28 maggio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Maggio 28, 2026

  • Libano: ordini di evacuazione per tutto il sud. Stati Uniti-Iran: tregua armata nello Stretto di Hormuz.
  • Gaza: Eid tra macerie, fame e assassinii mirati.
  • Sudan: il fronte si sposta verso il confine etiope.
  • Corea del Sud: dissidente cinese fugge via mare.
  • Spagna: il governo Sánchez travolto dalle inchieste.
  • Laos: trovati vivi dopo una settimana nella grotta allagata.
  • Sudafrica-USA: polemica sullo status di rifugiati per i bianchi afrikaner.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Libano

In Libano ormai si continua a morire dentro un cessate il fuoco che esiste solo sulla carta. Anche durante Eid al-Adha le operazioni militari non si sono fermate. Un raid israeliano su Deir Aames ha ucciso due persone, mentre nuovi attacchi sono stati segnalati a Dibbin e Shebaa.

Un soldato libanese, colpito vicino alla diga del lago Qaraoun, è stato recuperato solo dopo ore perché droni e bombardamenti israeliani impedivano ai soccorsi di avvicinarsi. E intanto il numero delle vittime continua a crescere: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di seicento persone sono state uccise in Libano dagli attacchi israeliani anche dopo la tregua annunciata ad aprile.

Ma Israele sta ampliando ulteriormente la guerra. L’esercito ha dichiarato “zona di combattimento” tutta l’area a sud del fiume Zahrani, ordinando alla popolazione di evacuare verso nord e minacciando di agire “con grande forza” contro Hezbollah. È la prima volta che viene chiesto lo sgombero di un’area così vasta, circa duemila chilometri quadrati di territorio libanese.

Decine di villaggi del sud sono stati svuotati nelle ultime ore, compresi tre campi profughi palestinesi nell’area di Tiro: Rashidiya, Burj al-Shamali e Al-Bas. Famiglie costrette a scappare di notte, anziani caricati in fretta sulle auto, bambini svegliati nel panico mentre i droni continuano a sorvolare il cielo. Migliaia di persone stanno fuggendo verso Sidone, città già piena di sfollati arrivati dalle precedenti offensive.

Benjamin Netanyahu ha detto che Israele sta “approfondendo l’operazione” in Libano e rafforzando la cosiddetta zona di sicurezza nel sud del Paese. Hezbollah risponde parlando di combattimenti ravvicinati, attacchi con droni e scontri oltre la cosiddetta “Yellow Line”, la linea che avrebbe dovuto segnare il limite delle operazioni israeliane.

L’esercito israeliano ammette che sei dei suoi soldati sono stati uccisi dai droni esplosivi di Hezbollah dopo il cessate il fuoco.

Secondo il ministero della Salute libanese, oltre tremiladuecento persone sono morte dall’inizio dell’escalation e più di un milione e duecentomila sono state costrette a lasciare le proprie case.

Beirut, per ora, viene risparmiata dai bombardamenti più pesanti, ma il rumore costante dei droni israeliani sopra la capitale ricorda a tutti che la guerra è ancora lì, sospesa sopra il Libano come una minaccia permanente.

Stati Uniti contro Iran

La guerra sembra rallentare, ma nessuno si fida davvero di nessuno. E infatti il Medio Oriente vive queste ore sospese tra diplomazia, minacce e missili. Secondo la tv di Stato iraniana, Teheran avrebbe ricevuto una prima bozza di memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per mettere fine al conflitto.

Un documento preliminare, ancora pieno di ambiguità, ma che segnala un tentativo concreto di trasformare la tregua fragile in un accordo più stabile.

I media iraniani parlano di un quadro in quattordici punti che prevederebbe la riapertura completa dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale entro trenta giorni, la fine del blocco americano sui porti iraniani e il ritiro delle forze militari statunitensi dall’area attorno all’Iran.

Secondo l’emittente IRIB, l’intesa potrebbe persino diventare una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU entro sessanta giorni.

Ma restano enormi zone d’ombra. Non è chiaro, ad esempio, se Teheran rinuncerebbe a imporre tasse di transito sulle navi commerciali che attraversano Hormuz. L’Iran starebbe anche cercando di co-gestire il traffico marittimo insieme all’Oman, ma non esiste ancora alcun accordo ufficiale. E, dettaglio tutt’altro che secondario, le navi militari non avrebbero garantito il passaggio sicuro nello stretto.

Da Washington, però, è arrivata una smentita durissima. La Casa Bianca ha definito il documento diffuso dai media iraniani “una completa fabbricazione”, accusando Teheran di diffondere informazioni false. Donald Trump, durante una riunione di governo particolarmente tesa, ha rilanciato dicendo che “nessuno controllerà Hormuz”, nemmeno l’Oman.

E poi la frase che ha lasciato di stucco molti diplomatici del Golfo: “L’Oman si comporterà come tutti gli altri, altrimenti dovremo farli saltare in aria”.

Parole pesantissime, soprattutto perché Mascate è da decenni uno degli alleati più stabili degli Stati Uniti nella regione e ha spesso svolto il ruolo di mediatore silenzioso proprio tra Washington e Teheran.

Trump ha poi alzato ulteriormente la pressione sui Paesi arabi e musulmani chiedendo che Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania aderiscano ufficialmente agli Accordi di Abramo, i trattati di normalizzazione con Israele promossi durante il suo primo mandato.

“Ci devono questo”, ha detto il presidente americano, arrivando persino a suggerire che il futuro accordo con l’Iran potrebbe dipendere dall’adesione di nuovi Paesi agli accordi con Israele.

E infatti il nodo resta il nucleare. Teheran continua a dire che le sue scorte di uranio arricchito non sono negoziabili. Lo ha ribadito Ali Bagheri Kani, figura chiave del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, spiegando che i colloqui indiretti con Washington starebbero proseguendo attraverso mediatori pakistani.

Secondo Reuters, l’Iran vorrebbe rinviare la questione nucleare a una seconda fase dei negoziati. Ma Washington continua a chiedere lo smantellamento delle infrastrutture nucleari e la consegna dell’uranio altamente arricchito. Il segretario di Stato Marco Rubio è stato netto: “L’Iran non avrà mai un’arma nucleare”.

Nel frattempo emergono anche altre tensioni dietro le quinte. Un funzionario iraniano ha detto al sito Drop Site che la richiesta americana di coinvolgere altri Paesi musulmani negli Accordi di Abramo non avrebbe nulla a che vedere con i negoziati sul cessate il fuoco. Secondo Teheran sarebbe piuttosto un tentativo di Washington di strappare concessioni diplomatiche dell’ultimo minuto ai governi arabi.

Intanto il mare resta uno dei punti più pericolosi del pianeta. La Corea del Sud sostiene che sia stato “molto probabilmente” un missile iraniano a colpire all’inizio del mese una nave cargo sudcoreana nello Stretto di Hormuz. Seul ha annunciato che convocherà l’ambasciatore iraniano.

E mentre si parla di tregua, i raid non sono finiti. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco con bombardamenti nel sud del Paese e ha parlato apertamente di “malafede” americana.

La risposta dei Guardiani della Rivoluzione non si è fatta attendere: un alto ufficiale della marina dei Pasdaran ha detto che l’intera costa meridionale iraniana potrebbe trasformarsi in “un cimitero per gli aggressori” in caso di nuova guerra.

Nonostante tutto, però, qualcosa si muove davvero. I Pasdaran hanno annunciato che nelle ultime ventiquattro ore venticinque navi commerciali hanno attraversato lo Stretto di Hormuz sotto coordinamento iraniano. In totale sarebbero oltre novanta le imbarcazioni transitate dopo le restrizioni imposte durante il conflitto.

Teheran ha anche liberato dieci marinai indiani detenuti dallo scorso anno dopo il sequestro della loro nave vicino al porto di Jask. E ha annunciato la riapertura dell’aeroporto internazionale di Tabriz, danneggiato durante la guerra con Stati Uniti e Israele.

Ma la guerra pesa anche dentro gli Stati Uniti. I sondaggi mostrano che il conflitto con l’Iran è sempre meno popolare tra gli elettori americani, soprattutto mentre i prezzi dell’energia continuano a salire. Trump però non arretra. “Non mi importa delle elezioni di midterm”, ha dichiarato, a pochi mesi da un voto che potrebbe decidere il controllo del Congresso.

Segnali piccoli, contraddittori, forse persino fragili. Ma in Medio Oriente, ormai, anche il ritorno di una nave o la riapertura di un aeroporto possono sembrare una forma di tregua.

Palestina e Israele

A Gaza anche la vigilia dell’Eid al-Adha si è trasformata in una giornata di lutto. Almeno quattordici palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani delle ultime ore. A Khan Younis un drone ha colpito un’auto uccidendo due uomini, mentre una ragazza di quindici anni è morta per le ferite riportate in un precedente bombardamento sulla zona di Mawasi.

Ma il raid più pesante è arrivato a Gaza City, nel quartiere di Al-Rimal, dove un attacco israeliano contro una torre residenziale ha ucciso almeno sei persone e ferito oltre venti. Israele sostiene di aver eliminato Mohammed Odeh, indicato come il nuovo comandante delle Brigate al-Qassam dopo la recente uccisione del suo predecessore. Hamas ha confermato la morte di Odeh, dicendo però che nel bombardamento sono stati uccisi anche sua moglie e due dei suoi figli.

Intanto il ministro della Difesa israeliano Israel Katz è tornato a parlare del piano di “emigrazione volontaria” da Gaza, parole che molti palestinesi leggono come l’ennesimo tentativo di normalizzare uno sfollamento permanente della popolazione.

In Cisgiordania continua anche la violenza militare israeliana: un uomo palestinese di quarantacinque anni è stato ucciso durante un raid nel campo profughi di Jenin.

E mentre la guerra continua, la ricostruzione resta ferma. Secondo il Financial Times, il fondo internazionale annunciato da Donald Trump per la Gaza del dopoguerra non avrebbe ricevuto ancora alcun finanziamento concreto, nonostante le promesse miliardarie fatte nei mesi scorsi.

Nel nord di Gaza, intanto, il ministero della Salute ha aperto un nuovo centro di emergenza nel campo di Halawa, dove oltre ventimila sfollati vivono in tende distrutte vicino alle postazioni militari israeliane. “Qui una volta c’erano aranceti e limoneti”, ha detto il direttore del ministero. “Oggi restano solo tende, spari e ricordi.”

Sudan

In Sudan l’esercito regolare continua ad avanzare nello Stato del Blue Nile. Le forze armate hanno annunciato di aver ripreso il controllo di quattro aree strategiche nella regione di Qaysan, spingendo i combattenti delle Rapid Support Forces verso il confine con l’Etiopia.

L’offensiva arriva dopo la riconquista della zona di Barka e avvicina l’esercito alla città di Karamak, caduta a marzo nelle mani delle RSF e dei loro alleati ribelli. Negli ultimi mesi i combattimenti nel Blue Nile hanno costretto circa cinquantamila persone a fuggire dalle proprie case.

Intanto un rapporto di Human Rights Watch accusa gli Emirati Arabi Uniti di aver facilitato l’invio di centinaia di mercenari colombiani a combattere al fianco delle RSF nel Darfur. Secondo l’inchiesta, ex soldati colombiani sarebbero stati reclutati attraverso società legate ad Abu Dhabi e trasferiti in Sudan passando per Libia, Ciad e Somalia.

Human Rights Watch sostiene che le RSF continuino a commettere crimini di guerra, pulizia etnica, violenze sessuali e reclutamento di bambini soldato, chiedendo nuove sanzioni internazionali contro i responsabili.

Sudafrica

Continua a far discutere la decisione di Donald Trump di aprire le porte degli Stati Uniti ai sudafricani bianchi afrikaner come rifugiati politici. Washington ha annunciato che quest’anno accoglierà altri diecimila afrikaner, sostenendo che in Sudafrica esisterebbe una “emergenza umanitaria” contro la minoranza bianca.

Ma il governo sudafricano e le stesse organizzazioni afrikaner respingono questa versione. Il ministero degli Esteri di Pretoria parla di accuse infondate, mentre il sindacato Solidariteit e il gruppo AfriForum dicono di non sapere nulla di una persecuzione sistematica contro gli afrikaner.

Dal lancio del programma, circa seimila sudafricani si sono trasferiti negli Stati Uniti. Intanto però l’amministrazione Trump continua a bloccare l’accesso al programma rifugiati per persone in fuga da guerre e disastri in altre parti del mondo.

Secondo diversi esperti, questa scelta rischia di trasformare la protezione umanitaria in uno strumento politico selettivo, privilegiando alcuni rifugiati rispetto ad altri.

Spagna

La polizia spagnola ha perquisito la sede del Partito Socialista a Madrid sequestrando documenti nell’ambito di un’indagine per presunta corruzione. È l’ultimo colpo a un governo sempre più sotto pressione dopo una lunga serie di scandali che coinvolgono uomini chiave del PSOE, familiari del premier Pedro Sánchez e persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero.

L’inchiesta riguarda una presunta campagna di disinformazione organizzata per ostacolare procedimenti giudiziari contro il partito. Nel mirino anche ex ministri e imprenditori legati ai socialisti.

Il leader conservatore Alberto Núñez Feijóo ha attaccato duramente Sánchez dicendo che il governo “puzza di corruzione” e chiedendo elezioni anticipate.

Sánchez, che si trovava in Vaticano per incontrare il Papa mentre emergeva la notizia delle perquisizioni, ha però escluso le dimissioni e ha promesso di restare al potere fino alla fine del mandato.

Ma tra accuse di tangenti, traffico d’influenza e processi imminenti, la crisi politica spagnola sembra solo all’inizio.

Regno Unito e Polonia

Regno Unito e Polonia stringono un nuovo patto di difesa mentre l’Europa prova a prepararsi a un futuro con meno protezione americana. Il primo ministro britannico Keir Starmer e quello polacco Donald Tusk hanno firmato un accordo che rafforza la cooperazione militare e di sicurezza tra i due Paesi.

L’intesa riguarda difesa aerea e missilistica, produzione di armi, cybersicurezza, controllo delle frontiere e lotta allo spionaggio. Sullo sfondo c’è soprattutto la percezione crescente della Russia come minaccia strategica. Tusk lo ha detto apertamente: Varsavia e Londra condividono la stessa preoccupazione nei confronti di Mosca.

Per Starmer è anche un modo per ricucire i rapporti europei dopo gli anni difficili della Brexit. Negli ultimi mesi il Regno Unito aveva già firmato accordi simili con Francia e Germania, mentre Washington continua a chiedere agli alleati europei di investire di più nella propria difesa.

Segno che la nuova architettura della sicurezza europea si sta costruendo adesso, pezzo dopo pezzo.

Russia e USA

Nuova tensione diplomatica tra Mosca e Washington alle Nazioni Unite. La Russia accusa gli Stati Uniti di aver violato gli accordi internazionali dopo il rifiuto del visto al vice ministro degli Esteri russo Alexander Alimov, che avrebbe dovuto partecipare a una riunione del Consiglio di Sicurezza a New York.

Secondo l’ambasciatore russo all’ONU Vassily Nebenzia, Washington avrebbe infranto gli obblighi previsti dall’accordo del 1947 che garantisce ai rappresentanti degli Stati membri l’accesso alla sede delle Nazioni Unite.

Mosca sostiene inoltre che il gesto rappresenti anche uno schiaffo diplomatico alla Cina, che questo mese presiede il Consiglio di Sicurezza. Alla stessa riunione avrebbe dovuto partecipare anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che però ha annullato il viaggio proprio a causa di problemi legati al visto statunitense.

Un episodio che mostra quanto lo scontro geopolitico stia ormai investendo anche gli spazi della diplomazia internazionale.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti cresce l’allarme per le condizioni nei centri di detenzione per migranti. Un’inchiesta dell’Associated Press rivela che almeno dieci detenuti dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, si sono tolti la vita da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025.

Solo negli ultimi mesi sette morti sono state classificate come suicidi, il numero più alto mai registrato in un singolo anno fiscale nella storia dell’agenzia. Di solito, spiegano i dati citati dall’AP, i suicidi erano uno o nessuno all’anno.

Secondo esperti sanitari e specialisti del sistema carcerario, questi numeri mostrano gravi falle nella gestione dei detenuti. L’inchiesta parla di segnali di disagio ignorati, cure psicologiche ritardate e controlli insufficienti su persone considerate già a rischio. In alcuni casi, i detenuti avrebbero avuto accesso anche a materiali utilizzabili per farsi del male.

Dietro la stretta sull’immigrazione voluta da Trump, emerge così anche una crisi umana sempre più profonda dentro i centri di detenzione americani.

Gli Stati Uniti hanno nuovamente inserito nella lista delle persone sanzionate Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, da mesi nel mirino di Israele e dell’amministrazione Trump per le sue denunce sulla guerra a Gaza.

Le sanzioni erano state sospese temporaneamente dopo un’ordinanza giudiziaria, ma Washington aveva già chiarito che la revoca non sarebbe stata definitiva.

Albanese aveva accusato Israele di violazioni sistematiche del diritto internazionale e aveva chiesto indagini sui possibili crimini di guerra nei territori palestinesi. La decisione americana rischia ora di aprire un nuovo scontro diplomatico con le Nazioni Unite e con le organizzazioni per i diritti umani che da tempo difendono il lavoro della relatrice italiana.

Afghanistan

Neda aveva dodici anni quando la sua famiglia la diede in sposa a un uomo che non aveva mai visto. Non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale, non sapeva cosa fosse il matrimonio, né il sesso. Ma in Afghanistan questo può bastare per essere considerata pronta a diventare moglie.

Oggi i talebani hanno reso tutto ancora più esplicito con una nuova legge sul divorzio che, di fatto, riconosce e legittima i matrimoni infantili. Il decreto stabilisce che una ragazza sposata da bambina può chiedere l’annullamento del matrimonio solo dopo la pubertà. E se, raggiunta quella fase, non si oppone formalmente, il suo silenzio viene interpretato come consenso.

Secondo l’ONU, è un altro passo nella cancellazione dei diritti delle donne afghane. In un Paese dove le ragazze non possono studiare oltre la sesta elementare e dove il divorzio resta un tabù sociale, per molte bambine trovare testimoni, affrontare un tribunale religioso o anche solo dire “no” è quasi impossibile.

Neda oggi vive da rifugiata in Pakistan con i suoi figli. “Prima dei talebani almeno avevamo un po’ di libertà”, racconta un’altra donna, Sana. “Ora è rimasto solo il buio”.

India

In India cresce la tensione alla vigilia dell’Eid al-Adha, la festa musulmana del Sacrificio. Molti fedeli non sanno se potranno pregare all’aperto come avviene da anni, dopo che gruppi estremisti induisti vicini al partito del premier Narendra Modi hanno chiesto il divieto delle preghiere in strade e piazze, accusando i musulmani di voler “mostrare forza”.

Nello Stato dell’Uttar Pradesh, dove vivono circa trentanove milioni di musulmani, il governatore Yogi Adityanath ha imposto che le celebrazioni si svolgano “a turni” e ha minacciato misure più dure contro chi non seguirà le regole.

Negli anni scorsi, queste restrizioni hanno portato a interventi della polizia contro fedeli che pregavano all’aperto e persino alla demolizione di abitazioni di persone accusate di aver violato gli ordini.

Molti musulmani spiegano però di non avere alternative: le moschee sono troppo piccole per ospitare tutti. E quella che per molte famiglie era una giornata di festa, raccontano diversi fedeli ad Al Jazeera, si è trasformata in un momento di ansia e paura.

Cambogia

Un tribunale cambogiano ha condannato all’ergastolo sei cittadini cinesi accusati di aver torturato e ucciso uno studente sudcoreano di ventidue anni coinvolto in uno dei famigerati centri per truffe online del Paese.

Secondo l’autopsia, il ragazzo è morto dopo violente percosse e torture. Il caso ha provocato forti tensioni diplomatiche con la Corea del Sud, che ha imposto restrizioni di viaggio verso alcune aree della Cambogia e aumentato la cooperazione internazionale contro questi centri criminali.

Negli ultimi anni il Sud-est asiatico è diventato uno degli epicentri mondiali delle frodi online. Strutture spesso controllate da gruppi criminali cinesi sfruttano lavoratori trafficati o ridotti in schiavitù per mettere in piedi truffe che sottraggono miliardi di dollari alle vittime in tutto il mondo.

Secondo l’ONU, centinaia di migliaia di persone sarebbero passate attraverso questi centri.

Corea del Sud

Ha attraversato il Mar Giallo su un gommone per scappare dalla Cina, ma ora rischia di essere rimandato indietro. Dong Guangping, sessantotto anni, ex poliziotto cinese diventato dissidente e più volte incarcerato per le sue critiche al Partito Comunista, è stato fermato dalla guardia costiera sudcoreana dopo essere arrivato nelle acque della Corea del Sud quasi privo di sensi.

L’organizzazione Human Rights in China chiede a Seul di non deportarlo, avvertendo che in Cina Dong rischierebbe persecuzioni e torture. Non è la prima volta che tenta la fuga: negli anni era già stato intercettato mentre cercava di raggiungere Taiwan a nuoto, deportato dal Vietnam e persino espulso dalla Thailandia nonostante avesse ottenuto lo status di rifugiato ONU.

La sua famiglia oggi vive in Canada, ma il suo caso arriva in un momento delicato per la Corea del Sud, che sta cercando di migliorare i rapporti con Pechino, il suo principale partner commerciale.

Una storia che racconta quanto, per alcuni dissidenti cinesi, anche attraversare il mare su un gommone possa sembrare più sicuro che restare nel proprio Paese.

Laos

In Laos cinque persone intrappolate da oltre una settimana in una grotta allagata sono state trovate vive dai soccorritori, mentre altre due risultano ancora disperse. I sette abitanti del villaggio erano entrati nella grotta il 19 maggio nella provincia montuosa di Xaisomboun, ma le piogge torrenziali hanno provocato un’alluvione improvvisa bloccando l’uscita.

Le immagini diffuse dai soccorritori mostrano il momento in cui i sub emergono dall’acqua e trovano i sopravvissuti seduti su una roccia, circondati dall’acqua e illuminati solo dalle lampade frontali.

Alle operazioni partecipano anche squadre thailandesi e sub internazionali che avevano preso parte al celebre salvataggio dei ragazzi intrappolati nella grotta di Tham Luang nel 2018.

La zona è estremamente difficile da raggiungere: quattro chilometri di sentieri ripidi nella giungla e un ingresso stretto e roccioso. Secondo i soccorritori, gli abitanti del posto frequentavano quella grotta alla ricerca d’oro, nonostante gli avvertimenti delle autorità sui rischi legati alle piogge.

Australia

In Australia continua a dividere il ritorno delle donne e dei bambini bloccati da anni nei campi del nord-est della Siria dopo la caduta dello Stato Islamico. La polizia australiana ha annunciato l’arresto di una donna rientrata dal campo di al-Roj, accusata di reati legati al terrorismo.

Altre tre donne tornate questo mese sono state incriminate con accuse che includono crimini contro l’umanità e permanenza in una zona di conflitto dichiarata.

I gruppi arrivati a Sydney e Melbourne sarebbero gli ultimi cittadini australiani rimasti nel campo siriano dove, dal 2019, sono detenute le famiglie dei combattenti dell’ISIS.

Il governo australiano insiste di non aver aiutato il loro ritorno. Il premier Anthony Albanese ha dichiarato: “Se ti fai il letto, poi ci dormi”. Ma associazioni per i diritti umani ricordano che molti dei bambini cresciuti nei campi non hanno scelto quella guerra e chiedono che vengano protetti e reintegrati.

Una vicenda che continua a dividere sicurezza, giustizia e responsabilità umana.

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