La colpa di una moglie

Scritto da in data Febbraio 15, 2019

CARACAS – Il 27 giugno 2017 nella capitale è la solita giornata di sole, Dayana Santana, 37 anni si prepara per andare al lavoro, quando riceve un messaggio del marito che le dice di amarla, che andrà tutto bene, di spostare i soldi dal conto di lui a quello di lei e di spedire delle cose alla famiglia di lui. Dayana sorride, anche se è abituata a sentire il marito che le dice che la ama, la emoziona sempre. Quella di Dayana è una vita come tante, un ex marito alle spalle, un nuovo matrimonio, figli che crescono e i problemi di un paese dove i soldi che non bastano mai, le medicine che non si trovano, il cibo quando si trova è sempre più caro.

Il 27 giugno per Dayana è una giornata come le altre. E come tutti si ritroverà inchiodata a vedere le immagini di un elicottero della polizia che sorvola il palazzo della Corte Suprema e il ministro degli Interni. elicottero. Dall’elicottero vengono lanciate alcune granate e degli spari contro gli edifici. Si mette una mano sulla bocca quando riconosce il migliore amico di suo marito alla guida dell’elicottero. Dietro di lui nel posto da passeggero un uomo con un passa montagna che regge uno striscione.


Nessuno viene ferito o ucciso, e poco dopo il presidente del Venezuala Nicolas Maduro descriverà l’incidente come un attacco terroristico. Maduro Parla di un tentato fallito di colpo di Stato. Il video ha ripreso l’elicottero in volo e si vede Oscar Perez, ex attore e ispettore della Brigata per le operazioni speciali del corpo scientifico della polizia alla guida e appunto un uomo con il volto coperto che tiene in mano un lenzuolo con la scritta Libertad e in grande il numero 350, un articolo della Costituzione venezuelana che dice che “la gente del Venezuela…rinnegherà qualsiasi regime, legislazione o autorità che violi i valori, i principi e le garanzie diplomatiche o che violi i diritti umani”.
L’uomo che si sporge dall’apertura dell’elicottero con un passamontagna in testa e lo striscione in mano è José Alejandro Diaz Pimentel, uno dei migliori amici di Oscar Perez e il marito di Dayana.

L’elicottero si dilegua e verrà trovato il giorno dopo nelle campagne fuori Caracas.

Quello stesso pomeriggio da non si sa dove, Oscar Perez appare in un video dietro di lui la bandiera e un gruppo di uomini armati ancora con il viso coperto. discorso perez “Siamo nazionalisti, patrioti e istituzionalisti. La lotta non è contro il resto delle forze dello Stato, è contro la tirannia di questo governo”.

Il ministro dell’informazione Ernesto Villegas dice che sono stati sparati 15 colpi contro il ministero degli Interni mentre era in corso un evento dove si celebrava il giorno nazionale dei giornalisti. Perez spiega nel video che i colpi erano a salve e che le granate lanciate non erano letali ma solo rumorose e che erano state lanciante contro la Corte Suprema per attirare l’attenzione sullo striscione, anche se il governo poi dirà che erano quattro bombe israeliane di origine colombiane.

“Volevamo essere un monito perché non si perdesse la speranza, e non solo per la gente ma anche per gli impiegati pubblici”, dice Perez nel video. Intanto Maduro individua l’ex capo dell’intelligence e ex ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres e sostiene che Perez era un suo pilota, accusa Rodriguez di lavorare con la Cia. Rodriguez risponde subito di volare su mezzi dalla Sebin (servizi segreti civili) e che il suo pilota si chiama Pedro Perez, non Oscar. Un importante funzionario chavista difende Rodriguez dicendo che il documento che lo collega alla Cia è spazzatura. E la situazione almeno per Torres si risolve.

La mossa successiva del governo è mandare i militari della Guardia nazionale bolivariana a fare irruzione nel parlamento che è guidato da una maggioranza di opposizione. Escono immagini del colonnello Vladimir Lugo Armas che spinge fuori dalla porta Julio Borges portavoce dell’Assemblea nazionale. I sostenitori del governo si radunano fuori dall’edificio e cominciano a insultare chi sta dentro e a danneggiare i veicoli, alcuni giornalisti vengono picchiati, per 4 ore le persone restano bloccate nel palazzo senza che la polizia intervenga. Il giorno dopo, il vice presidente Tareck El Aissami dice che l’elicottero usato nell’attacco è stato rinvenuto a Osma, nella zona di Vargas, una cittadina di campagna a nord est di Caracas. Viene mandato l’esercito ma non trovano nessuno. Il contadino Reyes Castillo che ha trovato l’elicottero racconta solo che aveva trovato l’elicottero nella sua terra e che non sa altro. Castillo viene arrestato e condannato da un tribunale militare che lo spedisce a Ramo Verde, la famigerata prigione dove vengono rinchiusi i prigionieri politici e i manifestanti.

Il colonnello Lugo, che aveva fatto irruzione nel parlamento venne decorato il 29 giugno.

La mattina dopo l’attacco di Perez e Pimentel, Dayana è sconvolta, suo marito non è tornato a casa e come tutti ha visto quello che ha fatto con Perez. E’ cominciata la caccia agli uomini, poliziotti che per mezzo Venezuela saranno traditori, forse al soldo della Cia come sostiene qualcuno, per altri eroi, diventano quelli che accendono i riflettori su quello che sta succedendo in Venezuela.

Per Dayana invece che la sua vita non sarà più la stessa, lo scopre quando gli agenti della Sebin arrivano al lavoro e la trascinano via. La portano in un primo posto dove la interrogano e lei giura non sapere niente. Dai tabulati telefonici la Sebin ha scoperto che il marito ha chiamato la figlia di Dayana che viveva con loro ma nata dal primo matrimonio. Lei ha risposto ma non si sentiva nulla, era una chiamata dal cellulare. Gli agenti riportano Dayana a casa per prendere la ragazza, mettono sottosopra l’appartamento e tornano in un posto diverso. Dayana si fa promettere che avrebbero interrogato la 17enne alla sua presenza perché minorenne, ma appena arrivano vengono divise, ammanettate e incappucciata. Dayana viene insultata,  “Mi chiamavano puttana, mi strattonavano insinuavano che mia figlia avesse una storia con mio marito”, ci dice Dayana che ha deciso ieri di parlare per la prima volta con la stampa. Dayana non sa ancora che il migliore amico di Perez e di suo marito, Ramon Fernando Delgado Vegas, 38 anni, che lavora come difensore pubblico, è in una stanza vicino sotto lo stesso serrato interrogatorio.

Il 4 luglio Oscar Perez riappare sui social media commenta l’accaduto e parla delle prossime azioni. Ripete che non hanno intenzione di uccidere nessuno, che gli assassini sono il presidente Maduro e il suo capo di governo Diosdado Cabello, sono loro che uccidono i venezuelani. Perez invita la gente a protestare e che non sono soli. E poi spariscono di nuovo. Intanto la figlia di Dayana viene rimandata a casa dalla nonna, dopo una giornata interna di interrogatorio dove continuano a chiederle perché il patrigno l’ha chiamata da un telefono satellitare ma lei non lo sa, pensava fosse una chiamata dall’estero e mentre lei torna a casa, Dayana e Ramon diventano ostaggi del governo.

Eravate spaventati?  Lo ero da morire, e lo siamo ancora dice lui,

Vengono sbattuti in prigione e non usciranno che sette mesi dopo, qualche settimana dopo l’uccisione di Perez, suo marito Pimentel e altre cinque persone dopo un assedio durato ore e andato in mondo visione perché Perez fino a che ha potuto con il volto sanguinante è andato in diretta. In sottofondo gli spari e la sua inascoltata richiesta di resa.

“Sono stata in prigione per sette mesi – racconta Dayana che è ancora in libertà condizionale – volevano usare me far pressione su mio marito, ero in una cella piccola con altre 25 donne, prima con le criminali comuni poi sono stata spostata con prigioniere politiche. Passavo il tempo tenendomi occupata, cucendo, facendo ginnastica, usando le mani il più possibile”. Il marito ha cercato, scoprirà solo quando uscirà, di contattarla attraverso altre persone, ma senza successo. Lei non sentirà mai più suo marito.

Sorte ancora più dura per Vegas. “La mia prima cella è stata il Tigrito dove mettono le persone appena arrivate, per sette giorni, poi un’altra per criminali comuni per 21 giorni, e poi sono stato messo con i prigionieri politici”. Vi sentivate prigionieri politici? “Senza alcun dubbio, tutto quello che ci è accaduto è illegale, entro 45 giorni avrebbero dovuto incriminarci”. Eravate depressi? Arrabbiati? “Molta rabbia ovvio, molta paura”.  “Sono stato talmente picchiato che a volte svenivo, i primi giorni mi sono ritrovato addosso delle bruciature che non so neanche come mi hanno fatto. Volevano che dicessi cose che non sapevo. Mi fa ancora male ricordare, Più volte mi hanno buttato in terra, messo un sacchetto intorno alla testa, tiravano indietro mentre cercavo disperatamente di respirare”.
A che si pensa? “La famiglia soprattutto. Mia moglie. Mi han tenuto in vita i miei figli”, dice lui Avreste mai immaginato di finire in prigione?:  Mai, mai rispondono insieme, ero terrorizzata al solo pensiero di essere ammanettata, non so neanche come abbia fatto. “Mio padre era morto da poco. E mia madre era malata, mi dicevano che non avrebbero permesso che venisse operata. La mia famiglia le aveva detto che ero a Panama per lavoro e lei ogni volta che riuscivo a parlare al telefono, mi chiedeva perché non tornassi, che non avrebbe resistito a lungo”. Ma lo ha fatto, la mamma ha resistito una settimana dopo il suo rilascio, Vegas mostra una foto di lui che l’abbraccia, “Almeno son riuscito a dirle addio”, mormora commuovendosi. Dayana eri arrabbiata con suo marito? “Fino a che sono stata dentro no, ma ora sì. Perché ha rischiato tutto per niente”.

Sono trascorsi sette lunghissimi, inesorabili mesi per Dayana e Ramon, colpevoli di essere le persone più care dei super ricercati del Venezuela.  Poi alle prime ore del 15 gennaio 2018, circa 500 tra soldati, militari, polizia e agenti dell’intelligence circondano una casa a El Junquito, una zona a ovest di Caracas. Sette persone si nascondono lì dentro: Oscar Perez, José Pimentel e altri cinque compagni. Trascorreranno alcune ore e Perez e i suoi verranno trovati morti tra le macerie della casa. Perez è stato ucciso da un proiettile alla testa. Gli altri hanno subito un destino simile, tutti tranne uno hanno ferite da armi da fuoco alla testa. Il raid è durato sette ore, Perez ha fatto dei video che continuava a condividere sul suo accont istagram, in diversi esprime la volontà di volersi arrendere.

Trasmissioni trapelate dalle radio dei servizi di sicurezza che riguardano quel giorno, fanno pensare che Perez e i suoi uomini abbiano negoziato una resa, ma il governo ad oggi insiste che sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco iniziato dai ricercati.
E la domanda che molti si pongono è, Oscar Perez è stato giustiziato? Indagini indipendenti fanno credere che i ribelli siano stati uccisi prima che una qualsiasi indagine potesse essere condotta, e che le prove che avrebbero fornito risposte, sono state distrutte.

Ma secondo il NY Times e l’Università di Toronto che ci sta lavorando ci sono nuovi metodi investigativi per riempire i buchi. Gli investigatori di Bellingcat e Architettura Forense hanno collaborato in questa inchiesta, collezionando, identificando, verificando tutto quello che sono riusciti a trovare per ricostruire la narrazione. Hanno trovato 60 prove dentro e intorno alla casa sicura, tra cui tweets, video, foto fatte dai residenti, nonché le dichiarazioni delle forze di sicurezza e di Perez, così come appunto le comunicazioni radio della polizia che sono riusciti a far trapelare. Hanno ricostruito con un progetto tridimensionale navigabile su una piattaforma digitale che mostra un modello della casa sicura e l’ambiente di el Junquito circostante, mettendo insieme tutti i pezzi dei racconti di quel giorno. Quello che ne esce è che Perez e i suoi, sono stati giustiziati.

Ma andiamo con ordine, dai video postati da Perez su Istagram alle 6.45 del mattino sapeva che la casa era circondata e dice che ha intenzione di arrendersi. Nei primi video di quella mattina, Perez è tranquillo, sicuro di sé, parla con calma alla telecamera e chiede ai venezuelani di lottare contro il governo di Maduro. Qualche ora più tardi la situazione cambia.

In un breve video sempre condiviso su Instagram, si vede Perez con il volto insanguinato, gli occhi si muovono nervosamente nella stanza, si sentono spari. Diche che le autorità stanno ignorando i suoi tentativi di arrendersi e che stanno attaccando la casa con granate. Si stima che il video sia delle 9.07. In un altro video registrato meno di un’ora dopo, Perez nel panico urla le sue ultime parole: “Ci arrendiamo, non sparate!”.

Poco dopo prima di mezzanotte un giornalista venezuelano posta una foto di Perez morto tra le macerie di una casa sicura, voltò all’insù, con la mano sinistra al lato della testa. Un foro di proiettile al centro della fronte.

Secondo le comunicazioni Radio tra le forze di sicurezza coinvolte nel raid tra le 11.15 e le 11.32 si sente: “C’è una negoziazione con Alpha6, c’è una negoziazione con Alpha6, nessuno spari. Alpha6, si arrendono ad Alpha sei”, dice una voce alla Radio. Alpha6 è il maggiore Rafael Enrique Bastardo Mendoza. Come capo delle forze speciali della polizia Bolivariana, conduceva il gioco quel 15 gennaio.

In una conferenza stampa il 16 gennaio il governo ha confermato la morte di Perez, dei suoi uomini e di due poliziotti. Ma le voci che il leader ribelle e suoi siano stati giustiziati non si placano. Voci amplificate dal fatto che per diversi giorni alla famiglia di Perez è stato impedito di vedere il suo corpo alla camera mortuaria di Caracas. Un giornalista venezuelano alla fine ha ottenuto una copia del certificato di morte di Perez e lo ha postato su Twitter, riguardo alla causa della morte c’è scritto: Diversi traumi craniali dovuti a ferite di armi da fuoco”. Un altro dei sette è stato colpito al collo, gli altri anche loro alla testa.

Ora forse non si saprà mai cosa è veramente accaduto. La loro morte resterà uno dei misteri del Venezuela. Restano però le parole di una donna che amava uno dei quegli uomini e del loro migliore amico. Hanno pagato per questo, ancora pagano essendo dopo un anno in libertà condizionata, devono firmare ogni mese in tribunale e non possono viaggiare. “Ho detto a mio figlio che suo padre era morto durante una visita in prigione, mi si è spezzato il cuore, racconta Dayana, un figlio che ora ha paura di tutto, perfino di andare al bagno da solo. L’altra figlia l’ha mandata all’estero e tenta di aiutare i figli del matrimonio precedente del marito. Ha perso il suo lavoro che era statale così come Ramon, e ora però ha ripreso a fare l’avvocato. Ma non è facile, non sarà mai più facile.

Anche se Perez e Pimentel oggi sono considerati eroi da chi si oppone a Maduro e traditori dai lealisti, Dayana non ha dubbi se quel 27 giugno lo avesse saputo, al marito non glielo avrebbe permesso. “….44.25 Lo avrei inchiodato a casa. 44.35 Una cosa è avere un ideale, e un’altra cosa è vedere la realtà della situazione —- 37.00 Niente di quello che ha fatto, potrà riempire il dolore che ha lasciato. A volte penso che sia un eroe a volte no, ma per i suoi figli lo è. Mio marito ha dato tutto per il suo Paese, ma a volte sono così arrabbiata, altre volte orgogliosa, altre ancora mi sento così sola anche se tutti lo celebrano, come un eroe, lui se n’è andato lottando per la sua causa e io resto a lottare in un paese dove ancora non è cambiato nulla, e se si fosse sacrificato per niente?”. Vegas, invece, non ha dubbi: “57. Il cambiamento sta per avvenire, la tirannia non può durare, la corruzione neanche, ne parlavano spesso Oscar e José, della situazione, di come funzionava dentro all’ambiente militare. Erano coraggiosi e preparati, erano uomini in anticipo di onore, giusti, il paese forse non era pronto per loro. 44.20 Se me lo avessero detto, sarei andato con loro senza esitazione”. E i tuoi figli? “45.50 E’ una domanda dura, ma quello che stiamo vivendo in Venezuela avrà conseguenze sui nostri figli in ogni caso”.

 

 

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In questi giorni stiamo cercando di capire cosa stia succedendo in Venezuela e abbiamo parlato con diverse persone che spiegano come si è arrivati a questo punto con una storicacosa potrebbe essere fatto ce lo spiega l’economista  e soprattutto come si vive in un paese dove lo stipendio medio è di 5 euro e una scatola di tonno, tra l’altro oggi introvabile, ne costa 7: Il prezzo della crisi. 

Sulla questione dei diritti umani, leggete o ascoltate l’intervista ad Alfredo Romero del Foro Penal

 


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