Elezioni Israele 2026: ultraortodossi e partiti arabi, i voti decisivi Ep.3
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 26, 2026
Le strade di Gerusalemme, le sue pietre, le persone che le abitano, bastano da sole a raccontare che nessuna elezione potrà mai rendere conto della straordinaria diversità di questa terra, ma anche delle sue mostruose fratture, delle voragini che la spaccano. Persino in uno stesso quartiere, abiti, costumi, posture, sguardi, dicono che un governo non sarà mai veramente rappresentativo di tanta complessità.
Solo quanto alla sorte della Palestina, le diversità non sono più voragini ma leggeri avvallamenti, sfumature.
Quella israeliana, però, non è soltanto una società dalle molte anime, è una società divisa e polarizzata, dove la spaccatura più profonda è quella tra laici e religiosi. Lungo quella faglia nessuno ha i numeri per governare da solo.
A decidere la sorte politica di chi abita queste terre, anche se non quella dei palestinesi che poco o nulla dipende dall’esito del voto, potrebbero essere i partiti delle componenti minori, gli ultraortodossi e i partiti arabi, quelli con cui chi avrà la maggioranza relativa potrà dover trattare, salvo sorprese.
Partiti che esprimono realtà a loro volta frammentate, complesse. O che non rappresentano neppure tutti quelli che si dicono ultraortodossi o arabi. Proviamo ad orientarci, a non perderci irrimediabilmente come invece accade nei vicoli di Gerusalemme, dove all’improvviso una croce diventa una mezzaluna, una chiesa una moschea o un pezzo dell’antico tempio.
Dio e lo Stato, gli ultraortodossi
Haredim, i timorati. Sono gli ultraortodossi e sono tutt’altro che una comunità compatta, ma appartengono invece a correnti diverse con visioni del mondo e della politica a volte lontane rispetto a questioni che per Israele sono fondative: il sionismo e la difesa del Paese. Sebbene originariamente non sionisti, ora solo alcune correnti più estreme negano il diritto radicale di Israele ad esistere, o si dichiarano antisioniste, come gli Edah HaChareidis e i Neturei Karta.
Loro boicottano le elezioni, si oppongono a qualunque forma di servizio militare e non accettano neppure soldi o sussidi dallo Stato. Ci sono, poi, i chassidim, i lituani e gli Shas, ovvero la componente sefardita e quella mizrahi, ciascuna con una lettura differente del rapporto tra fede e Stato, più o meno intransigente rispetto al ruolo da giocare nella vita politica e militare del Paese.
Per gli ultraortodossi è lo studio della Torah nelle scuole, le yeshivot, lo strumento per difendere il popolo ebraico, per combattere la battaglia d’Israele.
Alcuni, però, lasciano aperta la possibilità a chi non dedica la sua intera esistenza completamente allo studio delle Scritture di contribuire in modo diverso alla vita pubblica, persino con un’arma in pugno. Il loro sistema religioso e le famiglie dei rabbini ricevono sussidi pubblici. Non vanno confusi con i sionisti religiosi che dello Stato fanno invece una “religione”.
È intorno al servizio militare obbligatorio per gli ortodossi che Israele si spacca. Non c’è questione più dibattuta in questa campagna elettorale ed è intorno a questa che con tutta probabilità si tesserà la trama di alleanze e di concessioni nella formazione del prossimo governo.
Di fronte al tentativo di imporre la leva obbligatoria agli ortodossi, la reazione della società haredi è stata violentissima, con un’ondata di proteste senza precedenti. Secondo un sondaggio citato dall’Istituto olandese di relazioni internazionali, il 47% della popolazione crede che la polizia in quel caso sia stata troppo indulgente.
“Netanyahu … non può né permettersi di alienarsi i partiti ortodossi, che rappresentano circa il 14 percento della popolazione, né difenderli apertamente”, scrivono i ricercatori.
I partiti che si presentano alle elezioni sono due, lo Shas, guidato da Aryeh Deri, che rappresenta la comunità sefardita e mizrahi, e il partito Unito nella Torah, guidato da Ya’akov Asher, che rappresenta il mondo ortodosso ashkenazita, nato dall’alleanza tra il Degel HaTorah lituano e l’Agudat Yisrael, chassidico.
L’attenzione di entrambi è rivolta principalmente a preservare lo stile di vita della comunità ortodossa e tutelare l’insegnamento della Torah.
Il secondo è un movimento più piccolo, che crede nel carattere religioso dello Stato con una visione tendenzialmente centrista e originariamente non sionista, il primo invece, ugualmente convinto che sia l’autorità religiosa a guidare la politica, ha posizioni più di destra e una base ultraconservatrice.
La sicurezza e la politica estera non sono le priorità dell’agenda dei partiti ultraortodossi, semmai merce di scambio, voti da barattare per il mantenimento dei finanziamenti alle scuole o per l’esenzione dal servizio militare.
Ed è su questo che si è per tutti e due consumata la frattura con Netanyahu nella precedente legislatura, benché su questioni chiave abbiano continuato a votare tendenzialmente allineati al governo.
Partiti arabi
Quello che sussurrano i vicoli di Gerusalemme e che dalle colline scivola giù fino al mare è che questa volta gli arabi d’Israele andranno alle urne, non boicotteranno.
Loro sono cittadini israeliani, ma sono palestinesi e quel voto, dicono qui, è un voto per strappare condizioni di vita un po’ meno dure, in un Paese dove la discriminazione e il razzismo sono feroci. Si rifiutano di dire che è una resa all’occupante. Loro, continuano a ripetere, sono palestinesi.
Rappresentano circa il 20 percento della popolazione, sono quelli dei territori del ’48 e vivono una fortissima tensione identitaria. Anche i partiti arabi, come gli ultraortodossi, rischiano di diventare l’ago della bilancia in questa tornata dove nessuno ha i numeri per governare da solo. Dieci, quindici seggi che possono fare la differenza.
Hanno fatto di tutto per escluderli, la Commissione elettorale centrale aveva vietato loro di partecipare sostenendo che negassero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico. La Corte suprema ha ribaltato la decisione e ora chiunque raggiungerà la maggioranza rischia di dover scendervi a patti.
Da un lato vi è il partito Ra’am, guidato da Mansour Abbas, e dall’altro il Joint Party, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad. La Lista Unita nacque nel 2015 dall’alleanza di quattro partiti, compreso Ra’am, che ne uscì nel 2021. Balad lasciò poi l’alleanza nel 2022.
La coalizione è guidata dal leader di Hadash, Yousef Jabareen e ha un solo obiettivo: «Eliminare la minaccia rappresentata dal governo Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich … e agiremo in ogni modo possibile per mandare a casa questo governo criminale», ha dichiarato Jabareen.
“I partiti palestinesi devono utilizzare ogni strumento democratico a disposizione per rimuovere Netanyahu dal potere. Questa non è soltanto una sfida elettorale, ma una battaglia fondamentale per l’uguaglianza dei diritti e la fine dell’occupazione”, gli fanno eco le parole di Ayman Odeh, leader di Hadash. Qualunque cosa, anche allearsi con chi si dichiara sionista?
Due movimenti che non sono riusciti a correre insieme, nonostante una storia ed un presente di dolore condiviso. Diversi per orientamento politico e religioso — Ra’am è un partito islamista, mentre la Lista Unita riunisce forze di sinistra e nazionaliste arabe — entrambi chiedono diritti per i palestinesi di Israele e immaginano ancora possibile una soluzione a due Stati.
C’è una differenza sostanziale, però. Il leader di Ra’am è un uomo pragmatico, che vuole migliori condizioni di vita prima di tutto per gli arabi israeliani, poi per chi vive in Cisgiordania.
Vuole che Israele riconosca gli arabi come una minoranza, vuole i diritti garantiti in Costituzione e, nonostante critichi la violenza di Israele sui fratelli dall’altra parte del muro, la sua è una posizione decisamente moderata rispetto alla Lista Unita.