Guardare la guerra negli occhi per imparare la pace

Scritto da in data Luglio 24, 2026

BOLOGNA – Ci vuole molto coraggio per guardare in faccia la guerra dai banchi di scuola. Ancora di più, a raccontarla quando ci si affaccia alla vita mentre il mondo intorno brucia. Hanno avuto coraggio i ragazzi dell’Istituto Salesiano “Beata Vergine di S. Luca che abbiamo incontrato a Bologna. Sono entrati nel più spaventoso degli incubi e hanno varcato la soglia delle loro paure.

Oltre quella soglia, però, non hanno trovato solo orrore, ma segni di pace, speranza, futuro.

Cos’è la pace? Si domanda Andrea, all’inizio di un breve e intenso cortometraggio d’animazione. “Una giornata normale”, dice. È la vita che scorre tranquilla, dove ognuno fa il suo, dove non piovono bombe su un parco giochi, dove una bimba può correre ridendo verso le braccia di sua madre.

Andrea Zhou Hong Lei è uno degli studenti dei tre gruppi finalisti nella categoria 16-18 anni, nel formato video del concorso giovanile “Sognati da Grande”, promosso dalla Fondazione Don Bosco nel Mondo e dedicato quest’anno al tema della pace, che ha coinvolto circa 1.000 tra studenti e studentesse in tutta Italia.

“La storia che volevo raccontare inizia dall’idea che la guerra è inutile… Anche con tutta la dedizione, con le ambizioni di proteggere il proprio Paese, le proprie idee, alla fine c’è solo chi vince e chi muore”, spiega Andrea.

Raccontare la guerra senza semplificarla

Gli occhi rosa e sgranati dal terrore di una soldatessa si fanno rossi, crudeli, quando scarica il suo fucile sull’obiettivo, poi, però, si riempiono di lacrime. Soli, quegli occhi, squarciano il cupo bianco e nero di un mondo in rovina, nel lavoro di Andrea, ispirato allo stile del videogioco Omori, horror psicologico giapponese. Squarciano anche il nostro cuore.

“Avevamo sogni, ora abbiamo paura. Perché combattiamo? Perché ci hanno detto di farlo”, recita il soliloquio della donna costretta a combattere.

“È la futilità della guerra”, aggiunge Andrea.

Non provate disgusto? È la domanda feroce a cui, invece, di fronte alle immagini del mondo devastato, ci costringe il cortometraggio realizzato dal gruppo di cui fa parte Gabriele Valentino.

“Volevamo sensibilizzare, in un modo magari anche un po’ più crudo, su quali sono le conseguenze della mancanza di pace”, spiega.

La guerra che ci riguarda tutti

Per ricordarci quello che il mondo sembra aver dimenticato, che “la guerra è sbagliata”, Gabriele e i suoi compagni hanno scelto di portarci dentro la mente di un superstite, qui, nel nostro tempo e nel nostro spazio di pace.

Le sue memorie, i ricordi della guerra, ci pulsano in testa e sembrano fare a pugni con la pace apparente che noi abitiamo, ci sembrano distanti.

Per accorciare quelle distanze, per farci provare disgusto, per farci capire cos’è la guerra, il cortometraggio prova a spostare il nostro sguardo su ciò che conosciamo. “Anche se a noi sembra di vivere in pace, magari per la nostra situazione, per il posto in cui viviamo, in verità [la guerra] è qualcosa che ognuno può [sperimentare]”, prosegue Gabriele.

Per riuscire a guardare lontano, a volte bisogna partire da ciò che ci è più vicino, dalle cose che comprendiamo, dalle nostre strade, dalle nostre case, “dal degrado” che abbiamo accanto, dall’“abbandono, dalla solitudine… dalle situazioni personali”.

È da qui che inizia il racconto di questo gruppo di giovani creativi, attivo anche fuori della scuola, impegnato, sempre, a raccontare la realtà più prossima. Comincia dal parallelismo tra i conflitti interni e le guerre reali.

“Noi non viviamo la guerra fisicamente”, spiega Gabriele. Serviva, dice, far capire che bisogna sempre “agire”, anche quando la guerra è solo interiore, anche se “a prima vista non sembra così grave”.

Perché la guerra e la pace hanno sempre, in qualche modo, a che fare con noi. “Ci possono essere tante definizioni di pace… Quella personale è forse la più semplice da descrivere per me. È sentirsi bene con se stessi, non avere paura del giudizio, di sentirsi sbagliati, inappropriati.

La pace tra gli uomini è il saper convivere senza giudicarci, perché poi alla fine è sempre da lì che nascono i conflitti… La pace è la convivenza serena tra gli uomini”.

Una convivenza che, per essere costruita, ha bisogno di un lavoro lungo, paziente.

La pace nasce dalla complessità

Serve affondare le mani dentro la complessità, quella che sola spiega la guerra, per costruire la pace. È un lavoro di ascolto, è un continuo porsi domande, lo stesso che Andrea ha dovuto affrontare per raccontare la storia di una donna che uccide, mettendo in discussione tutti i nostri preconcetti.

Il primo, che la guerra non riguarda solo un pugno di uomini che combatte, la guerra riguarda chiunque, indifferentemente, uomini e donne. Poi, che non si può semplificare. “In fondo pensavo che c’erano i buoni e i cattivi.

Ma dopo questo lavoro sono riuscito a capire che in un conflitto, per raggiungere la pace, [vanno considerati] molti più fattori. La pace nel nostro mondo non è come nei libri. Non esiste un eroe e un cattivo. Perché l’eroe e il cattivo cambiano dal punto di vista di ogni persona”.

La paura di una generazione

In cerca di risposte, documentandosi, scrivendo testi, scegliendo immagini di repertorio, girando, montando, disegnando, i ragazzi dell’Istituto Salesiano di Bologna non hanno potuto voltare le spalle alle loro paure, quelle che condividono con un’intera generazione che si chiede come siamo arrivati sin qui.

Hanno dovuto farci i conti. “Nel 2026, siamo così tanto avanti, e ci sembra assurdo che esistano ancora [guerre]”, dice Gabriele. “Sembra che abbiamo dimenticato cosa è accaduto in passato.

Noi siamo ancora tranquilli, ma oltre alla preoccupazione del poterci ritrovare, forse, in una situazione di vera e propria guerra, è che siamo indignati per quello che sta accadendo nel resto del mondo”, afferma con forza.

Davanti alle notizie che arrivano dai fronti più caldi e feroci di tutto il Pianeta, è difficile far finta di niente. “Ogni giorno cerco di non pensarci, però sotto sotto c’è la paura che possa succedere qualcosa di grande, qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

È la mia più grande paura in questo momento!… Però voglio pensare positivo, voglio pensare che tutto andrà per il meglio e tutto si risolverà”, aggiunge Andrea.

Grazie anche a chi, come loro, prova a indicare la strada per non lasciare alla guerra l’ultima parola. Loro che mettono il cuore e il coraggio in pochi minuti di video, i giovani che studiano in questo istituto professionale, e che non si limitano ad aspettare che qualcosa accada, ma vogliono usare quello che sanno per cambiare il mondo. Loro, che non stanno fermi a guardare. Non ci vuole stare Andrea, che crede nel potere della creatività.

“Io ho un sogno”, dice, “creare delle serie animate mie con le quali diffondere idee e visioni che non vedi in tv normalmente. Vorrei occuparmi, per esempio, di problemi mentali, delle guerre… Il lavoro creativo può trasmettere l’idea di un mondo migliore, aprire gli occhi alle persone, offrire loro un punto di vista più ampio”, spiega.

La creatività come antidoto a chi segue senza riflettere un pensiero ideologico, aggiunge, o come antidoto alla propaganda.

La creatività contro la propaganda

“La grafica, per esempio, è sempre stata uno strumento di propaganda. E così come può essere strumento di propaganda [per la guerra] può essere strumento di propaganda pacifista. [La creatività] non basta, servono anche dei fatti, però sicuramente può essere un grande aiuto”, prosegue Gabriele.

Neppure lui vuole stare fermo a guardare. Della sua vita, Gabriele vuole fare arte, che sia musica o video, lui che racconta di amare la scrittura di Pasolini e il puntinismo di Georges Seurat, i suoi colori vividi che fanno “pensare a un mondo più acceso rispetto a quello che viviamo noi”.

Un mondo a colori, “che non è qualcosa di necessariamente utopico, ma può essere anche semplicemente l’allegria, la nostra personale allegria”.

Oltre il rosso

Neppure Viola sta ferma a guardare, anche lei ci mette cuore e coraggio. È parte del gruppo che ha vinto questo concorso con un lavoro, Oltre il rosso, che fa della risposta alla guerra, del bene che sopravvive persino nella più drammatica delle condizioni umane, il centro della narrazione.

Anche Viola Frontini crede che la creatività possa rendere questo mondo un posto migliore. Viola ha sempre voluto fare l’artista, fin da bambina, quando costruiva mini-robot con carta e cartone.

Alla scuola materna aveva disegnato se stessa come un’artista, e ora sogna di usare quell’arte che sta imparando a maneggiare per cambiare la vita ai bambini, per incidere dove tutto comincia.

“Mi piacerebbe tantissimo lavorare con i bambini, fare degli albi illustrati per loro, o comunque riuscire, tramite l’arte, che sia video o immagini, a trasmettere loro qualcosa”, mi dice. Viola ha già realizzato un libro per bambini che parla di inclusività, lei che racconta di essere stata vittima di bullismo.

Una mano tesa può cambiare tutto

Un libro per entrare nelle profondità dell’anima, ma anche un video, un’immagine, un segno grafico, un’animazione: le scelte di questi ragazzi – e dei loro compagni di lavoro a cui non abbiamo potuto oggi dar voce – sono sempre mani tese.

Come è una mano tesa quella che aiuta la protagonista del lavoro di Viola a rialzarsi in piedi dalla pozza di sangue dove la guerra l’ha costretta. È sempre una mano tesa ciò che ci permette di affrontare la vita, che scardina la logica della guerra e mostra la via della pace, la pace che manca in tante parti del mondo e quella che dobbiamo difendere qui.

La speranza è una mano tesa, nel video realizzato da Viola e dai suoi compagni.

C’è una ragazza vestita di bianco nella natura rigogliosa. Il suo abito, le mani, si tingono improvvisamente di rosso. È un contrasto, tra l’idillio e la morte, che sembra non lasciare scampo.

“In questo confronto, però, non c’è soltanto la violenza”, spiega Viola. “In una condizione di pace non tutto è positivo, nella guerra non tutto è negativo. È un 100% che non può mai esserci. Non c’è il 100% di pace né il 100% di guerra”, aggiunge.

In quella guerra, rappresentata in modo simbolico con uno schizzo di rosso su un abito bianco che vuole rendere omaggio a Banksy, c’è sempre un segno di luce, “ci sono comunque delle persone a te vicine che ti potranno aiutare. E nella pace ci potrebbero esserci comunque delle difficoltà”.

La mano tesa in Oltre il rosso è quella di un’altra ragazza, anche lei una vittima, una sopravvissuta, il cui abito non è più rosso, ma rosa. È lei, che si porta dietro le sue ferite, ma che ha imparato a conviverci e a superarle, ad aiutare chi è steso per terra a rialzarsi, a mutare anche il suo rosso in rosa.

C’è sempre qualcuno, accanto a noi. La canzone scelta per il lavoro di Viola le ricorda che accade lo stesso anche qui. “È una canzone che ho dedicato a mio padre perché me l’ha fatta conoscere lui.

È alla fine, quando la ragazza dà la mano all’altra per aiutarla. Quella scena mi ha emozionato tantissimo perché mi ricorda il legame [tra le persone] non solo con mio padre, ma in generale. Mentre stavo montando il video, sono scoppiata a piangere in aula”.

Un ponte tra Bologna e Niamey

Per nessuno di loro, né per Viola, né per Andrea, né per Gabriele, né per i loro compagni, questo viaggio dentro la guerra è stato facile.

Hanno dovuto lavorare insieme, confrontarsi su idee diverse, aiutarsi a risolvere problemi pratici, inventare soluzioni per girare una scena, capire che insieme agli altri si possono raggiungere grandi obiettivi e che anche con pochi strumenti, con un solo telefono, si può “avere un impatto molto grande”, sostiene Viola.

I loro video, grazie al concorso della Fondazione Don Bosco, sono usciti dalle aule, sono diventati un messaggio diffuso, condiviso. E sono serviti anche a costruire un ponte tra l’Italia e il Niger, perché il concorso è stato gemellato con la missione di Niamey, che accoglie circa cinquecento minori, molti dei quali in condizioni di vulnerabilità o privi di supporto familiare.

Con il contributo della Fondazione, la missione riceverà 400 kit scolastici, permetterà a 100 bambini l’accesso alla mensa e offrirà attività educative, sportive e di sostegno psicologico.

La pace è una scelta quotidiana

“Anche se siamo in pochi, possiamo dire la nostra ed è questa la cosa che forse mi ha emozionato più di tutte”, aggiunge Viola.

Per lei questa è la pace: “Un mondo dove ognuno può esprimere la propria opinione, senza togliere i diritti agli altri. Dove ognuno può essere quello che vuole, vivere la propria vita nel rispetto degli altri. La pace più grande sarebbe vivere in armonia”.

Non è una frase fatta. Viola è consapevole di ciò che le accade intorno, non immagina un mondo senza difficoltà, ma un mondo dove le voci si possono unire per chiedere pace, per chiedere “accordi… invece che vedere milioni di persone morire in guerre senza senso”.

Le voci che dovremmo ascoltare

Sono quelle voci che dovremmo ascoltare, quelle di Viola, Andrea, Gabriele, dei loro compagni di scuola, degli artisti, dei musicisti, degli scrittori, dei ragazzi di Niamey, di tutti quelli che uniscono le loro voci per continuare a gridare che “a nessuno dovrebbe essere negata la pace”, come dice Gabriele, “a nessun essere umano sulla Terra”.

I Gruppi di lavoro:

  • Oltre il rosso. Aleotti Mattia, Frontini Viola, Bonato Francesca, Arsani Emma, Corsano Gabriele, Matradi Marwa
  • Gabriele Valentino, Rosa Pierluigi, Giacomo Rappezzi, Riccardo Tamburini e Francesco Seppi
  • Jazas, Cos’è la guerra. Andrea Zhou Hong Lei, Alex Gavagni, Jacopo Fraulini, Brunetti Alina, Divizia Sofia
  • Con il supporto dei professori, M. Carpanelli, A. Petrillo, F. De Como.

Foto di copertina di: Aliaksei Lepik su Unsplash

Nota: due video, destinati ad un contest scolastico, non hanno l’audio originale perchè la piattaforma You Tube non ne consente il caricamento per la diffusione pubblica in quanto coperti da diritto d’autore. Ma i video sono ugualmente tutti da vedere!

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