Global Sumud Flotilla intercettata in Grecia

Scritto da in data Aprile 30, 2026

Questa notte il mare non era solo mare, era un deja vu che mi è tornato addosso senza bussare, e quando succede non hai il tempo di prepararti, perché basta un suono, una parola, un messaggio interrotto per ritrovarti esattamente nello stesso punto in cui eri mesi fa, con lo stesso nodo alla gola e la stessa sensazione di essere finita in un luogo dove il diritto smette di esistere.

La Global Sumud Flotilla diretta a Gaza è stata intercettata in acque internazionali, a ovest di Creta, e già questa frase dovrebbe bastare a fermare tutto il resto, perché “acque internazionali” significa una cosa precisa, o almeno dovrebbe significarla, e invece stanotte è diventata di nuovo una zona grigia dove qualcuno decide che può entrare, circondare, fermare, prendere.

Io quella scena l’ho già vista, sei mesi fa, su una di quelle barche, , ma molto dopo, a Cipro, non prima di Creta. E mentre arrivavano le prime notizie non ho avuto bisogno di dettagli per capire come stava andando: cambiano i nomi delle imbarcazioni, cambiano i volti degli attivisti, ma la coreografia resta identica, chirurgica, studiata, ripetuta.

Gli israeliani non hanno potuto aspettare di farli arrivare a 100, miglia perché le barche di oggi sono il doppio. E se domani ci sarà una terza Global Sumud Flotilla, probabilmente li prenderanno direttamente nei porti, perché se nessuno dice niente, gli israeliani si sentono di potere fare tutto.

Situazione stanotte

Nelle prime ore del 30 aprile le imbarcazioni sono state circondate una dopo l’altra, con motoscafi veloci che si avvicinavano in formazione, mentre dall’alto i droni controllavano ogni movimento e dalle barche partivano ordini secchi, armi puntate, laser addosso ai corpi, e quella richiesta che non è una richiesta ma un comando: a terra, mani dietro la testa.

Le comunicazioni radio sono state interrotte quasi subito, lasciando passare solo frammenti, abbastanza per ricostruire la scena ma non abbastanza per sapere tutto, e in quei frammenti si infilano le voci, come quella di Vittorio Sergi che da una barca italiana ha raccontato fucili spianati e resistenza non violenta, prima che il silenzio si mangiasse tutto il resto.

Un amico mi dice “Grande preoccupazione, ma stiamo bene”, la sua barca ancora viaggia verso Gaza.

Si parla di 21 o 22 imbarcazioni abbordate, di centinaia di persone fermate, ma non posso confermare in modo indipendente i numeri esatti, perché come sempre in queste operazioni i dati diventano parte della narrazione e non sempre coincidono, mentre Israele definisce gli attivisti “provocatori pro-Hamas” e gli organizzatori rispondono parlando di civili disarmati diretti a Gaza con aiuti umanitari. 175 fermati, 26 italiani.

In mezzo a queste versioni, resta il fatto nudo: barche civili fermate in mare aperto colpevoli di portare aiuto e speranza verso Gaza e rompere un assedio marittimo che dura illegalmente da 20 anni.

Cronologia recente

La missione era partita dalle coste siciliane 5 giorni fa, con una flottiglia composta da circa 60 imbarcazioni imbarcazioni, attivisti provenienti da 55 paesi, una cinquantina di italiani e carichi di aiuti medici che avevano un valore simbolico e concreto allo stesso tempo.

Il 9 aprile Amnesty International aveva chiesto che venisse garantito un passaggio sicuro, e non posso confermare se quella richiesta abbia prodotto azioni reali o sia rimasta, come spesso accade, dentro il perimetro delle dichiarazioni.

Stanotte, mentre le radio cercavano di restare accese e mandavano SOS spezzati, le imbarcazioni si trovavano a centinaia di chilometri da Gaza, in un tratto di mare che teoricamente dovrebbe essere regolato dalla libertà di navigazione e invece si è trasformato ancora una volta in un punto di frizione dove il diritto viene piegato o ignorato.

Le voci dalla flotilla

Le parole che arrivano sono poche, ma hanno un peso specifico che riconosco subito, perché sono le stesse che avrei usato io: rapimento, pirateria, impunità, parole che sembrano eccessive finché non ti trovi a viverle addosso, quando capisci che non descrivono un’idea ma una condizione concreta, fisica.

Chi è su quelle barche non è ingenuo, non parte pensando che andrà tutto bene, ma parte lo stesso perché a un certo punto restare fermi diventa più insopportabile del rischio, e questo è qualcosa che dall’esterno si fatica a capire, ma che dentro si impone con una chiarezza brutale.

Reazioni italiane

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha attivato l’Unità di crisi per verificare la situazione dei cittadini italiani coinvolti, che secondo le prime informazioni sarebbero almeno una ventina, ma al momento non posso confermare dettagli sulle loro condizioni né su eventuali interventi più incisivi.

Dall’opposizione, Elly Schlein chiede una condanna chiara, e la richiesta è politica ma anche simbolica, perché in questi casi le parole istituzionali servono a segnare un confine, anche quando non producono effetti immediati.

Il problema è che spesso quel confine resta solo sulla carta.

Posizioni internazionali

Israele giustifica l’operazione parlando di sicurezza e sostenendo che la flotilla abbia legami con Hamas, una posizione che gli organizzatori respingono, mentre sul piano del diritto internazionale la questione resta aperta e controversa, perché l’abbordaggio di imbarcazioni civili in acque internazionali entra in tensione con principi stabiliti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che tutela la libertà di navigazione.

Questa non è una disputa teorica tra giuristi, ma una linea che si sposta ogni volta un po’ più avanti, ridefinendo cosa è accettabile e cosa no.

Stati Uniti e Unione Europea mantengono una posizione prudente, e non posso confermare l’esistenza di interventi operativi o di protezione attiva nell’area, il che di fatto lascia la gestione della situazione nelle mani di chi ha deciso di intervenire.

L’impunità che si ripete

Non è la prima volta, e questo è forse l’aspetto più difficile da accettare, perché dal 2010, dal raid alla Mavi Marmara (dove morirono 1o attivisti), questo schema si ripete con variazioni minime, come se fosse diventato un protocollo non scritto.

Intercettare, fermare, sequestrare, giustificare. E ogni volta la reazione internazionale si ferma prima di produrre conseguenze reali, creando una zona di impunità che non viene dichiarata ma si consolida nel tempo.

La vergogna dell’Europa

Quelli della flotilla erano a chilometri da Creta, dentro uno spazio che l’Europa considera proprio o comunque strategico, eppure non si vede una presenza capace di intervenire, dissuadere o anche solo osservare in modo attivo, e questo non è un dettaglio tecnico ma un fatto politico.

Non posso confermare se unità europee o NATO fossero presenti nelle vicinanze (anche se il Mediterraneo dovrebbe essere affollato visto la guerra contro l’Iran), ma quello che si vede – o meglio, quello che non si vede – pesa quanto una dichiarazione.

Perché quando un principio come la libertà di navigazione viene evocato ma non difeso, smette lentamente di esistere. Adesso le domande sono immediate e concrete, riguardano le persone fermate, le loro condizioni, i tempi di rilascio.

E poi, che cosa succede quando il diritto internazionale continua a essere citato, difeso a parole, insegnato nelle università, e poi nel momento in cui dovrebbe proteggere qualcuno non riesce a farlo?

Sei mesi fa pensavo che raccontare potesse incrinare qualcosa, oggi so che raccontare è necessario ma non sufficiente, eppure è quello che abbiamo, è quello che resta quando tutto il resto si ritira. E allora si continua a partire, perché a un certo punto fermarsi diventa una forma di resa.

Sumud, in arabo, significa resistenza. E questa notte, in mezzo al mare, quella parola è tornata a respirare. Noi possiamo farlo stasera perché tutta Italia scenderà in piazza. I governi non si fanno sentire? E allora tocca alla gente farlo per chi è ancora in mare e continua ad andare avanti.

Global Sumud Flotilla: Il carcere ep.3

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