9 settembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Settembre 9, 2026

  • Dodici paesi  annunciano sanzioni contro gli insediamenti in Cisgiordania.
  • Iran e USA: Diplomazia al tavolo e missili sul mare.
  • Tunisia, una stampa in stato d’emergenza
  • Kenya, la stretta sui commercianti stranieri scatena la paura.
  • Torre Eiffel, lavoratrici donne allontanate per una visita religiosa.
  • Delhi, musicista ucciso per aver chiesto silenzio.
  • Introduzione: cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti dalla guerra in Iran

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

A Gaza anche la tregua continua a ferire. Un anziano palestinese è stato colpito e ferito dalle forze israeliane a sud di Khan Younis. Dall’inizio di martedì, inoltre, l’esercito ha emesso almeno cinque nuovi ordini di evacuazione forzata: ad al-Bureij, Nuseirat, Gaza City e in due zone del campo profughi di al-Shati.

Una delle abitazioni indicate, vicino all’ospedale al-Shifa, è stata poi colpita con tre missili. L’ordine di andarsene, dunque, non dice dove trovare un luogo sicuro. Anche perché, a Gaza, quel luogo sembra non esistere più.

In Cisgiordania occupata, nelle ultime ventiquattr’ore, le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi nei governatorati di Qalqilya, Nablus e Tulkarem. Secondo il ministero della Sanità palestinese, sono cento dall’inizio dell’anno.

A Betlemme sono stati arrestati due adolescenti e la madre di uno di loro è stata aggredita e ferita durante il raid. Intorno ad Aqraba, invece, l’esercito ha chiuso gli accessi a diversi villaggi dopo l’accoltellamento di un colono israeliano.

Intanto qualcosa si muove sul fronte diplomatico. Regno Unito, Francia e Canada hanno annunciato restrizioni commerciali contro gli insediamenti israeliani, sostenuti da altri nove Paesi. Londra vieta l’importazione di merci prodotte nelle colonie, sanziona coloni estremisti e aziende coinvolte nella loro espansione e bloccherà nuove licenze per esportazioni che contribuiscano materialmente all’occupazione. L’impatto economico potrebbe essere limitato; quello politico decisamente meno.

Israele ha risposto annunciando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, l’esclusione del Regno Unito dalla missione di coordinamento per Gaza e il divieto d’ingresso per dodici cittadini e rappresentanti britannici.

Il ministro Gideon Sa’ar parla di interferenza elettorale. Quando le sanzioni colpiscono altri Paesi sono diplomazia; quando arrivano a casa propria diventano improvvisamente ingerenza.

E un’inchiesta di Haaretz riapre la ferita del 7 ottobre. Il presidente degli Emirati Mohamed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu, dieci giorni prima dell’attacco, che Yahya Sinwar preparava una grande operazione. Netanyahu avrebbe ritenuto più probabile un’azione in Cisgiordania e non avrebbe informato i vertici militari e dell’intelligence.

L’opposizione israeliana chiede ora una commissione statale d’inchiesta. Netanyahu nega perfino che quella telefonata sia avvenuta; gli Emirati non hanno confermato. Ma dopo quasi tre anni, la domanda resta: chi sapeva, e perché nessuno ascoltò?

Libano

In Libano il cessate il fuoco continua ad avere il rumore delle bombe. A Kfar Remman, nel sud del Paese, un attacco israeliano ha distrutto un edificio residenziale di tre piani: undici morti, tra cui due bambini e quattro donne, e otto feriti. Un secondo raid contro un’automobile ha ucciso un soccorritore dell’associazione Risala e ne ha feriti altri due.

L’esercito israeliano sostiene di aver colpito persone che trasportavano armi; non aveva però diffuso alcun avviso di evacuazione.

Dal 2 marzo al 7 settembre, secondo il ministero della Sanità libanese, gli attacchi israeliani hanno ucciso 4.381 persone e ne hanno ferite 12.402. Chiamarlo cessate il fuoco richiede ormai una certa fantasia.

Iran

Russia, Arabia Saudita, Qatar e Cina provano a rimettere in moto il negoziato tra Washington e Teheran. Mosca e Riad cercano un compromesso per tornare al memorandum d’intesa firmato a giugno; anche Doha lavora con Pechino.

Per il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, cannoni e pressioni militari non sono una via d’uscita. Un’osservazione quasi ovvia, diventata rivoluzionaria in una regione dove ormai si negozia mentre si prende la mira.

Perché sul mare l’escalation continua. Il Comando centrale statunitense afferma di avere distrutto altre cinque petroliere iraniane, dopo due tentativi iraniani di colpire una nave da guerra americana con missili balistici. Gli equipaggi delle petroliere Kivik, Charminar, Horizon 1, Riesco e Derya sarebbero stati avvertiti prima degli attacchi.

Teheran ha risposto lanciando venti missili contro una base statunitense in Giordania. Amman sostiene di averne intercettati diciotto; gli altri due sono caduti in zone disabitate e non risultano vittime.

L’Iran minaccia inoltre le petroliere attraccate in Kuwait e Bahrein, accusati di assistere Washington. Intanto Teheran dice di aver catturato un drone sottomarino americano; il Pentagono replica che il mezzo aveva avuto un guasto e non conteneva informazioni riservate.

La battaglia è ormai per il controllo dello Stretto di Hormuz, attraversato prima della guerra da circa un quinto del petrolio mondiale. Ma il conto arriva nelle case: l’Iran ha raddoppiato il prezzo della benzina oltre la quota mensile, mentre Amnesty International chiede di indagare come possibili crimini di guerra gli attacchi di marzo su tre quartieri di Teheran.

Diplomazia in alto, missili sul mare, rincari e paura a terra. Come sempre, i governi combattono per il potere; le persone comuni pagano il conto.

Turchia

Tre milioni di visualizzazioni in appena ventiquattr’ore. Tanto ha raccolto la prima intervista trasmessa dalla televisione nazionale turca a Mazlum Kobane, storico comandante curdo-siriano.

A realizzarla è stata la giornalista Banu Güven. E non è un passaggio da poco: fino a poco tempo fa, in Turchia, intervistare Kobane poteva essere considerato un reato. Ankara lo accusava di legami con il PKK e vedeva nelle sue Forze democratiche siriane una minaccia terroristica.

Ora le SDF sono state sciolte e integrate nell’esercito siriano, mentre Kobane è diventato consigliere del presidente Ahmed al-Sharaa. Anche in Turchia sono in corso colloqui sulla questione curda.

Il clima, insomma, è cambiato. E quei tre milioni di clic raccontano qualcosa che la censura dimentica sempre: vietare una voce non cancella la curiosità di ascoltarla.

Kenya

In Kenya, il presidente William Ruto ha ordinato la chiusura delle piccole attività gestite da stranieri senza le autorizzazioni necessarie. Il provvedimento, arrivato dopo le proteste dei commercianti locali contro le riforme fiscali, ha seminato il panico soprattutto nella comunità burundese.

Centinaia di persone si sono presentate davanti all’ambasciata del Burundi a Nairobi per ottenere documenti e lasciare il Paese, temendo violenze ed espulsioni.

Il governo ha concesso novanta giorni ai cittadini dell’Africa orientale privi di documenti per regolarizzarsi e promette tolleranza zero contro xenofobia e intimidazioni.

Ma quando un governo indica gli stranieri come problema economico, le rassicurazioni arrivano spesso dopo. La paura, invece, è sempre puntualissima.

Tunisia

La stampa tunisina è “in stato d’emergenza”. A denunciarlo è Zied Dabbar, presidente del sindacato dei giornalisti, dopo il fermo di Mohamed Yousfi, direttore del sito investigativo Al Qatiba e critico del presidente Kais Saied.

Yousfi è stato arrestato mentre stava entrando negli studi di Express FM per parlare della politica idrica del Paese. È indagato per presunto arricchimento illecito e riciclaggio. La difesa sostiene che il fascicolo si basi soprattutto su supposizioni e contenuti pubblicati sui social, senza prove materiali di operazioni finanziarie sospette, e ne chiede la liberazione.

Secondo Dabbar, oggi un giornalista tunisino può tacere, rischiare il carcere oppure lasciare il Paese. Perché quando l’informazione viene ridotta a propaganda, non resta soltanto una stampa più povera: restano cittadini disarmati, senza fonti attendibili e senza qualcuno disposto a fare le domande che il potere non vuole ascoltare.

Serbia

Migliaia di persone, ministri, soldati e autorità religiose hanno accompagnato a Belgrado il feretro di Ratko Mladić, morto mentre scontava l’ergastolo. Per molti era ancora un eroe. Per la giustizia internazionale, era un criminale di guerra condannato per genocidio, crimini contro l’umanità e per l’assedio di Sarajevo.

L’ONU ha condannato la glorificazione pubblica di Mladić e il crescente negazionismo sul genocidio di Srebrenica, dove nel 1995 furono uccisi circa ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci.

La responsabilità penale, ha ricordato l’ONU, è individuale e non ricade su un intero popolo. Ma la morte di un condannato non cancella i fatti. E trasformare un carnefice in un eroe significa uccidere le vittime una seconda volta.

Francia

La Torre Eiffel è rimasta chiusa lunedì per uno sciopero del personale. Il motivo? Durante la visita privata di quasi cento esponenti del gruppo induista BAPS, alcune dipendenti sarebbero state allontanate dalle proprie postazioni e sostituite da uomini.

I monaci del movimento, che praticano il celibato, avevano chiesto di limitare le interazioni con le donne. La società che gestisce il monumento ha ammesso che condizioni simili non avrebbero dovuto essere accettate. Il BAPS sostiene che nessuno sia stato escluso dall’accesso, ma ha comunque presentato le proprie scuse.

La città di Parigi ha aperto un’indagine. Perché la libertà religiosa merita rispetto, certamente. Ma in un luogo pubblico non può essere pagata con l’invisibilità delle lavoratrici. E per ricordarlo, questa volta, è servito chiudere il monumento più famoso di Francia.

Regno Unito

Un guasto al sistema che elabora i piani di volo ha mandato in tilt il controllo del traffico aereo britannico: oltre mille voli cancellati e centinaia di migliaia di passeggeri coinvolti negli aeroporti di Heathrow, Gatwick, Manchester e Birmingham.

Il problema è stato risolto dopo quasi quattro ore, ma smaltire l’ingorgo nei cieli richiederà più tempo. Tra i bloccati anche l’Arsenal, partito in ritardo per Napoli.

Ryanair chiede la testa dell’amministratore delegato di NATS. Del resto, quando salta un computer, a restare a terra sono sempre le persone.

Ucraina e Russia

Donald Trump vuole una rapida conclusione della guerra in Ucraina, anche per riaprire pienamente le relazioni economiche con Mosca. Lo avrebbe detto a Vladimir Putin durante una telefonata di un’ora, almeno secondo il resoconto del Cremlino. Putin avrebbe approvato l’impostazione.

La chiamata segue la missione a Mosca e Kyiv degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Si torna a parlare di un possibile tavolo a tre, ma per ora senza alcuna svolta pubblica.

Russia e Ucraina restano lontanissime: Mosca punta ancora alla conquista dell’intera regione di Donetsk, mentre Kyiv promette di difenderla. Intanto gli attacchi continuano.

Putin ha assicurato di non avere intenzioni aggressive verso l’Europa e ha concordato con Trump di proseguire gli scambi di prigionieri. Ma una pace pensata soprattutto per riaprire gli affari tra Stati Uniti e Russia rischia di dimenticare un dettaglio piuttosto ingombrante: l’Ucraina.

Canada e Usa

Donald Trump apre un nuovo fronte contro il Canada. Dal 29 settembre gli Stati Uniti vieteranno l’importazione di gran parte degli alcolici canadesi, di alcuni prodotti lattiero-caseari e delle motociclette.

Non solo. Il presidente ha ordinato alla General Services Administration di avviare anche la rimozione dei prodotti canadesi dagli elenchi degli acquisti federali, un mercato che secondo Trump vale oltre cinquanta miliardi di dollari l’anno. La misura resterà in vigore finché Ottawa non garantirà “piena e giusta reciprocità” alle aziende e agli agricoltori americani.

La rappresaglia arriva dopo l’entrata in vigore dei dazi canadesi, dal quindici al cinquanta per cento, su merci statunitensi per circa venti miliardi di dollari. Il premier Mark Carney ha difeso la risposta e promesso di accelerare la riduzione della dipendenza economica dagli Stati Uniti.

“Se non ci fate entrare, non entrerete”: è ormai la dottrina Trump. Più che libero commercio, una porta girevole azionata a colpi di divieti. E a pagare il biglietto saranno imprese, lavoratori e consumatori su entrambi i lati del confine.

Stati Uniti

In Texas, un giudice federale ha autorizzato l’ICE a nutrire forzatamente un migrante cubano in sciopero della fame, permettendo persino l’inserimento chirurgico, senza consenso, di una sonda direttamente nello stomaco.

 L’uomo, arrestato il 22 luglio e privo di assistenza legale, aveva iniziato la protesta tre giorni dopo. Il governo afferma che ora ha ripreso a mangiare e bere. Dal gennaio 2025, però, l’ICE ha ottenuto almeno diciannove autorizzazioni giudiziarie per procedure mediche involontarie contro detenuti in sciopero della fame.

A venticinque anni dall’11 settembre, New York apre finalmente i suoi archivi. Il sindaco Zohran Mamdani ha pubblicato oltre 170 mila pagine di documenti sui rischi sanitari e sulla qualità dell’aria dopo il crollo delle Torri Gemelle.

Le carte mostrano che le autorità conoscevano la presenza di sostanze tossiche intorno a Ground Zero, mentre rassicuravano soccorritori e residenti. E rivelano anche come la città cercò di limitare le proprie responsabilità legali.

Gli attentati uccisero 2.977 persone. Da allora, secondo un programma sanitario federale, più di 9.400 sono morte per patologie associate all’esposizione.

La polvere si è posata da tempo. Il silenzio delle istituzioni, invece, ha impiegato venticinque anni.

Nel Pacifico orientale, invece, le forze statunitensi hanno abbordato un’imbarcazione e fermato l’intero equipaggio, prima di affondarla. SOUTHCOM sostiene che servisse da stazione di rifornimento per il narcotraffico legato al gruppo ecuadoriano Los Choneros, ma non ha reso pubbliche le prove.

Un corpo alimentato con la forza, una nave distrutta dopo il fermo: negli Stati Uniti di oggi, il controllo sembra arrivare prima dei diritti.

Colombia

Marco Rubio ha iniziato dalla Colombia una tournée che proseguirà in Ecuador e Perù, tre Paesi guidati da governi conservatori vicini a Donald Trump. A Barranquilla, il segretario di Stato americano e il presidente Abelardo de la Espriella hanno firmato accordi sulla cooperazione nucleare civile e sui minerali critici. Al centro anche narcotraffico, migrazioni e sicurezza: l’America Latina torna a essere, molto esplicitamente, terreno strategico di Washington.

Nello stesso giorno, De la Espriella ha revocato la sospensione generale dei permessi per portare armi. Resteranno controlli e autorizzazioni, ma chi possiede un permesso valido potrà tornare armato.

Il presidente sostiene che i cittadini onesti debbano potersi difendere. Ma in un Paese attraversato per decenni dalla violenza, più pistole vengono chiamate sicurezza. E il confine tra le due cose può diventare terribilmente sottile.

Brasile

L’Italia ha respinto la richiesta del Brasile di far scontare sul proprio territorio la condanna a cinque anni e dieci mesi inflitta per traffico di droga a Leonardo Badalamenti, figlio dello storico boss di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti.

Roma sostiene che manchi un accordo internazionale applicabile per riconoscere ed eseguire in Italia la sentenza brasiliana. La condanna, dunque, non è stata annullata: semplicemente non verrà eseguita qui.

Badalamenti, oggi libero a Palermo, visse per anni a San Paolo usando false identità. Nel 2007 fu arrestato con oltre 55 grammi di cocaina e si presentò come Carlos Massetti. La difesa contesta la regolarità del processo.

Il risultato, però, è molto concreto: una condanna definitiva che, attraversando l’Atlantico, perde la strada verso il carcere.

India

A Delhi, il musicista e insegnante Chongtham Vikram Singh è stato picchiato a morte dopo aver chiesto a un gruppo di uomini di fare meno rumore davanti alla sua abitazione, nel quartiere di Kilokari.

Secondo la polizia, dopo la discussione Singh sarebbe rientrato nel palazzo, ma il gruppo lo avrebbe inseguito per tre piani, colpendolo con calci e pugni. È stato suo figlio a soccorrerlo e a portarlo in ospedale, dove il musicista è morto poche ore dopo.

Singh era stato uno dei pionieri della scena rock del Manipur e da diciassette anni insegnava musica nella capitale. Sette adulti sono stati arrestati e un minorenne è stato fermato.

Le comunità dell’India nordorientale chiedono giustizia. La polizia non ha finora accertato un movente razzista. Resta una morte assurda: un uomo che viveva di musica, ucciso soltanto per aver chiesto un po’ di silenzio.

Nepal

Un terremoto di magnitudo 5,3 ha colpito il distretto di Mustang, nel Nepal nordoccidentale. L’epicentro è stato localizzato a Lomanthang, 375 chilometri da Kathmandu. La scossa è stata avvertita anche nei distretti vicini, ma non risultano al momento vittime o danni.

Il sisma arriva mentre il Paese conta ancora i morti delle alluvioni del 26 agosto: almeno 1.358 corpi recuperati e 5.326 dispersi. Un’altra frana ha inoltre bloccato il fiume Kimrung, facendo scattare l’evacuazione delle comunità a valle.

In Nepal, ormai, anche sopravvivere a un disastro significa prepararsi al successivo.

Hong Kong

È morto a 89 anni Tung Chee-hwa, primo capo del governo di Hong Kong dopo il passaggio dalla Gran Bretagna alla Cina nel 1997.

Erede di un impero marittimo e uomo gradito a Pechino, guidò la città durante la crisi finanziaria asiatica, l’epidemia di influenza aviaria e quella di Sars.

Ma il passaggio decisivo arrivò nel 2003, quando mezzo milione di persone scese in strada contro la sua proposta di legge sulla sicurezza nazionale, temendo la cancellazione delle libertà civili. Tung ritirò il provvedimento e si dimise due anni dopo, ufficialmente per motivi di salute.

Pechino ha poi imposto una legge sulla sicurezza nel 2020; una normativa basata sull’Articolo 23 è stata approvata nel 2024. La biografia di Tung racconta così anche quella di Hong Kong: dalla promessa di “un Paese, due sistemi” a un’autonomia diventata, anno dopo anno, sempre più stretta.

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