14 gennaio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Gennaio 14, 2026
Ascolta il podcast
- Groenlandia dice no a Trump: “Restiamo con la Danimarca”.
- Gaza senza tende.
- Iran in fiamme, Trump incalza: “Continuate a protestare, l’aiuto è in arrivo”
- Continuano gli scontri tra il governo di Damasco e le SDF ad Aleppo.
- Corea del Sud, chiesta la pena di morte per l’ex presidente Yoon
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli in collegamento da Copenaghen
Groenlandia
La Groenlandia alza la voce e prende posizione. Di fronte alle rinnovate minacce del presidente statunitense Donald Trump di “prendere l’isola in un modo o nell’altro”, il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen è stato netto: se oggi fosse costretta a scegliere, la Groenlandia resterebbe con la Danimarca, non con gli Stati Uniti.
“Stiamo affrontando una crisi geopolitica – ha detto a Copenaghen – e se la scelta è tra Stati Uniti e Danimarca, scegliamo la Danimarca”. Nielsen ha ribadito più volte un concetto chiave: la Groenlandia non vuole essere posseduta, governata né diventare parte degli Stati Uniti.
Al suo fianco la premier danese Mette Frederiksen, che ha parlato apertamente di “pressioni completamente inaccettabili da parte del nostro più stretto alleato”, ammettendo quanto sia stato difficile per Copenaghen reggere l’urto politico di Washington.
Intanto la crisi si sposta sul piano diplomatico e militare. Lunedì a Bruxelles il segretario generale della Nato, Mark Rutte, incontrerà il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen e la ministra degli Affari internazionali groenlandese Vivian Motzfeldt, su richiesta della Danimarca.
“Abbiamo bisogno di una presenza più forte in Groenlandia, anche della Nato”, ha dichiarato Poulsen.
Sul fronte statunitense, domani a Washington è previsto un incontro ad alto livello: il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio vedranno il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la ministra groenlandese Motzfeldt.
Un faccia a faccia che, nelle parole di Rasmussen, serve a “portare la discussione in una stanza, guardarci negli occhi”.
La partita sulla Groenlandia non è più simbolica: è diventata una linea di frattura dentro l’Occidente. Da un lato, l’interesse strategico degli Stati Uniti per l’Artico, le rotte, le risorse e la sicurezza.
Dall’altro, la sovranità, l’autodeterminazione e il timore europeo che la logica della forza sostituisca quella delle alleanze.
Il fatto che si invochi la Nato per “rafforzare la presenza” dice molto: la Groenlandia è ormai un nodo centrale della nuova geopolitica globale, e la tensione tra alleati rischia di diventare un precedente pericoloso.
Israele e Palestina
■ GAZA: La Casa Bianca sta promuovendo un ampio mandato per il Board of Peace del presidente statunitense Trump, che amministrerebbe la Striscia e alla fine si occuperebbe di altri conflitti globali, hanno riferito alcune fonti ad Haaretz , con una che ha affermato che i funzionari statunitensi che promuovono l’iniziativa “la vedono come qualcosa di molto simile a un nuovo tipo di ONU , composta da paesi selezionati che prenderebbero decisioni che riguardano il mondo”.
Un diplomatico occidentale ha dichiarato ad Haaretz che il suo Paese è allarmato da questa iniziativa , affermando che creerebbe un meccanismo parallelo alle Nazioni Unite senza il supporto legale internazionale.
Una fonte diplomatica ha aggiunto che anche i funzionari arabi hanno espresso insoddisfazione per la proposta statunitense, preferendo che il consiglio si concentri solo su Gaza.
Sei palestinesi sono stati uccisi , tra cui due bambini, nel crollo di un edificio a Gaza City durante una tempesta, hanno riferito i funzionari dell’ospedale Gaza Al Shifa.
Il bilancio totale registrato dal 7 ottobre 2023 è ora di 71.424 morti, con 171.324 feriti.
dall’11 ottobre, primo giorno completo del cessate il fuoco, Israele ha ucciso almeno 447 palestinesi a Gaza e ne ha feriti 1.246, mentre 697 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie, secondo il Ministero della Salute.
un bambino di un anno è morto a causa del freddo estremo, portando a sette il numero totale di decessi infantili dovuti al freddo dall’inizio di questa stagione invernale, secondo il Ministero della Salute.
Le autorità di Gaza avvertono che la tempesta invernale potrebbe causare vittime di massa a causa del crollo dei rifugi: il 94% – ovvero 127.000 su 135.000 – delle tende a Gaza destinate agli sfollati sono inabitabili, lasciando centinaia di migliaia di persone esposte al freddo invernale intenso – senza coperte, materassi o riscaldamento – secondo l’ ufficio stampa governativo di Gaza .
I funzionari attribuiscono la crisi alla distruzione da parte di Israele di circa il 90% delle strutture di Gaza, allo sfollamento di oltre due milioni di persone e alla chiusura dei valichi per oltre 500 giorni, durante i quali ha bloccato 250.000 camion di aiuti e carburante.
Gli attacchi israeliani hanno anche colpito 303 rifugi e 61 centri di distribuzione alimentare, mentre la distruzione di 38 ospedali e la conseguente chiusura di 96 centri sanitari nell’enclave hanno contribuito a decine di migliaia di malattie respiratorie e infettive, con almeno 21 decessi per esposizione al freddo, tra cui la morte di 18 bambini.
■ ISRAELE: I leader delle fazioni che compongono la coalizione di governo del primo ministro Netanyahu hanno chiesto al premier di sfidare l’Alta Corte di giustizia israeliana se questa accetta le petizioni che gli chiedono di licenziare il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir , dopo che il procuratore generale Gali Baharav-Miara aveva precedentemente dichiarato alla corte che stava interferendo nel lavoro della polizia in violazione della legge e degli accordi raggiunti con lui.
Il governo ha depositato una dichiarazione giurata presso l’Alta Corte di Giustizia in risposta a una petizione contro un ordine che imponeva ai ministeri di cessare ogni contatto con Haaretz .
vi si affermava che il quotidiano “aveva espresso sostegno al nemico in tempo di guerra” e, pertanto, lo Stato non aveva alcun obbligo legale o pubblico di sostenerlo finanziariamente.
La dichiarazione giurata affermava inoltre che Haaretz è “utilizzato quotidianamente da molti di coloro che odiano Israele e gli antisemiti “.
Libano
L’UNIFIL ha chiesto formalmente a Israele di cessare il fuoco dopo che due colpi di mortaio illuminanti hanno colpito una sua base nel sud del Libano.
I proiettili hanno centrato l’eliporto e il cancello principale di una postazione a sud-ovest di Yaroun. I caschi blu si sono messi al riparo e non ci sono feriti.
In una nota, l’UNIFIL ha parlato di una grave violazione della risoluzione ONU 1701, che regola la tregua lungo la Linea Blu tra Libano e Israele.
Un episodio che rischia di minare una stabilità già fragile, mentre il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, in vigore da novembre 2024, resta incompleto: l’esercito israeliano mantiene ancora postazioni nel sud del Libano, alimentando nuove tensioni.
Colpire una base ONU non è solo un incidente militare: è un segnale politico. Dimostra quanto la tregua sia precaria e quanto l’area resti una polveriera, dove anche i peacekeeper diventano bersagli indiretti di un conflitto mai davvero chiuso.
Siria
Continuano gli scontri tra il governo di Damasco e le SDF ad Aleppo: martedì l’esercito siriano ha dichiarato un’area a est di Aleppo “zona militare chiusa”, in quello che potrebbe segnalare un’ulteriore escalation tra le forze governative e le Forze Democratiche Siriane (SDF) a maggioranza curda.
La scorsa settimana sono scoppiati scontri tra il governo provvisorio siriano e le SDF, a seguito della stallo dei negoziati su come integrare le SDF autonome nell’esercito siriano, che hanno causato diverse vittime e oltre 140.000 sfollati.
L’agenzia di stampa statale SANA ha riferito che l’esercito ha dichiarato l’area a est di Aleppo, vicino alle città di Maskana e Deir Hafer, “zona militare chiusa” a causa della “continua mobilitazione” delle SDF “e perché funge da punto di lancio per i droni suicidi iraniani che hanno preso di mira la città di Aleppo”.
Martedì, un comunicato dell’esercito ha affermato che i gruppi armati dovrebbero ritirarsi nell’area a est del fiume Eufrate.
Iran
L’Iran è attraversato da una delle ondate di protesta più violente degli ultimi anni, mentre la repressione del regime si fa sempre più brutale. Secondo organizzazioni per i diritti umani, almeno 2.000 persone sarebbero state uccise e migliaia arrestate. Il tutto sotto un blackout mediatico quasi totale.
In questo contesto, il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato un messaggio diretto ai manifestanti iraniani, invitandoli apertamente a continuare le proteste.
“Patrioti iraniani, continuate a protestare, prendete il controllo delle vostre istituzioni. L’aiuto è in arrivo”, ha scritto su Truth Social, avvertendo Teheran che “pagherà un prezzo altissimo” per l’uccisione dei manifestanti.
Trump ha annunciato la cancellazione di tutti gli incontri con funzionari iraniani, nonostante in precedenza Teheran avesse parlato di una possibile apertura al dialogo.
Ha inoltre minacciato l’uso della forza militare se la repressione dovesse continuare e imposto da subito dazi del 25 per cento sui partner commerciali dell’Iran, una misura che – secondo gli esperti – potrebbe avere ripercussioni sulle catene di approvvigionamento globali.
La Russia ha reagito condannando duramente quello che definisce un “intervento esterno sovversivo” degli Stati Uniti, definendo “categoricamente inaccettabile” qualsiasi minaccia di attacco militare.
Sul terreno, la repressione continua. Oggi è prevista la prima esecuzione di un manifestante: Erfan Soltani, 26 anni, arrestato sei giorni fa nella città di Fardis, sarà impiccato. La famiglia, sotto shock, non ha ricevuto informazioni sulle accuse né sul procedimento giudiziario.
Le proteste erano iniziate per il crollo della valuta iraniana e l’aumento vertiginoso dei prezzi, ma si sono rapidamente trasformate in una richiesta di rovesciamento del regime.
In alcuni settori si parla persino di un ritorno alla monarchia, abolita con la rivoluzione del 1979. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, dall’esilio si propone ora come possibile figura di transizione verso una democrazia.
Intanto, immagini e video fatti uscire clandestinamente dal Paese mostrerebbero centinaia di corpi ammassati in un obitorio di Teheran. Attivisti parlano di camion carichi di cadaveri – alcuni bruciati, altri con ferite da arma da fuoco – trasferiti al centro forense di Kahrizak.
Impossibile verificare in modo indipendente, anche perché internet e linee telefoniche restano interrotte. Filmati diffusi via Starlink indicherebbero però proteste ancora in corso a Teheran, Ahvaz e Isfahan.
L’Unione Europea sta discutendo nuove sanzioni contro Teheran, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato apertamente delle “ultime settimane” del governo iraniano, sostenendo che un regime che si regge solo sulla violenza è già alla fine.
L’Iran si trova a un bivio pericoloso. Da un lato, una protesta diffusa e radicalizzata, che non chiede più riforme ma la fine del sistema. Dall’altro, un regime che mantiene il monopolio delle armi e non esita a usarle.
Le parole di Trump infiammano lo scontro e internazionalizzano la crisi, ma sollevano anche un rischio concreto: senza un reale equilibrio di forze sul terreno, l’ingerenza esterna potrebbe rafforzare la narrativa del regime e giustificare una repressione ancora più dura.
La storia recente insegna che, in Iran, la caduta del potere non passa solo dalla piazza, ma da fratture interne che, per ora, non sono ancora visibili.
Yemen
L’Arabia Saudita consolida il controllo nello Yemen meridionale mentre il Consiglio di Transizione Meridionale (STC) sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti si frantuma: l’Arabia Saudita ha accelerato il suo consolidamento del potere nello Yemen meridionale nel fine settimana, quando l’azione militare saudita contro le forze separatiste del Consiglio di Transizione Meridionale (STC) in Yemen, clienti degli Emirati Arabi Uniti, ha aperto la strada a un radicale cambiamento politico all’interno del campo anti-Houthi.
Migliaia di persone hanno protestato ad Aden dopo che il Segretario Generale Abdulrahman al-Sebaihi ha letto da Riad una dichiarazione di scioglimento del STC, mentre il leader del STC, Aidarous al-Zubaidi, è fuggito negli Emirati Arabi Uniti attraverso il Somaliland dopo che l’Arabia Saudita lo ha dichiarato ricercato per tradimento.
I disordini aggravano la rivalità regionale tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e sollevano timori per i civili che già affrontano un peggioramento delle condizioni umanitarie.
Come ha dichiarato un funzionario del STC ad Aden a Drop Site, “Il Consiglio di Transizione Meridionale non è un’azienda che può essere sciolta da una dichiarazione… Qualsiasi dichiarazione rilasciata sotto pressione o in stanze chiuse a Riad rappresenta solo coloro che l’hanno scritta”.
Sudan
L’esercito sudanese prepara una grande offensiva per riconquistare il Kordofan e il Darfur: le Forze Armate sudanesi affermano di stare preparando un’offensiva su larga scala per riconquistare il Kordofan e il Darfur dalle Forze di Supporto Rapido.
Funzionari hanno dichiarato ad Al Jazeera che la campagna militare supererà in termini di portata la riconquista di Khartoum dell’anno scorso. L’esercito ha già riconquistato parte del territorio e respinto le forze delle RSF, secondo Al Jazeera, sebbene gli sfollati del Darfur si siano in gran parte rifiutati di tornare finché le RSF non saranno espulse.
Somalia
La Somalia annulla gli accordi di sicurezza e difesa con gli Emirati Arabi Uniti per il presunto transito del leader secessionista yemenita: la Somalia ha annullato tutti gli accordi di sicurezza e difesa con gli Emirati Arabi Uniti.
La decisione arriva dopo l’apertura di un’indagine sul presunto uso non autorizzato dello spazio aereo somalo e dell’aeroporto di Mogadiscio per facilitare il transito di Aidarous al-Zubaidi, presidente del consiglio di transizione meridionale separatista in Yemen, secondo Reuters.
La regione separatista del Somaliland ha affermato che tutti gli accordi tra il Somaliland e gli Emirati Arabi Uniti rimangono legittimi e vincolanti, in base alla sua presunta indipendenza, sebbene il Paese non sia riconosciuto dalle organizzazioni internazionali.
Stati Uniti
I principali procuratori per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia si dimettono in segno di protesta per il rifiuto di indagare sulla sparatoria di Renee Good: almeno quattro alti dirigenti della sezione penale della Divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti si sono dimessi dopo che Harmeet Dhillon si è rifiutata di aprire un’indagine del Dipartimento di Giustizia sulla sparatoria mortale di Renee Good da parte di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement a Minneapolis.
Le dimissioni, tra cui il capo e i vice capi della sezione penale, sono avvenute dopo la decisione di Dhillon di non avviare un’indagine sulla sparatoria separatamente da quella dell’FBI.
New York City registra il più grande sciopero infermieristico nella storia della città : quasi 15.000 infermieri in tutta New York City sono scesi in sciopero alle 6:00 di lunedì mattina dopo che non è stato raggiunto un accordo prima della scadenza del 31 dicembre per le trattative contrattuali.
La New York State Nurses Association afferma di volere stipendi più alti, un aumento del personale per la gestione dei pazienti, benefit interamente finanziati e migliori tutele sul posto di lavoro contro la violenza per i suoi membri.
“Non c’è carenza di ricchezza nel settore sanitario”, ha dichiarato il sindaco Zohran Mamdani, schierandosi a fianco degli infermieri in sciopero.
“L’amministratore delegato di Montefiore ha guadagnato più di 16 milioni di dollari l’anno scorso. L’amministratore delegato del NewYork-Presbyterian ha guadagnato 26 milioni di dollari. Ma troppi infermieri non riescono ad arrivare a fine mese”.
La governatrice di New York Kathy Hochul aveva già dichiarato lo stato di emergenza, affermando che uno sciopero “potrebbe mettere a repentaglio la vita di migliaia di newyorkesi e pazienti”, e tutti gli ospedali hanno dichiarato che rimarranno aperti nonostante lo sciopero.
Gruppi di destra avviano una raccolta fondi per l’agente dell’ICE di Minneapolis: organi di stampa e pagine di raccolta fondi di destra hanno promosso campagne online a sostegno di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE che ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Renee Good a Minneapolis il 7 gennaio 2026.
L’appello per la raccolta fondi ha sottolineato che il sindaco Jacob Frey è ebreo, presentandolo come una critica nei suoi confronti ai potenziali donatori.
Messico
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha dichiarato di aver parlato al telefono con il presidente Donald Trump di sicurezza, traffico di droga, commercio e investimenti “in un quadro di rispetto reciproco”, in seguito ai colloqui tra il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario agli Esteri messicano Juan Ramón de la Fuente, in cui Washington ha ribadito la sua attenzione sulla lotta al “narcoterrorismo”.
I funzionari messicani sono allarmati dalle minacce di Trump contro il Messico dopo l’azione degli Stati Uniti in Venezuela e, a quanto pare, Sheinbaum vuole evitare una rottura in vista dei prossimi colloqui sui dazi e di una revisione dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada.
Venezuela
Machado pronta per l’incontro con Trump alla Casa Bianca: María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace, incontrerà giovedì il presidente Donald Trump alla Casa Bianca, secondo un alto funzionario della Casa Bianca.
Ieri abbiamo gioito per il rientro in Italia di due italiani incarcerati per più di un anno in Venezuela. Ma tanti altri restato in carcere, e gruppi di parenti di prigionieri politici hanno passato la notte accampati davanti al carcere di El Rodeo I, vicino a Caracas, per chiedere il rilascio dei detenuti annunciato dal governo guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez.
La protesta nasce dalla frustrazione per la lentezza del processo e per la totale mancanza di informazioni ufficiali. Decine di famiglie si sono recate al penitenziario dopo che, giovedì scorso, le autorità avevano parlato della liberazione di un “numero significativo” di reclusi, in seguito alla cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti.
Da giorni i parenti restano davanti al carcere, dormendo in auto o all’aperto, al freddo, senza protezione della polizia in una zona considerata pericolosa.
Il ministero dei Servizi penitenziari parla di 116 rilasci, ma i numeri sono contestati. Secondo Foro Penal, i liberati sarebbero tra 49 e 56, mentre l’opposizione ne conferma al massimo 73, a fronte di una stima complessiva tra 800 e 1.200 detenuti politici nel Paese.
La distanza tra annunci ufficiali e realtà sul terreno alimenta sfiducia e rabbia. I rilasci, se ci sono, appaiono selettivi e opachi, mentre la detenzione politica resta uno strumento centrale di controllo in una fase di profonda instabilità del potere venezuelano.
Corea del Sud
In Corea del Sud i procuratori speciali hanno chiesto la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, accusato di insurrezione per aver tentato di imporre la legge marziale nel dicembre 2024. La richiesta è stata presentata al tribunale centrale di Seoul durante le arringhe finali.
Secondo l’accusa, Yoon sarebbe stato il “regista di un’insurrezione”, con l’obiettivo di restare al potere prendendo il controllo di Parlamento e magistratura. Per questo reato la legge sudcoreana prevede come pena massima la morte o l’ergastolo. Il verdetto è atteso entro il prossimo mese.
Yoon era stato destituito nell’aprile 2025 dalla Corte costituzionale ed è stato il primo presidente sudcoreano in carica a finire in arresto. Su di lui pendono anche altri procedimenti, tra cui un processo per aver “favorito il nemico”, legato al presunto invio di droni militari verso la Corea del Nord.
È una crisi senza precedenti per la politica sudcoreana: un test durissimo per le istituzioni e per la tenuta dello Stato di diritto in una delle principali democrazie asiatiche.
Ti potrebbe interessare anche:
- Le lacrime del Venezuela – Radio Bullets
- Negoziare per salvare il Venezuela dal caos
- La colpa di una moglie – Radio Bullets
- Venezuela: 11 morti e 749 arrestati per le proteste
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici
