

Il famoso economista Abdalla Hamdok prestò giuramento come primo ministro del Sudan e capo del gabinetto di transizione. Prima di firmare l’accordo, gli attivisti hanno accusato l’RSF di aver partecipato all’uccisione di decine di manifestanti pro-democrazia.

Nell’ottobre 2021 la RSF è stata coinvolta in un altro colpo di Stato con l’esercito, interrompendo la transizione verso un governo eletto democraticamente. La mossa ha innescato nuove manifestazioni di massa a favore della democrazia in tutto il Sudan, che continuano fino a oggi. L’esercito e i gruppi democratici chiesero l’integrazione delle RSF nelle forze armate regolari. Adel Abdel Ghafar, membro del Consiglio del Medio Oriente, ha affermato che l’RSF «ha resistito all’integrazione nell’esercito, comprendendo che avrebbe perso il suo potere».

I negoziati sull’integrazione sono stati una fonte di tensione che ha ritardato la firma definitiva di un nuovo accordo di transizione, originariamente previsto per il primo aprile. Secondo quanto riferito, Dagalo e al-Burhan rimangono in disaccordo su chi dovrebbe essere il comandante in capo delle forze armate durante il periodo di integrazione pluriennale. L’RSF ha dichiarato che il comandante dovrebbe essere il capo di stato civile, una situazione che l’esercito invece rifiuta.

Il resto del mondo

I feroci scontri hanno suscitato proteste internazionali e preoccupazioni regionali, compresa la chiusura delle frontiere da parte dei vicini Egitto e Ciad. Stati Uniti, Russia, Cina, Egitto, Arabia Saudita, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Unione Europea e Unione Africana hanno lanciato un appello per una rapida fine degli scontri, che minacciano di esacerbare l’instabilità in una regione già in stato precario.

Gli sforzi dei vicini e degli enti regionali per porre fine agli scontri, si sono intensificati domenica scorsa. L’Egitto si è offerto di mediare e l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo del blocco africano regionale prevede di inviare i presidenti di Kenya, Sud Sudan e Gibuti il ​​prima possibile per riconciliare i gruppi sudanesi in conflitto, come ha dichiarato su Twitter l’ufficio del presidente keniota William Ruto.

Che cosa potrebbe succedere?

Le forze armate sudanesi hanno dichiarato che non negozieranno con la RSF, a meno che la forza militare non venga sciolta. L’esercito ha intimato ai soldati che lavorano temporaneamente con l’RSF, di riferire alle unità dell’esercito vicine che potrebbero svuotare i ranghi dell’RSF qualora obbedissero. È anche possibile che militanti possano essere richiamati dalla Libia e dal Ciad per aiutare Hemedti.

Il leader di RSF, Hemedti, vice capo di Stato, ha definito il capo militare al-Burhan «criminale e bugiardo». La televisione di Stato ha interrotto le proprie trasmissioni domenica pomeriggio per evitare propaganda da parte della RSF, dopo che le sue forze sono entrate nell’edificio principale dell’emittente statale a Omdurman e hanno iniziato a trasmettere programmi pro-RSF.

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