Israele, lo Stato più boicottato al mondo

Scritto da in data Giugno 12, 2026

Per decenni Israele è riuscito a respingere le campagne di boicottaggio come iniziative marginali, sostenute principalmente da movimenti di solidarietà con i palestinesi, associazioni studentesche e gruppi per i diritti umani.

Oggi il quadro è cambiato: non si tratta più soltanto di attivisti che chiedono il disinvestimento o di artisti che cancellano concerti. A parlare apertamente di una crescente ondata di sanzioni e isolamento è la stessa stampa israeliana.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha definito la situazione un vero e proprio “tsunami di sanzioni internazionali”, arrivando a sostenere che Israele sia diventato il paese più esposto ai boicottaggi nel mondo.

L’affermazione può apparire provocatoria, soprattutto se confrontata con le sanzioni economiche che colpiscono paesi come Russia, Iran o Corea del Nord.

Ma il dato politico è un altro: mai nella sua storia Israele aveva visto un numero così elevato di governi occidentali coordinarsi per colpire ministri, coloni, organizzazioni e reti economiche legate all’occupazione della Cisgiordania. E mai prima d’ora l’isolamento diplomatico era arrivato così vicino al cuore dell’establishment politico israeliano.

Dalle campagne BDS alle sanzioni dei governi

Per anni il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), nato nel 2005 su iniziativa di oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese, è stato considerato da Israele una minaccia più simbolica che reale.

Le campagne per interrompere rapporti culturali, accademici o commerciali avevano una forte visibilità mediatica ma un impatto economico limitato. L’economia israeliana continuava a crescere, gli investimenti stranieri non diminuivano in modo significativo e il sostegno politico occidentale rimaneva sostanzialmente intatto.

La guerra di Gaza iniziata dopo il 7 ottobre 2023 ha però modificato profondamente il contesto. Le immagini provenienti dalla Striscia, il crescente numero di vittime civili e la continua espansione delle colonie in Cisgiordania hanno alimentato una pressione internazionale che si è progressivamente spostata dalle piazze ai governi.

Quello che fino a pochi anni fa era una richiesta avanzata da attivisti, oggi è diventato oggetto di discussione nelle cancellerie europee e nei parlamenti occidentali. Italia a parte.

La novità non è tanto l’esistenza delle critiche a Israele, quanto il fatto che esse si traducano sempre più spesso in misure concrete: divieti di ingresso, congelamento di beni, restrizioni finanziarie e sanzioni personali contro esponenti politici israeliani.

Nel mirino Ben-Gvir, Smotrich e il movimento dei coloni

Il simbolo di questo cambiamento è rappresentato dai ministri israeliani Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, due delle figure più influenti dell’attuale coalizione guidata da Netanyahu.

Negli ultimi mesi diversi paesi occidentali hanno adottato misure coordinate contro di loro, accusandoli di aver incitato alla violenza contro i palestinesi e di sostenere apertamente l’espansione degli insediamenti nei territori occupati. Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno imposto sanzioni personali, comprese restrizioni ai viaggi e congelamenti di beni.

La Francia ha vietato l’ingresso sul proprio territorio a Smotrich e successivamente anche a Ben-Gvir. Non si tratta soltanto di una condanna morale. Per molti governi occidentali questi ministri rappresentano l’espressione politica di una strategia che punta a rendere irreversibile l’annessione della Cisgiordania occupata.

Le dichiarazioni pubbliche a favore dell’espansione coloniale, unite all’aumento della violenza dei coloni contro i palestinesi, hanno convinto numerosi alleati storici di Israele che non sia più sufficiente limitarsi alle proteste diplomatiche.

In parallelo, Francia, Regno Unito, Canada e Norvegia hanno annunciato sanzioni contro reti economiche, organizzazioni e individui accusati di finanziare o facilitare le violenze dei coloni.

Anche Australia e Nuova Zelanda si sono unite all’iniziativa, dando vita a uno dei più ampi coordinamenti occidentali mai realizzati contro soggetti israeliani.

L’occupazione della Cisgiordania è diventata il centro della questione

Per comprendere la portata di questa svolta bisogna guardare alla Cisgiordania. Per gran parte della comunità internazionale gli insediamenti israeliani costruiti nei territori occupati dopo il 1967 violano il diritto internazionale.

Questa posizione è stata ribadita dalle Nazioni Unite, dalla Corte Internazionale di Giustizia e da numerosi governi occidentali.

Negli ultimi mesi la situazione è ulteriormente peggiorata. Organizzazioni internazionali e governi stranieri denunciano un aumento senza precedenti degli attacchi contro comunità palestinesi, incendi di proprietà, aggressioni e distruzioni di raccolti.

Secondo diversi osservatori, la combinazione tra espansione delle colonie e crescente impunità dei coloni sta rendendo sempre più difficile immaginare la nascita di uno Stato palestinese indipendente.

È proprio questo timore ad aver spinto diversi paesi europei a superare una linea rossa che per anni avevano evitato di attraversare: colpire direttamente cittadini e rappresentanti politici israeliani, pur continuando a dichiarare il proprio sostegno alla sicurezza dello Stato di Israele.

Gaza, la Corte Penale Internazionale e l’erosione dell’immagine di Israele

La guerra di Gaza ha accelerato un processo che era già in corso. Oltre alle accuse relative all’occupazione della Cisgiordania, Israele si trova oggi sotto una pressione giuridica e diplomatica senza precedenti.

Nel 2024 la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri dirigenti israeliani per per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Parallelamente, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è in corso il procedimento avviato dal Sudafrica che accusa Israele di genocidio nella Striscia di Gaza, accusa che Israele respinge fermamente.

Sul piano dell’opinione pubblica globale, il danno reputazionale appare evidente. Sempre più artisti rifiutano di esibirsi in Israele, alcuni autori non autorizzano traduzioni in ebraico delle proprie opere, mentre campagne internazionali chiedono l’esclusione israeliana da eventi culturali e sportivi.

Anche grandi fondi d’investimento hanno iniziato a riconsiderare alcune partecipazioni in aziende coinvolte nelle attività oltre la Linea Verde.

Un isolamento ancora limitato, ma non più impensabile

Nonostante i toni allarmati della stampa israeliana, parlare oggi di un isolamento totale sarebbe prematuro. Israele continua a godere di solidi rapporti economici e militari con gli Stati Uniti, mantiene legami commerciali profondi con l’Europa e resta una delle economie tecnologiche più avanzate del mondo.

Le stesse analisi citate da Yedioth Ahronoth riconoscono che sanzioni economiche generalizzate contro Israele appaiono improbabili nel breve periodo. Tuttavia il trend è significativo: ciò che fino a pochi anni fa sembrava politicamente impossibile — sanzionare ministri israeliani, limitare l’accesso ai paesi occidentali e colpire organizzazioni legate al movimento dei coloni — è ormai una realtà.

La questione centrale non è quindi se Israele sia davvero il paese più boicottato del mondo, la domanda è un’altra: fino a che punto un governo può ignorare il deterioramento della propria immagine internazionale senza pagarne il prezzo politico e diplomatico? Per la prima volta da molti anni, questa domanda non viene posta soltanto dagli oppositori di Israele. Viene posta, con crescente preoccupazione, anche all’interno di Israele stesso.

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