Il caos globale e la corsa al riarmo
Scritto da Pasquale Angius in data Settembre 4, 2026
Il caos globale, a livello sia economico che politico, genera insicurezza e spinge tutti i paesi in una corsa al riarmo sempre più pericolosa.
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Il caos globale
Il 29 luglio del 2014 apparve su The Atlantic, una delle più prestigiose riviste americane che si occupa di politica, economia, attualità, cultura, un articolo che si intitolava “Yes, It could happen again”, in italiano: “Sì, potrebbe succedere ancora”.
Quel titolo prendeva spunto dal centesimo anniversario dello scoppio della Prima guerra mondiale. Esattamente un secolo prima le principali potenze europee, nell’arco di poche settimane, si erano ritrovate coinvolte in una guerra che avrebbe causato circa 18 milioni di morti, 20 milioni di feriti e mutilati, e avrebbe devastato intere regioni del continente europeo.
In quell’articolo si sottolineava che la forte incertezza economica, eravamo a pochi anni dalla crisi finanziaria del 2008, e i numerosi conflitti in corso, creavano un’instabilità globale che poteva portare a una situazione simile a quella che aveva preceduto lo scoppio del primo conflitto mondiale.
Dalla pubblicazione di quell’articolo, che qualcuno all’epoca ritenne allarmistico, sono passati 12 anni ma la sensazione che tutti ormai abbiamo è quella di vivere in un momento storico molto confuso e sempre più pericoloso.
I tamburi di guerra risuonano in ogni angolo del pianeta, vecchi e nuovi conflitti divampano in aree del mondo sempre più vicine ai nostri confini, l’incertezza economica è un dato costante, le regole del diritto internazionale sono ormai carta straccia.
Anche i politici europei lanciano allarmi sulla possibilità di un nuovo conflitto globale.
Il Segretario Generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, invita i paesi aderenti all’Alleanza a portare le spese militari almeno al 5% del PIL e sostiene che gli europei debbono adottare un “wartime mindset” in pratica una mentalità bellica.
Rutte è un personaggio ridicolo che si contraddistingue per una fedeltà canina nei confronti di Donald Trump che lui, confidenzialmente, chiama “daddy”, ovverossia “paparino”, ma anche personaggi più credibili e strutturati, come il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius, non perdono occasione per dire che dobbiamo prepararci ad affrontare, entro la fine di questo decennio, una guerra con la Federazione Russa.
Quali sono le ragioni di questi nuovi venti di guerra che soffiano ormai a tutte le latitudini?.
Impossibile rispondere a una domanda così complessa in pochi minuti, ma cerchiamo di evidenziare alcune questioni che possono aiutare a capire cosa sta succedendo.
Il caos globale crea incertezza e paure e il primo risultato è una corsa generalizzata al riarmo che ormai ha raggiunto ritmi vertiginosi.
Le spese militari globali sono raddoppiate negli ultimi 20 anni e supereranno i 3.000 miliardi di dollari nel 2026.
Gli Stati Uniti da soli spendono un terzo di questa cifra e hanno annunciato che nel 2027 porteranno le spese per la difesa a 1.500 miliardi di dollari.
Il declino degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina
La prima ragione del caos internazionale è sicuramente il declino politico, militare ed economico degli Stati Uniti.
Certamente il ruolo di potenza egemone è, a tutti gli effetti, un lavoro usurante e che gli Stati Uniti non siano più in grado e forse non abbiano più nemmeno la voglia, di essere la prima potenza mondiale risulta sempre più chiaro.
Quella fase storica iniziata negli anni Ottanta del Novecento e che aveva visto il trionfo delle teorie neoliberiste, una nuova globalizzazione, l’affermazione delle regole del mercato come unico parametro al quale anche le politiche economiche dei singoli stati dovevano conformarsi, è una fase ormai chiusa.
I primi a far saltare il banco sono stati gli americani, coloro che avevano spinto con decisione la globalizzazione pensando che, rimasti l’unica potenza globale dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sarebbero riusciti a dominare il mondo non soltanto con la forza militare, ma soprattutto con la loro leadership economica, finanziaria e tecnologica.
Se il capitalismo, nella sua versione neoliberista e mercatista, riusciva a conquistare persino il più grande paese comunista del mondo, la Cina, presto anche i cinesi, dopo aver compreso le virtù del libero mercato, avrebbero voluto apprezzare le virtù della democrazia liberale.
Analisi velleitaria, un po’ superficiale e fondamentalmente sbagliata. I cinesi hanno utilizzato gli strumenti del libero mercato per uscire dalla loro condizione di povertà e nell’arco di alcuni decenni sono diventati un competitore temibile per gli stessi Stati Uniti, mantenendo inalterato il loro sistema politico.
Gli Stati Uniti hanno capito che le delocalizzazioni del loro apparato produttivo grazie alla globalizzazione dei mercati, avevano indebolito gli americani e rafforzato i cinesi.
Mentre la Cina diventava la “fabbrica del mondo”, cioè il principale produttore manifatturiero del pianeta, gli Stati Uniti diventavano sempre più dipendenti dalle importazioni cinesi non soltanto nei prodotti di consumo ma anche nei minerali strategici, in diverse tecnologie e persino in alcune filiere della produzione di armamenti.
A ciò si aggiunga che un regime autoritario come quello cinese godeva di un ampio appoggio popolare, perché era riuscito a garantire a una maggioranza sempre più ampia della sua popolazione, benessere e condizioni di vita migliori, mentre gli Stati Uniti si ritrovavano con intere fasce di popolazione, a cominciare dalla sua ex classe operaia, falcidiate dalle delocalizzazioni industriali, ridotte in povertà o costrette a fare lavori di basso livello e mal pagati nel settore dei servizi.
L’insoddisfazione, per non dire l’incazzatura, della ex working class americana produceva il fenomeno Trump, un misto micidiale di balle colossali, sesquipedali scemenze, slogan tanto altisonanti quanto velleitari a cominciare dal Make America Great Again, approssimazione, incompetenza, razzismo, prepotenza, in sintesi la versione peggiore dell’American way of life.
Le delocalizzazioni produttive hanno reso gli Stati Uniti un paese più fragile economicamente perché nessun paese grande, moderno ed avanzato può campare soltanto di servizi e finanza, ci vuole anche la produzione industriale che serve a garantire l’indipendenza del paese come anche a generare posti di lavoro ben retribuiti, know how, capacità d’innovazione, conoscenze diffuse.
Ma le delocalizzazioni sono servite negli Stati Uniti, come anche in Europa, per disarticolare la classe operaia, per ridurre la sua forza sindacale e contrattuale, per ridurre i salari, per ridurre i costi di produzione e quindi per aumentare i profitti degli azionisti.
Per dirla in altri termini le delocalizzazioni sono servite per impoverire i ceti popolari, medi e bassi e per arricchire ulteriormente i ceti elevati. Le disuguaglianze negli ultimi 40 anni negli Stati Uniti sono aumentate enormemente.
Dinamiche della competizione capitalistica
Un ulteriore problema è rappresentato dalla dinamica della competizione capitalistica.
Il capitalismo è un sistema economico che funziona a condizione di aumentare in continuazione il capitale investito, quindi, ogni paese che intende svilupparsi deve continuare ad accedere a nuove risorse e a conquistare nuovi mercati.
Finché le risorse sono liberamente e ampiamente disponibili, e finché ci sono nuovi mercati da conquistare, il sistema può continuare a crescere perché cresce la produzione ma anche gli scambi commerciali e gli investimenti.
È sostanzialmente quel che è avvenuto con la globalizzazione negli ultimi decenni, ma quando le risorse cominciano a scarseggiare o l’accesso a quelle risorse diventa più complicato, quando i mercati si ridimensionano e non ci sono nuovi territori da conquistare, la competizione tra potenze capitalistiche si fa più dura.
È quello che in qualche modo stanno facendo americani e cinesi con modalità diverse.
Gli americani impongono dazi ai prodotti cinesi per cercare di fermare l’espansione commerciale di Pechino e i cinesi mettono limiti all’esportazione di minerali strategici, la cui estrazione e produzione in gran parte controllano, per impedire che gli Stati Uniti acquisiscano una superiorità nelle nuove tecnologie, per la cui produzione quelle materie prime sono essenziali.
D’altronde per decenni il volano della crescita, per tutti, è stata la globalizzazione, il commercio mondiale cresceva a ritmi superiori a quelli del PIL mondiale, ma nel momento in cui la globalizzazione si blocca e si ricompone per aree di paesi più omogenei, il ritmo di crescita del commercio mondiale si riduce, si riducono le opportunità di crescita economica per molti paesi, ci possono essere crisi di sovrapproduzione che causano fallimenti aziendali, disoccupazione, disagio sociale.
Ma quando aumenta il livello della competizione per conquistare mercati sempre più asfittici a qualcuno potrebbe balenare l’idea di riuscire a primeggiare sui suoi competitori ricorrendo ad altri strumenti, per esempio, di tipo militare.
Ma il declino americano non è soltanto economico ma anche politico e militare. Quel che è avvenuto da qualche decennio a questa parte e sta avvenendo sotto i nostri occhi è quello che i politologi chiamo uno “shift of power”, un cambiamento, uno spostamento dei rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina.
La nuova forza economica della Cina è il presupposto per un rafforzamento politico e militare di quel paese.
La competizione con gli Stati Uniti per ora si svolge sul piano economico e tecnologico.
Sul piano economico la Cina sta facendo passi da gigante mentre gli Stati Uniti arretrano, sul piano tecnologico la partita, soprattutto quella sull’Intelligenza Artificiale, è ancora aperta ma la Cina ha un netto vantaggio, per esempio nel controllo dei minerali strategici che servono a fabbricare la componentistica e l’infrastruttura hardware per fare funzionare l’AI.
Gli Stati Uniti temono che la Cina possa surclassarli e fargli perdere quel ruolo di potenza egemone che sinora gli ha garantito enormi vantaggi e privilegi, pensiamo, per esempio, al fatto di avere il Dollaro come moneta di riferimento internazionale che ha assicurato agli americani una supremazia finanziaria incontrastata.
La “trappola di Tucidide”
Il politologo americano Graham Allison pubblicò una decina d’anni fa un testo, che ebbe un grande successo editoriale e influenzò molto i vertici politici e militari statunitensi, nel quale elaborò la teoria della “trappola di Tucidide”.
Di cosa si tratta? Tucidide era uno storico greco che narrò la Guerra del Peloponneso. Nel V secolo a.C. due città si contendevano il dominio sulla Grecia, Sparta la potenza egemone e Atene la potenza in ascesa.
I timori di Sparta di perdere il primato di fronte all’impetuosa ascesa di Atene spinsero gli spartani a scatenare la guerra per stroncare le ambizioni degli ateniesi.
La tesi di Allison, anche riportando altri casi storici analoghi è che, quando due potenze, una in declino e l’altra in ascesa, competono tra loro, si innesca un meccanismo di paure, percezioni sbagliate, fraintendimenti, errori di valutazione che il più delle volte porta alla guerra.
Guerra che potrebbe scoppiare quindi come esito del confronto sempre più serrato tra Stati Uniti e Cina.
Gli americani hanno la passione per le analogie storiche perché sono alla ricerca di modelli esplicativi semplici e universali.
Purtroppo, o per fortuna, la storia dell’umanità non segue leggi universali e replicabili come accade nella fisica o nella matematica.
Nella storia non esiste alcun meccanismo deterministico e quindi la ricerca di analogie è un suggestivo esercizio intellettuale ma non ha alcun valore predittivo.
Non sta scritto da nessuna parte, per fortuna, che il caos odierno precipiterà verso un nuovo conflitto globale.
Il caos economico è condizione necessaria ma non sufficiente per scatenare una guerra globale.
La corsa al riarmo è spinta dalla competizione sempre più ravvicinata tra le due principali potenze e dal fatto che essendo ormai venuta meno la capacità americana di deterrenza e di controllo tutti si sentono meno sicuri e l’insicurezza spinge tutti a riarmarsi.
Aggiungiamo i conflitti regionali feroci e incancreniti, per i quali non si riesce a trovare una via d’uscita, da quello tra Russia ed Ucraina a quelli in Medio Oriente.
Gli incantatori di serpenti
Le analogie storiche ci affascinano ma questo non significa che la storia si ripeta.
Torniamo all’articolo di The Atlantic che citavamo all’inizio.
Oggi siamo in una situazione simile a quella che esisteva alla vigilia della Prima guerra mondiale. All’epoca una saturazione dei mercati a seguito dell’aumento della competizione tra potenze imperialiste portò al caos economico e la paura di non riuscire a mantenere le proprie quote di mercato spinse tutti i paesi ad una corsa al riarmo.
Su quella situazione si innestò uno shift of power, una ridefinizione dei rapporti di forza tra paesi, soprattutto tra la Germania potenza in ascesa e il Regno Unito, potenza in declino, e sullo sfondo l’apparire di una nuova potenza in rapida ascesa, gli Stati Uniti.
In quel contesto molto delicato fatto di fragili equilibri, bastò poco, un nazionalista serbo che assassina a Sarajevo l’erede al trono asburgico per fare da detonatore.
Anche oggi il clima è surriscaldato, la situazione è molto pericolosa ma non c’è un destino già scritto e sta nella capacità dei politici e dei popoli sfuggire alle trappole della paura.
Avere la consapevolezza che i destini dei popoli siano in mano a leader politici di scarso spessore e di ancor minori capacità non aiuta.
Ascoltare quotidianamente le teorie strampalate di quel mattacchione di Trump non rassicura ma forse mantenere alta la soglia dell’attenzione e non trangugiare le fesserie che ci raccontano potrebbe essere già l’inizio di una sia pur flebile reazione.
In paesi con la popolazione in rapido invecchiamento, bassa crescita economica, con debiti pubblici elevati, costi energetici crescenti, trovare risorse da mobilitare per le armi è difficile, quindi, vanno sottratte ad altri capitoli di bilancio: pensioni, spese sociali, istruzione, sanità.
Per convincere la popolazione ad accettare questa situazione o si racconta la balla che gli altri capitoli di spesa non verranno toccati, ma l’albero degli zecchini d’oro non l’ha ancora trovato nessuno, oppure si cerca di spaventare la gente dicendo che ci sono gli unni alle porte, che la Russia ci attaccherà da un momento all’altro, oppure sostenendo che le spese militari hanno un effetto benefico sull’economia perché rilanceranno la crescita.
Smettiamola di farci suggestionare dagli incantatori di serpenti e conserviamo un minimo di buon senso, una merce sempre più rara.
Quando si discute di pace e di guerra spesso si scomodano i grandi ideali, le grandi visioni strategiche, i valori fondanti di ogni paese e di ogni civiltà e molta gente, suggestionata da questi roboanti discorsi, dimentica un piccolo ma fondamentale dettaglio.
Matsuyoshi Ikeda, un sopravvissuto alla bomba atomica sganciata il 9 agosto 1945 su Nagasaki, quindi una persona che gli orrori della guerra li ha vissuti sulla sua pelle, in un’intervista, di fronte alla domanda cosa fosse la pace secondo lui, rispose che la pace è una cosa semplice presente nella nostra vita quotidiana anche se non ci facciamo caso: è avere l’acqua corrente e la luce, i vestiti e le scarpe, il frigorifero con dentro del cibo, un lavoro, una casa sicura, confortevole e calda.
In pratica le prime cose che scompaiono durante un conflitto.
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