Naza: a caccia di chi ha parlato
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 12, 2026
Nel documentario NAZA, ventiquattro militari e appartenenti all’intelligence israeliana parlano con identità protette. Capita nel giornalismo quando devi proteggere la fonte. Questi soldati raccontano le operazioni a Gaza, la selezione dei bersagli, il calcolo delle persone che potrebbero morire sotto un bombardamento. E adesso Benjamin Netanyahu vuole sapere chi sono.
L’11 ottobre il primo ministro israeliano ha chiesto di identificare e perseguire le persone coinvolte nel film, rivolgendosi alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara, al capo di stato maggiore Eyal Zamir e al direttore dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, David Zini.
Ha sollecitato un’indagine penale per presunte violazioni della sicurezza delle informazioni, diffamazione e danni agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele. Nella stessa richiesta definisce il documentario falso e diffamatorio, ma prospetta anche la divulgazione di informazioni altamente segrete.
Ma se quelle testimonianze vengono liquidate come menzogne, quali segreti avrebbero rivelato?
Non è una prova automatica della verità di ogni accusa, è, però, una tensione evidente tra due argomenti che il governo dovrebbe chiarire. Soprattutto quando a chiedere di dare un nome alle voci è il vertice politico chiamato in causa dal loro racconto.
Che cosa racconta NAZA
Il film è diretto da Yuval Abraham, giornalista e documentarista israeliano, e Rachel Szor, regista e direttrice della fotografia israeliana. Entrambi hanno partecipato alla realizzazione di No Other Land, il documentario sull’espulsione delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, in Cisgiordania, premiato con l’Oscar.
Come ricorda la presentazione del New York Film Festival, NAZA è prodotto dal Guardian e da JW Films e ha ricevuto il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia del 2026.
Le interviste sono state girate di notte, sui tetti di Tel Aviv. Non si tratta di ventiquattro soldati ripresi mentre parlano dentro Gaza, molti degli intervistati, spiegano i registi su +972 Magazine, hanno lavorato nell’intelligence, partecipando alle operazioni attraverso schermi, informazioni e procedure di selezione degli obiettivi.
Il titolo deriva dall’acronimo ebraico di nezek agavi, danno collaterale. Una formula militare che indica il danno ai civili provocato da un attacco contro un obiettivo militare.
Dentro quella formula, però, ci sono persone. La questione sollevata dal film è quanto si sapesse della loro presenza prima di colpire e quale peso avesse quella conoscenza nelle decisioni.
Abraham e Szor sostengono che le testimonianze descrivano un sistema di ordini e pratiche operative, non soltanto episodi isolati. È la loro tesi investigativa, contestata dall’esercito israeliano: la morte dei civili sarebbe stata prevista e accettata attraverso procedure che avrebbero consentito attacchi devastanti.
La guerra prima dell’esplosione
L’importanza di queste testimonianze sta nel punto di osservazione. La telecamera cerca di risalire a quello che precede una casa distrutta: l’informazione raccolta, la classificazione di una persona, la valutazione di chi si trova accanto a lei, l’autorizzazione.
Questo lavoro ha una storia precedente al film. Nell’aprile 2024, un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call sul sistema Lavender, firmata da Abraham e basata su sei fonti dell’intelligence israeliana, descriveva l’utilizzo di un sistema informatico impiegato per individuare sospetti appartenenti ai gruppi armati palestinesi.
Le fonti denunciavano controlli umani insufficienti e un ampio affidamento ai risultati del sistema. L’esercito contestava quella ricostruzione e negava che si trattasse di una lista automatica di persone da uccidere.
Chi controlla? Con quali informazioni? Quanto tempo ha per verificare un essere umano? Può fermare un attacco? E chi verifica le conseguenze quando l’attacco è avvenuto?
Sono interrogativi ai quali la parola “algoritmo” non può rispondere. Un sistema informatico non assorbe la responsabilità di chi lo progetta, lo adotta e decide come utilizzare i suoi risultati.
Gli autori e il Guardian dichiarano di aver consultato oltre cento fonti, incrociando testimonianze, documenti riservati e verifiche su singoli attacchi.
Questa dichiarazione descrive il metodo rivendicato dalla produzione. Non rende ogni singola testimonianza verificabile dal pubblico, ma impone di confrontarsi con il lavoro investigativo, anziché ridurlo alla sola presenza di volti oscurati.
Le smentite dell’esercito
La risposta israeliana esiste e va riportata anche per capire come si manipola la realtà. Nel documento pubblicato il 1° ottobre, l’esercito definisce il film fuorviante e sostiene che gli intervistati descrivano soltanto fasi preliminari dell’attività di intelligence, senza conoscere l’intero processo di pianificazione e autorizzazione degli attacchi.
Nega che l’intelligenza artificiale decida autonomamente chi colpire. Respinge la testimonianza relativa a un attacco autorizzato con cinquecento morti civili previsti e contesta l’esistenza di autorizzazioni automatiche legate a quote prestabilite di vittime.
Sostiene inoltre che i registi non abbiano sottoposto preventivamente le accuse all’esercito e non abbiano fornito dettagli sufficienti per identificare gli episodi.
Sono contestazioni sostanziali. Ma da una parte abbiamo giornalisti indipendenti, dall’altra un’esercito che non ha alcun interesse ad ammettere la verità.
Anche il punto giuridico va tenuto fermo: prevedere possibili vittime civili non dimostra, da solo, un crimine di guerra. Come spiega il Comitato internazionale della Croce Rossa sui criteri che regolano gli attacchi, il diritto internazionale umanitario impone proprio di valutare anticipatamente il danno ai civili.
Proibisce però gli attacchi dai quali ci si attenda un danno eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto, e richiede tutte le precauzioni praticabili per risparmiare la popolazione.
La questione decisiva è quindi come quelle valutazioni siano state fatte e applicate. Quali vite siano state considerate. Quali alternative fossero disponibili. Quali ordini siano stati impartiti.
Un altro film, quasi lo stesso nome
Alla contestazione delle testimonianze si è aggiunta una risposta cinematografica: NAZA: The Real Story, un controdocumentario realizzato da Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch.
Il Jerusalem Post lo presenta come un progetto concepito per confutare e screditare il film originale. Utilizza registrazioni declassificate, immagini delle operazioni e materiali d’intelligence, insistendo sulle tattiche di Hamas, sulla presenza degli ostaggi e sulle difficoltà operative dell’esercito. Riprende anche l’ambientazione notturna sui tetti di Tel Aviv.
Occorre distinguere produzione e promozione. Sul proprio sito gli autori dichiarano di aver finanziato autonomamente il progetto, senza sostegno governativo o militare.
Affermano inoltre che l’ambasciata israeliana negli Stati Uniti lo abbia condiviso di propria iniziativa. La promozione diplomatica è documentata; che il governo abbia prodotto o finanziato il controfilm, invece, non risulta dimostrato dalle fonti consultate.
Secondo quanto ricostruito dal Guardian, il sito del controfilm inizialmente attribuiva falsamente l’opera ad Abraham e Szor.
Quest’ultimo elemento, distinto dal diritto di realizzare una replica, riguarda la trasparenza con cui quella replica viene proposta agli spettatori.
Un governo può contestare un’inchiesta. Un regista può rispondere a un altro regista. Ma un film favorevole all’esercito non sostituisce la verifica degli episodi denunciati. Le difficoltà della guerra urbana non rispondono, da sole, alla domanda su come sia stato deciso un determinato bombardamento.
E l’eventuale uso di civili come scudi umani, vietato dal diritto internazionale, non cancella gli obblighi di chi attacca nei confronti delle persone coinvolte.
Quando la cittadinanza diventa una minaccia
La pressione sui registi ha superato il terreno della critica cinematografica. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha minacciato di chiedere la revoca della cittadinanza ad Abraham e Szor.
Il capo di stato maggiore Zamir ha annunciato l’esame di possibili misure legali contro il film e le persone coinvolte. Le condanne sono arrivate anche da figure esterne al governo, tra cui l’ex primo ministro Naftali Bennett e l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman.
Il Committee to Protect Journalists ha documentato e condannato queste minacce, chiedendo alle autorità israeliane di garantire la sicurezza dei due autori. In un appello con altre dieci organizzazioni per la libertà di stampa, ha denunciato anche l’intimidazione rivolta alle famiglie e alle testate che pubblicano il loro lavoro.
Minacciare la cittadinanza di chi racconta significa mettere in discussione il suo diritto di appartenere alla comunità politica che sta interrogando. Il messaggio raggiunge anche chi non ha ancora parlato: altri giornalisti, altre fonti, altri militari.
È questo l’effetto più ampio dell’intimidazione: non occorre che tutte le minacce diventino provvedimenti perché qualcuno decida di tacere.
Se è falso, perché cercare i testimoni?
La domanda resta. Per affrontarla seriamente bisogna evitare una scorciatoia: cercare le fonti non certifica automaticamente tutto quello che hanno detto. Informazioni riservate e interpretazioni contestate possono coesistere nello stesso racconto.
Ma proprio per questo il governo dovrebbe spiegare quali informazioni considera false e quali considera autentiche ma segrete. Dovrebbe indicare quali elementi intende sottoporre a verifica e con quali garanzie.
La richiesta di Netanyahu di identificare e perseguire i partecipanti è documentata. Le fonti consultate non consentono, invece di confermare che tutti e ventiquattro siano stati identificati o già incriminati. Una richiesta politica, l’apertura di un’indagine e una condanna sono fatti diversi.
Resta però la scelta espressa in quella richiesta: rivolgere l’azione penale contro le persone che hanno parlato. Badate bene, quei soldati non erano dei pentiti e l’anonimato giornalistico non è un’assoluzione. Parlare di atti ai quali si è partecipato non cancella quello che si è fatto.
La verifica, presumibilmente indipendente, deve poter risalire fino a chi impartiva gli ordini, senza fermarsi a chi li ha raccontati.
I palestinesi non possono sparire dal racconto
C’è infine un rischio anche nella discussione internazionale su NAZA: che tutta l’attenzione finisca sui soldati israeliani, sul loro coraggio o sulle loro colpe, e che i palestinesi diventino ancora una volta lo sfondo.
I registi spiegano di aver cercato quelle testimonianze per rendere più difficile negare quanto accaduto, non perché mancassero le voci delle vittime.
È una distinzione essenziale: la parola di un palestinese non dovrebbe aver bisogno dell’uniforme israeliana per acquistare credibilità. La testimonianza dall’interno può aggiungere informazioni sugli ordini e sui meccanismi decisionali; non conferisce retroattivamente dignità a chi ha subito le conseguenze.
È lo stesso interrogativo che attraversa la riflessione su Gaza e il potere senza giustizia, tre anni dopo il 7 ottobre: come impedire che il dolore delle vittime diventi uno strumento nelle mani di chi governa.
E riguarda la crisi più ampia dell’ordine internazionale e dei limiti imposti alla forza, perché un limite che non può essere verificato, contestato e fatto rispettare rischia di restare soltanto una dichiarazione.
Le persone uccise non possono intervenire nella disputa tra due documentari. Non possono rispondere a un comunicato, chiedere una rettifica, difendere la propria presenza dentro una casa.
Chi è vivo può ancora pretendere che si cerchino le prove. Che si ascoltino i testimoni. Che si ricostruiscano gli ordini.
Dare un nome a chi ha parlato non basta. Bisogna dare un nome anche alle responsabilità.