Elezioni Israele 2026: Netanyahu e gli sfidanti Ep.1
Scritto da Radio Bullets in data Ottobre 22, 2026
È una società in frammenti quella israeliana che torna alle urne per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023, una società sempre più radicalizzata, sempre più a destra, ma anche sempre più divisa.
Ma non è la Palestina, non sono Gaza o l’occupazione, e neppure la guerra all’Iran, a spaccare davvero Israele, piuttosto la guerra contro il nemico esterno è quello che l’ha tenuto insieme e ha consentito il lungo regno di Benjamin Netanyahu.
Il leader del Likud vuole restare al potere, ad ogni costo, ma i sondaggi dicono che non ha i numeri per governare da solo. Ha bisogno del sostegno dell’estrema destra e degli ultra-ortodossi. Chi può davvero sfidarlo sembra essere solo Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito e fondatore del partito Yashar!, un outsider della politica, in parlamento solo dal 2022.
L’ago della bilancia potrebbero giocarlo i partiti arabi, in una tornata elettorale che molti osservatori definiscono come “esistenziale”.
Sono 38 i partiti che si contento i 120 seggi nella Knesset e il voto di poco più di 7,3 milioni di israeliani. Gli elettori sono 500 mila in più rispetto alle elezioni del 2022, ma non tutti i loro voti contano. Il sistema elettorale ha una soglia di sbarramento al 3,25 percento e i voti dei partiti che non raggiungono il traguardo vengono semplicemente buttati via, non sono redistribuiti.
Gaza, l’occupazione della Palestina e la guerra all’Iran
Le differenze tra i partiti che ambiscono a guidare il Paese sono pressoché minime. Per i Palestinesi di Cisgiordania, una vittoria dell’opposizione potrebbe comportare solo un’attenuazione della violenza dei coloni, non una soluzione strutturale.
Allo Stato Palestinese accenna soltanto uno dei grandi partiti. Una vittoria della destra, invece, significherebbe l’accelerazione dell’annessione.
Destra in ascesa che temono anche gli arabi israeliani, quelli con la cittadinanza, sempre di più, anche loro, vittime di nuove ondate di violenza.
Tanto le forze di governo come l’opposizione, scrive l’Istituto olandese di relazioni internazionali, “inquadrano l’occupazione e l’annessione quasi esclusivamente attraverso la lente della sicurezza; i principali punti di contesa riguardano chi metta in pericolo i soldati, chi indebolisca le forze di difesa israeliane (IDF) o chi permetta ad Hamas di riorganizzarsi”.
Con l’esclusione della ristretta sinistra radicale, la Palestina semplicemente non esiste. Esiste solo come nemico agitato negli slogan delle compagne elettorali per raccogliere consensi.
A monopolizzare la conversazione pubblica in questi mesi sono stati, invece, le divisioni interne, il servizio militare per gli ebrei ultra-ortodossi, le responsabilità per gli attacchi del 7 ottobre, quel 7 ottobre che di fatto ha spazzato via l’opposizione.
Molto meno, i guai giudiziari del premier, le accuse di corruzione, frode e abuso di potere che hanno rischiato di mettere fine alla sua vicenda politica e che la guerra ha tolto da sotto lo sguardo degli israeliani.
Secondo lo studio dei ricercatori olandesi, “la questione della leva militare per gli ultraortodossi è stata, di gran lunga, il tema più sollevato dai politici israeliani presi in esame (133 dichiarazioni pubbliche su 331, oltre il 40% tra giugno e agosto)”.
Il 24% delle dichiarazioni ha riguardato l’occupazione dei Territori palestinesi, seguite dai conflitti contro Hezbollah, 13%, e contro l’Iran, circa il 10%.
Se poco o nulla è destinato a cambiare per la Palestina, queste elezioni, secondo diversi analisti, potrebbero segnare invece, la via di non ritorno verso l’esplosione della violenza militare e civile interna, al punto da far evocare lo spettro della guerra civile.
Un rapporto pubblicato a giugno dal Jewish People Policy Institute indicava come per il 55% degli israeliani la principale minaccia per la sopravvivenza dello Stato fossero la polarizzazione e il conflitto interno. Molto al disopra della bomba nucleare iraniana, un rischio per il 23 percento della popolazione, e del conflitto con i palestinesi, 18%.
Proviamo a tracciare qui una mappa dei partiti e degli uomini, perché sono tutti uomini, che si sfidano nelle elezioni del 27 ottobre, per capire da dove vengono, cosa promettono e perché per la Palestina il destino non si gioca nelle urne israeliane.
Netanyahu non può perdere
“In Medio Oriente, e in molte parti del mondo, c’è una semplice verità: non c’è posto per i deboli. I deboli crollano, vengono massacrati e cancellati dalla storia, mentre i forti, nel bene o nel male, sopravvivono”.
In queste parole pronunciate da Benjamin Netanyahu nel 2018, nel giorno in cui veniva intitolato a Shimon Peres, ex primo ministro ed ex presidente, un sito di ricerca nucleare, sembra essere riassunta tutta la visione politica dell’uomo che verrà ricordato dal mondo per aver raso al suolo la striscia di Gaza, dove hanno perso la vita oltre 70 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini.
Per aver scatenato tutta la forza del suo piccolo Paese contro ospedali e scuole, case e villaggi, pascoli e olivi, lui che ha consentito l’espansione illegale e violenta degli insediamenti in Cisgiordania, che ha scatenato una guerra contro l’Iran e su cui pende un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, accusato di aver intenzionalmente usato la fame e la limitazione degli aiuti umanitari. E che deve difendersi alla Corte internazionale di giustizia, da ciò che non è lecito neppure nominare in Israele, ‘genocidio’.
“Pace attraverso la forza” è il suo motto, da sempre.
Eppure, niente di tutto questo peserà veramente nella sua corsa alla rielezione. In patria non deve difendersi per ciò che gli sta costando sempre di più l’isolamento internazionale, non è la Palestina a rischiare di togliergli i voti.
Al contrario, sono gli “errori strategici” con Hamas, l’aver lasciato correre il flusso di denaro dal Qatar fino a Gaza, fin nelle mani del gruppo che Israele definisce terrorista. E, soprattutto, aver ignorato chi lo aveva messo in guardia da ciò sarebbe potuto accadere il 7 ottobre, come hanno documentato i resoconti giornalistici della testata israeliana Haaretz.
Netanyahu non mollerà, non lo può fare e non l’ha mai fatto. Primo ministro per la prima volta nel 1996, lo è stato per quasi 20 negli ultimi 30 anni. Viene da una famiglia di origine bielorussa, ha combattuto due guerre e suo fratello Yoni è considerato un eroe.
È morto in una delle operazioni entrate nella mitologia fondativa di Israele, il raid condotto da un piccolo commando nell’aeroporto di Entebbe in Uganda, nel 1976, per liberare gli ostaggi di un volo Air France diretto a Parigi e dirottato nel Paese africano. “Bibi”, come lo chiamano, è uomo di destra, contrario alla pace con la Palestina ma non era un estremista, almeno fino al 2022, quanto stinge il patto mortale la destra più estrema.
Per salvarsi dalla bufera giudiziaria deve restare in sella e deve allearsi. Vuole rimanere al potere, e vuole una riforma della giustizia che lo protegga, limitando il potere della Corte Suprema e rafforzando il controllo del Governo.
In cambio offre a quella destra estremista mano libera in Palestina. Aver sdoganato l’estremismo più violento e spaccato il suo Paese con la riforma della magistratura disegnata per salvarlo, resteranno la sua più grande eredità interna.
Il programma del suo partito non serve raccontarlo, non serve spiegare la sua contrarietà a una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, il via libera all’espansione degli insediamenti, come l’E1 che dividerà la Cisgiordania, la negazione di qualunque diritto dei palestinesi ad uno Stato, e poi Gaza, l’Iran.
Dopo il 7 ottobre 2023, di fronte al massacro di 1200 israeliani, Netanyahu sembrava spacciato, ad averlo salvato è stata quella forza brutale che a un passo dal voto, il leader del Likud non cessa di usare per non soccombere. Non importa quante vittime cadano lungo la strada.
Lo sfidante, Gadi Eizenkot
Gadi Eizenkot ha fondato un nuovo partito, Yashar, che significa “Onesto” con cui lancia la sua sfida a Netanyahu. È di origini marocchine, discendente degli ebrei cacciati dalla Spagna, i mizrahi, i sefarditi.
Se riuscisse a diventare primo ministro, sarebbe il primo tra quegli ebrei considerati di serie B, a lungo tenuti ai margini. Suo figlio, Gad, è morto a Gaza mentre era in missione per recuperare i corpi di due israeliani, il suo funerale è stato tramesso in diretta televisiva. Ha perso anche due nipoti, di 22 e 19 anni.
Si definisce “moderato”, e può persino sembrarlo nel panorama politico israeliani, vista anche la sua contrarietà all’annessione della Cisgiordania motivata, però, da ragioni di sicurezza non da una visione sostanzialmente diversa da quella della coalizione di Governo circa il futuro della Palestina.
“Eisenkot ha condannato la violenza ebraica, definendola “un efferato atto di terrorismo” che “ostacola attivamente la missione operativa delle forze di sicurezza, volta a combattere il terrorismo palestinese e a proteggere i civili””, scrivono i ricercatori dell’Istituto olandese di relazioni internazionali.
Eppure è tutt’altro che una colomba, quest’uomo che si oppone a uno Stato palestinese, uomo nuovo alla politica, eletto nel 2022 con il Partito di Unità Nazionale, ma non nuovo alla guerra.
Capo di stato maggiore dell’esercito, è noto per quella chi viene chiamata come Dottrina Dahieh, dal nome quartiere di Beirut considerato la roccaforte di Hezbollah. Nella guerra in Libano del 2006, Eizenkot sostenne l’uso di una “forza spropozionata” nelle aree civili come deterrente agli attacchi.
Nel 2024, abbandona il Gabinetto di guerra, si oppone all’escalation in Libano, è convinto che Netanyahu persegua i suoi scopi personali, e ne critica la gestione degli ostaggi, ma ha definito l’uccisione del leader iraniano Kamenei un “atto di giustizia” e vuole che Hamas venga smantellata.
Per governare avrà bisogno, anche lui, di alleati, ma non potrà trovarli tra gli ultra-ortodossi perché il programma di governo di Yashar prevede il servizio militare per tutti, senza l’esclusione degli haredi.
Quello che resta della sinistra, Yair Golan
Ciò che resta della sinistra israeliana porta il nome di Yair Golan. Il suo partito, I democratici, è l’erede del movimento che fu di Yitzhak Rabin, il primo ministro ucciso nel 1995 da un estremista di destra contrario agli accordi con i palestinesi firmati ad Oslo. Nati nel 2024 dalla fusione del Partito laburista e del Meretz, I democratici hanno guidato le proteste contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu.
Si definiscono sionisti, liberali e democratici, e vogliono una Costituzione per Israele, a cui manca una carta fondamentale dal 1948, mai scritta per non dover affrontare in modo definitivo questioni territoriali e identitarie.
A maggio dello scorso anno, Golan, in un’intervista alla radio pubblica Kan, ha detto che Israele “sta per diventare uno stato paria, come un tempo lo era il Sudafrica, se non torna a comportarsi come un paese sano di mente” e “uno Stato sano di mente non fa la guerra ai civili, non uccide i bambini per hobby e non si pone obiettivi come l’espulsione di una popolazione”.
Affermazioni che potrebbero essergli costate care in termini di seggi, parole insopportabili in un Paese che vira sempre più a destra.
Golan è sempre stato a favore delle trattive per rilasciare gli ostaggi e ha puntato il dito contro il Governo accusandolo di aver contribuito alla mattanza del 7 ottobre; 7 ottobre che ha fatto di lui un eroe agli occhi degli israeliani, quando estrae ancora vive diverse persone da sotto le macerie.
I democratici sono l’unico partito che parla di due Stati. Vogliono la fine del processo di annessione della Cisgiordania e contemplano la possibilità di una coalizione con i partiti arabi.
Quanto all’Iran, Golan ha detto che “assassinare il vecchio Khamenei è stato un errore.s Non perché non meritasse di morire, ma perché non serve agli interessi dello Stato di Israele”. Contro quel nemico esistenziale serve, invece, secondo la sinistra israeliana, un’iniziativa diplomatica globale.