I miserabili di Kabul

Scritto da in data Gennaio 22, 2022

KABUL – L’odore acre di esseri umani malati ti investe con una forza che quasi ti impedisce di andare avanti. Ma è lo sguardo perso degli uomini che sono nella stanza, che ti inchioda alla porta quasi a spingerti fuori. Come se fossero interruttori spenti. Come se il loro sguardo fosse l’unico ingresso in quel mondo, dove gli ultimi sono più ultimi di tutti gli altri. Uomini e donne consumati dall’uso di droga, nel paese maggior produttore di eroina al mondo. Per tutti, sono i miserabili di Kabul.

Fuori non hanno una vita se non quella legata ai loro bisogni: mangiare e drogarsi; dentro, provano a ricostruirli in quello che sembra più un inferno che un centro di riabilitazione. Duemila persone, mille posti letto. Due per branda, in stanzoni pieni di gente che per settimane indossano i vestiti con i quali sono arrivati, non mangiano più di un pugno di riso al giorno e bevono una tazza di tè. Non c’è sapone, non c’è shampoo e, in questo rigido inverno, neanche riscaldamento. L’inferno degli uomini, il paradiso delle pulci, degli animaletti che colonizzano i loro corpi punteggiandoli di pustole che i ragazzi non esitano a mostrare sollevandosi le magliette lerce e mostrando petti scavati nelle ossa dalla fame e dalla droga.

Il direttore del centro di riabilitazione Ibn Sina, Ahmad Zahir Sultani, è un chirurgo ortopedico che sta in una grande stanza con una stufa  cercando di coordinare i trattamenti e negoziare con i talebani, che considerano i tossicodipendenti niente di meno che criminali. Si stimano quattro milioni di tossici in Afghanistan, una piaga da nascondere, sebbene uno dei modi per fare soldi dei i talebani è proprio il mercato della droga.

A Kabul ci sono queste strutture, in altre zone del paese come Kandahar nel sud, da sempre roccaforte dei talebani, i drogati vengono messi in prigione. «Il programma dura quarantacinque giorni, ma di solito arrivano a stare anche più di due mesi, anche perché molti non hanno altro posto dove andare. Nei primi quindici giorni c’è la fase di disintossicazione, la più dura dove, a seconda dei sintomi, somministriamo medicine, metadone o sedativi secondo del tipo di droghe che usano». Hashish, eroina, oppio, metanfetamine e crystal, per lo più. Segue poi la riabilitazione, con sedute di ogni tipo nel tentativo di convincerli a «non farsi più». Perché gli uomini si drogano? «Quarant’anni di guerra, accesso facile alle sostanze, disoccupazione, depressione, ignoranza e povertà», fattori spesso legati gli uni agli altri fino a trasformarsi nel cappio che li porta a cominciare per poi non riuscire più a smettere.

Il ritmo del centro è serrato. Ci si alza alle cinque, bagno, preghiera, colazione, medicine, consulenza psicologica, pranzo, ancora consulenze, cena, un po’ di tv e alle dieci di sera si spengono le luci. Sono divisi in blocchi −a, b, c − e la struttura è quella di un ex base militare del governo precedente, trasformata in qualcosa più vicina a un lager che a un ospedale, con delle grandi gabbie all’entrata. Una trentina di guardie talebane presidiano il posto, dove molti non vogliono stare perché la maggior parte sono stati trascinati lì dai talebani quando ogni quarantacinque giorni rastrellano la città per portarli lì. Qualcuno vorrebbe scappare ma nessuno mette in dubbio che quei kalashykov tra le gambe delle guardie sedute all’ingresso non farebbero molta fatica a sparare. Tolleranza zero, dicono i talebani. «Con il governo precedente – ci racconta Sultani – la situazione era migliore, ora ci manca il minimo necessario: cibo, medicine e vestiti. Perfino noi medici, siamo stati per mesi senza stipendio».

Ramadan ha 57 anni, da dieci giorni in disintossicazione, non può muoversi perché distrutto dalla diarrea, lo hanno preso sotto al ponte di Poli Sohta. Una volta aveva una famiglia, quattro figli, e faceva l’operaio: ora non sanno neanche se è vivo o morto. «Voglio tornare da loro, non voglio morire qua dentro», mormora con i denti così marci che è difficile guardarlo. Ali invece, ha 30 anni, era disoccupato, ha cercato di andare in Europa ma è stato preso e rispedito indietro, ha cominciato a farsi di hashish e crystal fino a quando ha dimenticato anche di avercela avuta, una vita prima. E poi Abdul che faceva il poliziotto e che continua a grattarsi mostrando i pidocchi che hanno colonizzato il colletto della sua felpa, e ancora Airol che racconta che ogni notte muore qualcuno per il freddo, e duemila altri che ti raccontano la discesa verso l’oblio dove tutto diventa irrilevante, eccetto il ponte dove passano le loro giornate.

Il ponte della droga

Ci sono diversi ponti a Kabul dove si rifugiano mentre, sopra, la città vibra sotto il peso del traffico e dei venditori ai loro banchetti, e sotto, tra i rigoli di un fiume in secca, accovacciati, ci sono uomini e qualche donna indaffarati ad accendere fuocherelli, iniettarsi eroina o a scambiarsi pastiglie. In un angolo, otto cadaveri abbandonati, gli ultimi morti di una carneficina che si chiama freddo. Si lamentano perché nessuno li porta via, ma neanche se ne discostano troppo: vita e morte si confondono sotto il ponte che sembra essere il legame fisico tra quello che sono e il mondo dove sono finiti.

 

Il centro di riabilitazione per donne tossicodipendenti

Al centro di riabilitazione per donne si respira tutta un’altra aria: c’è sempre un odore forte e penetrante dove ci sono le pazienti in detox, ma almeno sono solo sessanta su cento letti. Ognuna ha lenzuola, coperte, materassino. Sono emaciate come gli uomini, molto più ciarliere, e la storia della loro tossicodipendenza non è meno drammatica.
«Il 90% delle donne che sono qui», ci spiega la direttrice, la dottoressa Shaista Hakim, una pediatra che lavora nella riabilitazione da 25 anni, «è stata costretta a drogarsi dal marito o da un familiare». L’approccio alla droga per le donne è diverso, vengono forzate a usarla per tenerle buone e tranquille, «alcuni mariti gliela danno per non farle scappare da casa, altri perché vogliono una moglie drogata come loro, altri ancora per costringerle ad andare a mendicare». Stando aumentando, però, i casi di depressione e Hakim non fatica ad ammettere che il peggioramento della condizione delle donne, a cui è stata interdetta la scuola e l’accesso al lavoro, così come alla partecipazione alla società civile, ha gettato nello sconforto migliaia di donne. «Una volta le donne che si drogavano erano analfabete, ora vediamo un vertiginoso avvicinamento di giovani istruite». Come spesso accade anche per gli uomini, ci si droga per dimenticare. Ma le conseguenze sono spesso figli tossici, sia neonati che più grandi, che finiscono per avere accesso alla droga grazie alla mamma. «In questo momento abbiamo trentacinque madri e venticinque minori».


La maggior parte di loro è stata pescata sotto i ponti, ma ci sono anche quelle che arrivano volontariamente o portate dalle famiglie, sinceramente preoccupate per loro. «Quelle che vivono sotto ai ponti vanno e vengono, perché dopo quarantacinque giorni sono pulite, ma se non hanno un posto dove andare, tornano lì e lì si ricomincia», dice Hakim con un po’ di rabbia. Per quanto vengano seguite anche per un anno successivamente al trattamento, sanno che la maggior parte riprenderà a farsi. «A volte ci imbattiamo in donne così in gamba, che pur di non farle tornare alla vita di prima le assumiamo, adesso abbiamo tre pazienti che vorremmo assumere ma prima dobbiamo ottenere il permesso dal ministero della Salute che è in mano ai talebani. Alle donne, spesso, serve una grande motivazione per uscire dalla droga, e ora, per come stanno le cose, non è davvero facile dargliela», mormora Hakim.

Ruya, 15 anni, con i capelli tagliati e arruffati, è stata drogata dal padre e abbandonata sotto il ponte dalla madre. È al centro da dieci giorni e vuole tornarsene lì perché sta bene e nessuno le da fastidio. «Qui ci danno solo latte, riso e fagioli a pranzo, fagioli e patate a cena, mai un pezzo di carne, io mangiavo sempre carne e prima dell’arrivo dei talebani non ero mai stata ammanettata», sbraita Alima che dice di aver 22 anni ma ne ha sicuramente qualcuno in più, anche lei presa sotto il ponte. La direttrice, riprendendola con un gesto, spiega che è in piena crisi di astinenza e per questo non smette di parlare. Saranno anni che non mangia carne, sicuramente non la mangia sotto il ponte, dove al massimo ravanano nei cassonetti alla ricerca di qualche scarto da mangiare. Intorno a lei gironzola il figlio Barat di 12 anni, che già sniffa. Un’altra ci racconta che ha perso la casa, il marito l’ha abbandonata e ha sposato un’altra, e giura che non appena la libereranno tornerà a farsi sotto al ponte perché sta bene, e come altre ripete che nessuno le dà fastidio. Per molte la casa è una specie di luogo delle torture, nonostante tutto sotto il ponte, all’ombra del resto del mondo dove gli uomini comandano, decidono e le controllano, là sotto la dimensione sembra meno crudele e gli uomini meno cattivi.
In riabilitazione c’è anche la mamma, sotto la coperta accanto, e i quattro fratelli tra i mille che abbiamo incontrato prima dall’altra parte della città. Laila, invece, è arrivata di sua spontanea volontà, voleva scappare dal marito che le dava la droga, ma quando sarà finito il trattamento dovrà tornare da lui «e me la darà sicuramente di nuovo, per me non c’è speranza».
La direttrice la guarda con dolcezza, il suo sogno sarebbe quello di creare un rifugio per donne “pulite”, che si possano allontanare da quelle case e mariti che considerano “tossici”, ma i talebani hanno chiuso perfino i centri antiviolenza rimandando le mogli a casa dei loro carnefici, vittime come loro che potrebbero avere accesso ai rifugi, perché dove c’è droga c’è sempre anche violenza.
La droga, in fondo, le tiene tranquille, le allontana dalla realtà, fa dimenticare le botte e quella vita di persone con dei diritti che non avranno mai.

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