26 ottobre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Ottobre 26, 2026

  • Brasile, vince Lula contro Bolsonaro.
  • Serbia, vince la lista degli studenti. Vučić riconosce la sconfitta.
  • Gaza, colpita l’università. Cisgiordania sotto assedio, Israele verso il voto. In collegamento Elena Pasquini.
  • Venezuela: Maria Corina Machado torna dopo 10 mesi di esilio.
  • Albania, la protesta continua e Rama inasprisce le misure.
  • Terremoti in Tibet e Afghanistan.
  • Pacifico, la crisi climatica pesa sul lavoro invisibile delle donne.
  • Gabon: accesso ai social media dopo 8 mesi di bando. Praga, in piazza per l’indipendenza dei media pubblici.
  • Introduzione: riprendersi il futuro

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

A Gaza, anche l’università diventa un luogo dove si muore. Domenica gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno otto palestinesi, secondo l’ospedale Al Shifa e la Protezione civile. Tre erano dipendenti dell’Università islamica di Gaza City. Otto persone sono rimaste ferite, tra cui studenti. Il campus, che accoglie anche sfollati, ha sospeso le attività.

L’esercito israeliano dice di aver mirato a un militante di Hamas e di aver deviato l’ordigno dopo aver individuato dei civili. L’episodio, afferma, è sotto esame. Restano tre morti e le domande sulle responsabilità.

Il ministero della Sanità di Gaza conta 1.551 palestinesi uccisi dall’inizio del cessate il fuoco, nell’ottobre 2025. Una tregua che continua a riempire gli ospedali.

In Cisgiordania occupata, prosegue intanto l’operazione a Hebron, avviata dopo l’attacco di venerdì che ha ucciso due soldati israeliani. Il Comune denuncia oltre 2.600 palestinesi sfollati e accessi alla città bloccati. L’esercito riferisce quaranta arresti. I valichi verso Israele resteranno chiusi fino a dopo le elezioni.

Il voto israeliano è martedì 27 ottobre. E Benjamin Netanyahu ha condiviso un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che rappresenta un’esplosione nucleare su Tel Aviv, evocando la minaccia iraniana. Gadi Eisenkot, ex capo dell’esercito, e Yair Golan, leader dei Democratici, lo accusano di diffondere paura per conquistare voti.

Sul fronte economico, la Banca d’Israele ha respinto l’idea di Netanyahu di usare criptovalute contro eventuali sanzioni: chiede di preservare i rapporti commerciali e prevenire l’isolamento.

Infine, secondo Haaretz, il gruppo hacker Handala, collegato all’Iran, ha pubblicato dati militari sensibili e informazioni su un alto ufficiale israeliano. Anche su questa violazione l’esercito ha aperto un’indagine.

In collegamento, Elena Pasquini da Gerusalemme che vi ricordo potete sostenere andando su www.radiobullets.com/sostienici

Giordania

In Giordania, domenica sono state sepolte otto delle nove vittime dell’attacco alla chiesa di San Giorgio, a Hammoud, vicino a Karak. Venerdì uomini armati avevano sparato durante un funerale, ferendo decine di persone. Gli attentatori sono ancora ricercati; i legami con organizzazioni estremiste restano da accertare.

Tra i feriti ci sono anche musulmani, racconta il parroco Yohanna Hamati. All’ospedale sono arrivati donatori di sangue e giovani con fiori e un messaggio: «Il nostro lutto è uno solo».

Sabato le campane delle chiese hanno suonato insieme. E intorno alle famiglie colpite si è stretta una comunità che continua a riconoscersi, anche nel dolore.

Arabia Saudita e Yemen

L’aeroporto di Riad ha riaperto parzialmente, ma resta sotto minaccia. Nella notte tra domenica e lunedì, gli houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell’Iran, hanno rivendicato un missile contro lo scalo King Khalid e attacchi con droni contro l’oleodotto East-West.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita afferma di aver intercettato un missile diretto sulla capitale e distrutto due lanciatori a Sanaa. Non posso confermare che gli obiettivi indicati dagli houthi siano stati colpiti: Reuters non riporta conferme saudite.

L’oleodotto è strategico: porta il petrolio dall’est del regno al Mar Rosso, permettendo di esportarlo senza attraversare lo stretto di Hormuz. È quindi un’alternativa importante per le forniture energetiche.

Intanto, in Yemen, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni conta oltre 268mila nuovi sfollati da luglio, quasi tutti da settembre. Al 17 ottobre, più di 3.800 yemeniti avevano raggiunto Gibuti via mare: metà sono bambini. Alcune barche sono rimaste senza carburante prima della destinazione. E molte famiglie hanno già dovuto fuggire più di una volta, trovando rifugio in edifici sovraffollati o dormendo all’aperto.

Gabon

In Gabon, dopo otto mesi, cade il blocco dei social. L’autorità che regola i media ha annunciato sabato la revoca del divieto su Facebook, Instagram, TikTok e YouTube.

La sospensione era scattata il 17 febbraio, mentre insegnanti e dipendenti pubblici protestavano per salari e condizioni di lavoro. Le autorità accusavano i contenuti online di alimentare divisioni; l’opposizione denunciava un abuso di potere.

A pagare sono stati anche commercianti, giovani imprenditori e giornalisti, privati di strumenti di lavoro e comunicazione.

La riapertura conserva però una stretta: secondo AFP, gli utenti devono identificarsi formalmente per usare le piattaforme. Si torna online, mostrando i documenti.

Serbia

Gli studenti serbi hanno trasformato quasi due anni di proteste in una vittoria elettorale. Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta: «È chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista studentesca ha vinto».

L’ultima proiezione di CeSID e Ipsos assegna alla lista sostenuta dagli studenti 140 seggi su 250, una maggioranza assoluta, contro 103 alla coalizione di Vučić. Sono stime basate su un campione di seggi: la ripartizione ufficiale definitiva resta da confermare.

Vučić si era dimesso dalla presidenza per tentare il ritorno da primo ministro. A fermarlo è stato il movimento nato dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, il primo novembre 2024: sedici morti. Da allora, la richiesta di giustizia è diventata una mobilitazione contro la corruzione e per istituzioni indipendenti.

Gli studenti hanno scelto candidati della società civile: docenti, medici, agricoltori, artisti. E nella notte Belgrado e altre città si sono riempite di persone, clacson e abbracci. Tra chi festeggiava c’era Dijana Hrka, madre di una vittima di Novi Sad. «Aspettavo questo momento da due anni», ha detto a N1. Ora chiede che i responsabili rispondano delle loro azioni.

Restano le irregolarità denunciate dagli osservatori: intimidazioni, sospetta compravendita di voti, schede fotografate. La vittoria non cancella queste domande. Alla lista sostenuta dagli studenti spetta adesso trasformare la richiesta di cambiamento in un governo capace di realizzarlo.

Albania

A Tirana, in Albania, nuove proteste contro il primo ministro Edi Rama. Gli studenti chiedono università migliori, rette più basse e lavoro, e denunciano la corruzione. Negli scontri, gruppi di manifestanti hanno attaccato edifici pubblici; la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti.

Rama riconosce che alcune richieste sono fondate, ma respinge le dimissioni. E, secondo Reuters, annuncia multe da cinquecentomila lek, oltre seimila dollari, per chi partecipa a manifestazioni che diventano violente, anche senza commettere personalmente violenze.

Una misura che rischia di far pagare a chi protesta pacificamente le azioni degli altri. E di trasformare la paura della multa in un deterrente contro la piazza.

Repubblica Ceca

A Praga, migliaia di persone in piazza per difendere radio e televisione pubbliche. Il governo del primo ministro Andrej Babiš vuole abolire il canone e finanziare le emittenti attraverso il bilancio statale, tagliando i fondi di circa il quindici per cento.

Il progetto ha superato la prima lettura, con un voto alle quattro e trentasei del mattino. Deve ancora completare l’iter parlamentare. Babiš parla di trasparenza; i critici temono maggiori pressioni politiche sulle redazioni.

I dipendenti hanno annunciato uno sciopero per il tre novembre. In piazza si difende questo: il diritto di ascoltare notizie scomode anche per chi governa.

Bulgaria

La Bulgaria tornerà a votare domenica primo novembre. A contendersi la presidenza saranno Iliana Yotova, la presidente uscente, e Andrey Gyurov, ex primo ministro ad interim.

Con oltre il 95 per cento dei verbali esaminati, i risultati preliminari danno Yotova al 34,6 per cento e Gyurov attorno al 32. Un distacco molto più ridotto di quello indicato dai sondaggi prima del voto.

Ma il dato più pesante è la partecipazione: secondo le stime delle agenzie demoscopiche, ha votato circa il 22 per cento degli elettori. Meno di uno su quattro.

Yotova ha espresso preoccupazione e invitato i cittadini a tornare alle urne: pensare di cambiare il Paese senza votare, ha detto, è un’illusione. Gyurov l’ha sfidata a un confronto pubblico prima del ballottaggio.

Le loro posizioni divergono soprattutto sull’Ucraina e sui rapporti con Mosca. Yotova, sostenuta dai socialisti e da Bulgaria Progressista del premier Rumen Radev, privilegia il dialogo con la Russia. Gyurov, appoggiato dall’opposizione europeista, sostiene più nettamente Kyiv.

La campagna si svolge anche tra rincari dell’energia e difficoltà economiche. Per entrambi, questa settimana servirà a cercare voti anche tra quei tanti cittadini che domenica sono rimasti a casa.

Francia

In Francia, 1.314 persone fermate nel fine settimana di proteste. Il ministero dell’Interno conta 75 incendi, 24 negozi saccheggiati e 53 agenti feriti. Almeno due manifestanti sono rimasti gravemente feriti.

La mobilitazione è nata nelle scuole, per chiedere più insegnanti e fondi, poi si è allargata al carovita. Sabato hanno manifestato oltre quattrocentomila persone, secondo il governo.

Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez accusa gruppi dell’ultrasinistra. Trump attribuisce le violenze all’immigrazione: un collegamento che, ricorda Associated Press, le autorità francesi non hanno stabilito.

Condannare incendi e saccheggi è necessario. Ma ridurre tutto all’ordine pubblico significa smettere di ascoltare chi chiede scuole dignitose e di arrivare alla fine del mese.

Mentre la Francia protesta per scuole e carovita, Marine Le Pen promette un «Rinascimento francese». A Orléans, la leader dell’estrema destra ha lanciato la campagna per le presidenziali del 2027: controlli alle frontiere, espulsione degli stranieri condannati, tolleranza zero contro la criminalità.

I sondaggi la danno in testa al primo turno, intorno al 33 per cento. Vuole come primo ministro Jordan Bardella, presidente del suo partito, il Rassemblement National.

E promette di riaprire alle esplorazioni petrolifere, cancellando il divieto del 2017. Una rinascita che, sul clima, comincia facendo marcia indietro.

Ucraina e Russia

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky annuncia un incontro a Bruxelles questa settimana, con Stati Uniti, Unione europea e Nato. Al centro, garanzie di sicurezza e iniziative per fermare la guerra.

Intanto conferma che sono ripresi gli avvisi americani sui missili balistici russi. Ripristinato anche Starshield, il servizio satellitare militare della SpaceX di Elon Musk, dopo restrizioni che avevano ostacolato droni e difesa aerea.

Musk accusa Kyiv di aver usato la rete civile Starlink per attacchi offensivi; gli ucraini respingono l’accusa. Resta da chiarire chi abbia imposto i limiti al servizio militare: una decisione con conseguenze concrete sulla capacità di difendersi.

Stati Uniti

Donald Trump insulta la Norvegia: «Un Paese di merda». Durante un comizio in Michigan, il presidente americano dice di non volere immigrati norvegesi perché non ha ricevuto il Nobel per la pace. Al momento non risultano nuovi provvedimenti contro di loro.

Il premio quest’anno è andato alla giurista sudafricana Navi Pillay, ex alta commissaria ONU per i diritti umani. E ad assegnarlo è un comitato indipendente dal governo norvegese.

Viene da commentare: insultare un intero Paese è un modo piuttosto singolare di reclamare un premio per la pace.

L’ex presidente Barack Obama scende in campo per i democratici e attacca Donald Trump. Nei comizi di Cleveland e Detroit lo accusa di corruzione, di vendere favori e di anteporre l’arricchimento personale agli interessi degli americani.

Sull’Iran, Obama contesta i proclami di vittoria: secondo lui, la guerra ha rafforzato il potere di ricatto di Teheran sul passaggio del petrolio attraverso Hormuz.

Poi passa al sarcasmo: prende di mira gli arredi dorati della Casa Bianca e il ministro della Difesa Pete Hegseth, che descrive come concentrato sulle mascelle e sul testosterone dei soldati.

Trump replica definendolo un presidente gravemente incompetente.

La posta in gioco è il voto del 3 novembre, che deciderà il controllo del Congresso. Per Obama deve diventare un freno al potere presidenziale: le accuse, adesso, cercano voti.

Haiti

Ad Haiti, resti umani sono stati consegnati alla forza internazionale contro le gang, che non ne conferma l’identità. Il presidente salvadoregno Nayib Bukele esclude che siano dei quattro tecnici militari scomparsi dopo l’imboscata del 18 ottobre. Secondo lui, ci sarebbe anche un bambino. I documenti mostrati da Bukele appartengono invece a un soldato ciadiano che è al sicuro. Le verifiche e le ricerche continuano.

Intanto il presidente dominicano Luis Abinader offre a Bukele sostegno logistico e di intelligence e rafforza il confine con Haiti. Alle bande manda un avvertimento: se si avvicineranno, saranno trattate «come terroristi».

Venezuela

«Sono qui. Con voi». María Corina Machado è tornata in Venezuela dopo quasi un anno all’estero. La leader dell’opposizione, Nobel per la pace, è apparsa tra i sostenitori a Barquisimeto, nell’ovest del Paese.

Il suo rientro mette alla prova i rapporti con Washington. A gennaio gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro. Ma Trump ha sostenuto la presidente ad interim Delcy Rodríguez, che di Maduro era la vice. Intanto le imprese straniere firmano accordi energetici, mentre le elezioni restano senza una data: per Trump è ancora troppo presto.

Machado chiede elezioni libere. Il suo movimento, però, resta fuori dai negoziati tra governo e una parte dell’opposizione. Per il petrolio si procede. Per gli elettori, si aspetta.

Brasile

—-  Il Brasile ha scelto ancora Lula. Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio presidenziale, conquistando il suo quarto mandato complessivo. A scrutinio concluso, ottiene circa il 51,8 per cento contro il 48,2 di Flávio Bolsonaro: quasi quattro milioni e mezzo di voti di vantaggio. Una rimonta rispetto al primo turno, quando era rimasto indietro di oltre due milioni di voti.

Ma lo sfidante di estrema destra, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, non riconosce la sconfitta. «È impossibile riconoscere il risultato», dice, annunciando che chiederà l’annullamento del voto.

Al centro della contestazione c’è la decisione del giudice della Corte suprema Cristiano Zanin di prolungare le operazioni di due ore, fino alle sette di sera. La campagna di Lula aveva denunciato problemi nei trasporti che impedivano agli elettori di raggiungere i seggi. Anche quella di Bolsonaro aveva chiesto una proroga, ma in alcuni Stati colpiti dalle piogge.

La decisione, arrivata a ridosso della chiusura, ha creato confusione: alcuni seggi avevano già terminato le operazioni e non sono stati riaperti. Sono circostanze da chiarire, mentre il Tribunale superiore elettorale ha dichiarato Lula vincitore.

Lula promette di governare per tutti. Lo attendono un Congresso a maggioranza conservatrice, le richieste su carovita e sicurezza e un Paese profondamente diviso. Ha vinto le elezioni. Governare questa frattura sarà la prossima prova.

Pacifico

Nel Pacifico l’oceano è cibo, lavoro, memoria. Quando il mare sale e i cicloni colpiscono, sulle donne ricade anche un carico spesso invisibile: gestire l’acqua, procurare il cibo, assistere bambini e anziani. Un lavoro in gran parte non pagato, affrontato con meno risorse e meno voce nelle decisioni.

A Tuvalu, dopo il ciclone Pam del 2015, le donne hanno nutrito le famiglie sfollate, nonostante cucine e riserve d’acqua danneggiate.

Ora i governi del Pacifico hanno approvato un patto su genere e clima: più donne nelle decisioni, dati che riconoscano il loro lavoro, finanziamenti che raggiungano le comunità. Sono impegni ancora da realizzare.

Il prossimo appuntamento è la COP31, la conferenza ONU sul clima, dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia. Le donne stanno già adattando coltivazioni e ricostruendo redditi. Ma il loro lavoro gratuito non può sostituire la responsabilità di chi ha prodotto più emissioni.

Sri Lanka

Lo Sri Lanka ha soccorso quaranta marinai iraniani, evacuati da navi mercantili in acque internazionali. Sono stati portati nel porto di Galle, curati e rimpatriati. Il governo parla di emergenze mediche, senza chiarire quali.

Secondo Associated Press, le navi erano ferme al largo a causa del blocco navale statunitense contro l’Iran. Gli equipaggi segnalavano carenze di acqua, cibo e carburante. Due settimane fa Colombo diceva di non avere piani di assistenza, citando gli interessi nazionali e il rischio di sanzioni americane.

Anche soccorrere chi sta male, così, diventa un calcolo diplomatico. E nel frattempo, a bordo, si aspetta.

Terremoto in Tibet e Afghanistan

La terra torna a tremare in Tibet, in Cina. Una nuova scossa di magnitudo 5,9 si è verificata a circa dieci chilometri di profondità.

La regione era già stata colpita giovedì 22 ottobre da un terremoto di magnitudo 7: sedici morti e 76 feriti, secondo le autorità locali. Oltre dodicimila persone erano state evacuate. Le autorità avvertono che le case già lesionate rischiano di crollare con altre scosse. Per chi ha perso la sicurezza della propria casa, l’emergenza continua.

In Afghanistan, intanto, un terremoto di magnitudo 5,2 ha colpito l’Hindu Kush, a circa 110 chilometri di profondità. La stima iniziale era di 5,8. Per entrambe le nuove scosse non sono ancora disponibili bilanci verificati di vittime o danni.

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