19 gennaio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Gennaio 19, 2026
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- “L’Europa non si lascerà ricattare”, dice la Primo Ministra danese in seguito alle minacce di Trump sulla Groenlandia.
- Gaza: il tentativo di Trump di sostituire l’ONU.
- Cile: dichiarato lo stato di catastrofe per gli incendi.
- Il governo siriano annuncia il cessate il fuoco con le forze democratiche curde.
- Portogallo: secondo i sondaggi il centro sinistra vince il primo turno delle presidenziali.
- Iran: qualsiasi attacco alla guida suprema sarà considerata una dichiarazione di guerra.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Introduzione: Il mondo di Davos
Groenlandia
L’Europa prova a fare muro contro le minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Groenlandia.
La premier danese Mette Frederiksen è stata chiara: «L’Europa non si farà ricattare».
Trump ha annunciato che da febbraio imporrà nuovi dazi contro otto alleati storici degli Stati Uniti — Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Finlandia — se continueranno a opporsi ai suoi piani di acquisizione della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca.
Secondo Trump, la Groenlandia è “essenziale per la sicurezza americana”. Il presidente non ha escluso nemmeno l’uso della forza, parlando apertamente di una conquista “nel modo facile o nel modo difficile”.
Di fronte a queste dichiarazioni, i Paesi minacciati hanno diffuso un comunicato congiunto: i dazi, affermano, rischiano di innescare una «pericolosa spirale discendente» e di minare i rapporti transatlantici.
Nel testo, i governi europei ribadiscono la loro “piena solidarietà con la Danimarca e con il popolo della Groenlandia” e confermano l’impegno comune sulla sicurezza dell’Artico all’interno della Nato.
Anche il Regno Unito si è schierato. Il premier Keir Starmer ha parlato con Frederiksen, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e con il segretario generale della Nato Mark Rutte, prima di confrontarsi direttamente con Trump.
Da Londra fanno sapere che imporre dazi agli alleati “per il solo fatto di difendere la sicurezza collettiva della Nato è sbagliato”.
Sul fronte europeo, il presidente francese Emmanuel Macron valuta l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Unione Europea, una risposta pensata proprio per contrastare pressioni economiche di questo tipo.
Intanto cresce anche la preoccupazione in Canada. Il premier Mark Carney ha annunciato un rafforzamento della sicurezza artica, ribadendo che “la difesa dell’Artico passa dalla cooperazione, non dall’imposizione”.
Le parole di Trump continuano però ad alimentare tensioni e proteste. In Groenlandia e in Danimarca, migliaia di persone sono scese in piazza contro l’ipotesi di un’annessione americana. A Nuuk, la capitale groenlandese, le manifestazioni erano iniziate già prima dell’annuncio dei dazi.
E i numeri parlano chiaro: secondo il rappresentante groenlandese a Washington, solo il 6% della popolazione dell’isola si è detta favorevole all’ingresso negli Stati Uniti.
Anche negli USA il consenso è scarso: un sondaggio Reuters/Ipsos indica che solo il 17% degli americani sostiene l’idea di prendere il controllo della Groenlandia.
Quella sulla Groenlandia non è più solo una provocazione. È diventata una leva politica ed economica. Trump usa i dazi come strumento di pressione geopolitica, mettendo in discussione alleanze storiche e il principio stesso di sovranità.
L’Artico è sempre più centrale — per risorse, rotte, sicurezza — ma la partita che si gioca oggi va oltre il ghiaccio: riguarda il futuro delle relazioni transatlantiche e il confine, sempre più sottile, tra cooperazione e ricatto.
Israele e Palestina
■ IL PIANO DI TRUMP PER GAZA: I leader di Canada, India, Giordania, Pakistan e Paraguay sono stati invitati a unirsi al Board of Peace del presidente statunitense Trump, che dovrebbe gestire la Gaza del dopoguerra. Il primo ministro israeliano Netanyahu non è ancora stato invitato a partecipare.
Al Cairo è stato ufficialmente autorizzato un nuovo Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, primo passo di quella che Washington definisce “fase due” del piano di cessate il fuoco e ricostruzione.
Il comitato, composto da 15 membri palestinesi e guidato dall’ingegnere ed economista Ali Sha’ath, viene presentato come tecnico e non politico e avrà il compito di ripristinare i servizi civili e avviare la ricostruzione.
Ma il meccanismo è più ampio. Sopra il comitato palestinese è prevista una Gaza Executive Board internazionale e, a un livello ancora superiore, un “Board of Peace” promosso dal presidente Donald Trump.
Secondo le indiscrezioni, al Board sarebbero stati invitati Pakistan, Giordania, Turchia, Egitto, Canada, Argentina, Indonesia e diversi Stati europei. L’India sarebbe stata invitata, mentre la partecipazione dell’Arabia Saudita resta incerta.
La struttura a tre livelli divide analisti e attori regionali: il nodo resta la sicurezza e il ruolo di Hamas, ancora parzialmente armato.
Il nuovo comitato è un tentativo di gestione postbellica, ma senza una chiara legittimità palestinese e un assetto di sicurezza condiviso, la ricostruzione rischia di restare un progetto politico fragile — più diplomatico che reale.
■ GAZA: Un neonato di 27 giorni è morto sabato a Gaza a causa del freddo intenso, portando a otto il numero di bambini nella regione morti per ipotermia dall’inizio dell’attuale stagione invernale, secondo il Ministero della Salute di Gaza.
■ CISGIORDANIA: Sabato, coloni israeliani hanno fatto irruzione in una comunità beduina vicino al villaggio palestinese di Mukhmas , dando fuoco a veicoli ed edifici, secondo filmati e testimonianze .
Una fonte della sicurezza ha riferito ad Haaretz che quattro palestinesi sono rimasti feriti nell’attacco.
“I coloni, circa 20, sono arrivati mentre alcuni di noi dormivano”, ha raccontato ad Haaretz un attivista per i diritti umani presente, aggiungendo che ” ci hanno picchiati con bastoni e pietre, dentro e fuori le case, hanno dato fuoco alle case e ci hanno inseguito “.
Siria
Il presidente di transizione siriano Ahmad al-Sharaa ha annunciato un cessate il fuoco con le Syrian Democratic Forces e la loro integrazione nell’esercito siriano.
L’intesa arriva dopo settimane di scontri nell’est della Siria e una vasta offensiva governativa che, secondo Damasco, ha riportato sotto controllo Deir el-Zour e Raqqa, aree strategiche per risorse energetiche e valichi di frontiera.
Il ministero della Difesa ha ordinato lo stop ai combattimenti, ma le SDF non hanno ancora confermato ufficialmente l’accordo. L’agenzia SANA riferisce che il documento è stato firmato da al-Sharaa, con la firma del leader curdo Mazloum Abdi apposta a distanza.
Gli Stati Uniti hanno accolto positivamente l’annuncio. L’inviato americano Tom Barrack lo ha definito «un punto di svolta» verso una Siria unificata.
Secondo l’accordo, le SDF verrebbero smantellate e integrate nelle forze statali, mentre Raqqa e Deir el-Zour tornerebbero sotto il controllo diretto di Damasco.
Ma resta il nodo della fiducia: un’intesa simile era già fallita mesi fa. Senza garanzie reali, il rischio è che l’unità annunciata resti solo sulla carta.
Iran
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha avvertito domenica che qualsiasi attacco alla guida suprema del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, equivarrebbe a una guerra.
Sabato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva descritto l’ayatollah come “un uomo malato”, affermando che era “ora di cercare una nuova leadership in Iran”.
L’Iran è sotto blackout totale delle comunicazioni dal 7 gennaio. Linee telefoniche e internet sono state bloccate dal governo teocratico mentre nel Paese è in corso una durissima repressione delle proteste antigovernative, soprattutto a Teheran e nelle grandi città.
Il blackout è coinciso con una vasta operazione di sicurezza. Nei giorni successivi, alcune immagini e testimonianze riuscite a uscire dal Paese mostrano scene di massacri e corpi senza vita dopo scontri con le forze di sicurezza.
Secondo ONG e fonti indipendenti, i morti sarebbero oltre 12 mila. Il governo respinge queste cifre, ma la Guida Suprema Ali Khamenei ha ammesso che migliaia di persone sono state uccise. Fonti ufficiali parlano di almeno 5 mila vittime.
Dall’estero, gli iraniani riescono a parlare con i familiari solo per pochi minuti. Le testimonianze raccontano colpi d’arma da fuoco anche contro civili non coinvolti nelle proteste e adolescenti uccisi negli ospedali.
Secondo alcuni racconti, alle famiglie viene chiesto denaro per restituire i corpi delle vittime.
Le proteste, iniziate a dicembre per il crollo del rial e l’inflazione oltre il 40%, sono ormai una rivolta repressa con la forza militare.
Il blackout non è solo censura: è uno strumento di guerra interna. Isolare il Paese serve a uccidere senza testimoni. E a impedire che il mondo veda cosa sta accadendo davvero in Iran.
Uganda
Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha affermato che la sua schiacciante vittoria alle elezioni del Paese dimostra la forza del suo partito, nonostante la più bassa affluenza alle urne degli ultimi vent’anni.
Il suo principale oppositore, il cantante diventato politico Bobi Wine, ha accusato le autorità di aver falsificato le schede elettorali e afferma che lui e i suoi sostenitori sono stati molestati e intimiditi dalle forze di sicurezza.
Tunisia
Sono mille giorni di carcere per Rached Ghannouchi, storico leader del movimento islamista moderato Ennahda Movement ed ex presidente del Parlamento tunisino.
Dal carcere di Mornaguia, l’84enne ha diffuso un messaggio in cui definisce la sua detenzione «una prova per la democrazia» e invita all’unità nazionale. Le autorità ribadiscono invece che si tratta di procedimenti penali, non politici.
Ghannouchi è detenuto dall’aprile 2023 e sta scontando più condanne, tra cui una pena a 22 anni nel caso Instalingo, legato ad accuse di sicurezza nazionale.
Il suo caso è diventato simbolo della crisi politica in Tunisia. Per opposizioni e ONG, le inchieste fanno parte di una più ampia repressione del dissenso sotto il presidente Kais Saied, che dal 2021 governa con poteri straordinari.
Una transizione democratica sempre più fragile.
Spagna
Blackout totale ieri sull’isola di La Gomera, nelle Canarie. Alle 12.13 locali si è verificato uno zero energetico che ha lasciato senza corrente case, negozi e servizi.
L’autorità locale ha attivato l’emergenza e contattato Endesa. Dopo circa un’ora, la fornitura è ripresa gradualmente.
Secondo le prime informazioni, il guasto sarebbe legato a un problema tecnico nella centrale di El Palmar.
Il presidente delle Canarie Fernando Clavijo ha invitato alla calma, assicurando il monitoraggio continuo con la ministra Sara Aagesen.
Portogallo
Sorpresa alle elezioni presidenziali in Portogallo.
Secondo gli exit poll, l’ex leader socialista António José Seguro avrebbe vinto il primo turno con tra il 30 e il 35 per cento dei voti.
Un risultato inatteso che ribalta le previsioni e mette in difficoltà il leader dell’estrema destra André Ventura, dato al secondo posto con circa un quarto dei consensi. Nessuno ha ottenuto la maggioranza assoluta: il ballottaggio è fissato per l’8 febbraio.
Al di là dell’esito finale, il dato politico resta la crescita di Chega, diventato in pochi anni la principale forza di opposizione.
Ma c’è un altro segnale importante: l’affluenza. Dopo anni di astensione record, alle urne è andato circa il 40 per cento degli elettori, il livello più alto degli ultimi vent’anni.
Un voto che mostra un Paese stanco, ma ancora disposto a mobilitarsi quando percepisce una posta in gioco reale.
Russia e Ucraina
Raid con droni ucraini hanno colpito infrastrutture energetiche nelle aree dell’Ucraina meridionale occupate dalla Russia, lasciando oltre 200 mila famiglie senza elettricità nella regione di Zaporizhzhia.
Kiev parla di una risposta alla strategia russa di “militarizzare l’inverno”, mentre Mosca ha continuato gli attacchi notturni, uccidendo due civili, secondo le autorità ucraine.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha ribadito che la Russia non è seriamente impegnata nei negoziati di pace.
Di segno opposto le parole del presidente USA Donald Trump, che accusa invece Kiev di rallentare un possibile accordo.
Intanto, la guerra continua a colpire soprattutto i civili — al buio, e senza tregua.
Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno messo in pre-allerta 1.500 soldati in servizio attivo per un possibile impiego nello Stato del Minnesota, mentre crescono le tensioni sull’applicazione delle politiche migratorie.
Secondo il Washington Post, si tratta di due battaglioni della 11ª Divisione Aviotrasportata, di base in Alaska. Il Pentagono parla di una misura precauzionale, non di una mobilitazione già decisa.
La mossa arriva dopo la minaccia del presidente Donald Trump di invocare l’Insurrection Act, che consentirebbe l’uso dell’esercito per imporre l’azione federale sull’immigrazione.
Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito l’ipotesi «ridicola», denunciando una crescente militarizzazione di una crisi politica e istituzionale.
Cuba
Cuba ha riunito il suo Comitato Nazionale di Difesa per valutare la preparazione del Paese a un possibile scenario di guerra, mentre crescono le tensioni con gli Stati Uniti dopo la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Secondo i media statali, l’organismo — guidato dal presidente Miguel Díaz-Canel — ha discusso piani e misure per il passaggio a uno stato di conflitto, in caso di attacco esterno.
Washington ha intensificato la pressione su L’Avana. Il presidente Donald Trump ha minacciato nuove conseguenze e il taglio totale di petrolio e aiuti finanziari, aggravando una crisi economica già profonda.
Il messaggio di Cuba è difensivo ma chiaro: la caduta di Maduro ha aperto una nuova fase di instabilità regionale, e L’Avana teme di essere il prossimo obiettivo.
Guatemala
In Guatemala, il ministro dell’Interno Marco Antonio Villeda accusa le gang criminali di aver ucciso sette agenti di polizia come ritorsione contro il governo.
Gli omicidi arrivano dopo una rivolta carceraria: sabato, detenuti legati alle gang hanno preso 46 ostaggi in tre prigioni per chiedere il trasferimento dei loro leader in carceri a minore sicurezza. Il governo ha rifiutato.
Il Paese è da anni ostaggio della violenza di Barrio 18 e Mara Salvatrucha, considerate organizzazioni terroristiche da Guatemala e Stati Uniti.
Con un tasso di omicidi più che doppio rispetto alla media globale, il Guatemala resta uno dei fronti più critici della violenza criminale in America Centrale.
Cile
Almeno 18 persone sono morte e oltre 50 mila sono state evacuate a causa di una ventina di incendi boschivi che stanno devastando il sud del Cile.
Il presidente Gabriel Boric ha dichiarato lo stato di emergenza nelle regioni di Biobío e Ñuble, imponendo anche un coprifuoco notturno nelle aree più colpite.
Secondo le autorità, il bilancio delle vittime potrebbe aumentare.
Le fiamme hanno già distrutto almeno 250 abitazioni e bruciato circa 85 chilometri quadrati. Le evacuazioni più massicce riguardano le città di Penco e Lirquén.
Le condizioni meteo — con temperature estreme — rischiano ora di complicare ulteriormente le operazioni di spegnimento.
Il Cile meridionale è da anni sempre più colpito da incendi legati alla crisi climatica.
Pakistan
Un vasto incendio ha devastato un centro commerciale multipiano a Karachi, la più grande città del Pakistan, causando almeno sei morti e una dozzina di feriti.
Le fiamme sono divampate sabato sera, poco dopo le dieci, nel complesso commerciale Gul Plaza. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco e squadre di soccorso, mentre la maggior parte dei negozianti aveva già chiuso o stava lasciando l’edificio.
Secondo le autorità, l’incendio si è propagato rapidamente a causa di materiali altamente infiammabili — abiti importati, tessuti e articoli in plastica — stoccati in alcune aree del centro.
Le cause del rogo non sono ancora note. La polizia ha annunciato un’indagine una volta domate completamente le fiamme.
Secondo i soccorritori, però, molti edifici di Karachi — come in altre parti del Paese — non dispongono di adeguati sistemi antincendio, una carenza strutturale che spesso trasforma gli incendi in tragedie.
Non è la prima volta: nel novembre 2023, un altro incendio in un centro commerciale della città aveva provocato dieci morti e ventidue feriti.
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