Gerusalemme, la vita al tempo delle elezioni

Scritto da in data Ottobre 25, 2026

GERUSALEMME – “Ti do un consiglio. Stai attenta alle persone con cui parli. Non sai mai chi hai di fronte”. Khaled è un uomo che ha le radici a Gerusalemme, piantate nella terra del Monte degli Ulivi da generazioni. “Mio padre, mio nonno, il nonno di mio padre. Siamo qui da sempre”. Khaled non è il suo nome.

Se fossimo in un qualunque altro Paese, la nostra sarebbe una normale conversazione tra una straniera che chiede come si vive e un uomo che si lamenta dei prezzi troppo alti, della vita difficile, del governo. Qui, lungo la strada che da Tel Aviv mi porta a Gerusalemme, ogni parola, invece, può essere una parola di troppo e non tutti hanno voglia di rischiare. “Puoi finire nei guai per niente”, mi dice.

Khaled, una vita tra Tel Aviv e Gerusalemme

Khaled fa l’autista e ha un taxi. Con quello mantiene un mucchio di figli che devono studiare. È un uomo elegante, con la schiena dritta e le mani affusolate, non ha neppure cinquant’anni, ma potrebbe averne cento. Ogni anno gli ha scavato un po’ di più il viso ma non gli ha tolto la voglia di lottare per vivere.

Come neppure gli ultimi ottant’anni l’hanno tolta ai palestinesi. “Ho visto tutto, tutte le Intifade. La Palestina è come un pallone, se ci soffi dentro continuamente prima o poi scoppia”. E sta per scoppiare, mi dice, facendo il gesto di soffiare dentro un palloncino.

Khaled è un uomo normale. Non è un combattente, non è un attivista, non è un eroe, non è un soldato, non è una di quelle persone che fanno un pezzo di Storia, una di quelle che un giornalista cerca disperatamente di raccogliere.

Ma è lui a riportarmi dopo tanti anni nella città santa che è santa per tre religioni monoteiste che se ne contendono pezzettini di anima.

La sua vita è quella di milioni di persone che possono solo affidare la loro voce a Dio perché i loro sospiri quotidiani, le loro fatiche, non raggiungono nessuno, neppure noi che veniamo per ascoltare ma che cerchiamo sempre solo qualcosa che ci sorprenda. Ma sono i milioni di sospiri degli invisibili, delle persone normali, a fare il dolore di una città.

La paura per i figli e le divisioni su Netanyahu

Non sorprende in nessun modo la vita di Khaled, se non per la tenacia con cui macina chilometri e con cui tiene a bada le sue paure, che sono pozze di sangue sulle pietre abbaglianti di Gerusalemme. Il sangue dei suoi figli. Solo questo teme. Che qualcuno incroci per strada uno di loro e gli gridi “Terrorista!” e lo finisca con un colpo di arma da fuoco che qui imbracciano ragazzi troppo giovani.

E ha paura di quello che potrebbe accadere se Benjamin Netanyahu non venisse rieletto, ancora di più di quello che potrebbe accadere se restasse al suo posto. “Scatenerebbe l’Inferno, una guerra mai vista”. Non è una vittoria scontata, anche gli ebrei, mi dice, sono divisi.

“Sono spaccati. Vedessi come si affrontano, come discutono tra loro, con che violenza. Gerusalemme è diventata sempre più divisa. Non era così”. E ancora una volta mima, lasciando per un attimo le mani dal volante, la zuffa tra chi sostiene “Bibi” e chi invece lo vuole far cadere. “Bibi! Bibi!”, grida. “No, Bibi no!”, grida ancora.

Khaled è un arabo israeliano, uno dei territori del ’48, come li chiamano qui, e ha deciso di lavorare a Tel Aviv anche se è lontana perché Gerusalemme è troppo dura, troppo violenta, troppo spaccata e arrabbiata anche se forse più sicura. “Nessuno bombarderà Gerusalemme”, mi dice. Poi ci ripensa. “Un errore può sempre accadere in questa guerra di droni”.

Il costo della guerra e l’assenza dei turisti

Lui va avanti e indietro, attraversa tutto il Paese, porta chiunque, ovunque. “Che possiamo fare? Solo alzarci, vestirci, andare a lavorare, tornare a casa. Tutto è nelle mani di Dio”. Alla guerra Khaled non ha tempo neppure per pensarci, deve lavorare, sopravvivere.

“Da quando è scoppiata tutto è diventato costosissimo. Gli affitti sono aumentati, la benzina ha prezzi spaventosi e non ci sono più turisti. A Gerusalemme vedi ancora movimento perché è una città enorme, ma non le folle di pellegrini di un tempo. Sono disperati, invece, a Betlemme e Nazareth. Loro vivevano solo di quello”, mi racconta.

Elezioni in Israele, la scelta di andare a votare

Questa volta, ne è convinto, gli arabi andranno a votare, non boicotteranno come hanno sempre fatto per non voler riconoscere a Israele il diritto di stare sulle loro terre. “Dobbiamo andare a votare. Siamo due milioni, possiamo fare la differenza. Non si va avanti, le tasse crescono. Dicono che tutto va bene, ma non è così. Hanno bisogno dei nostri soldi per finanziare la loro guerra”.

Mentre ci avviciniamo alla città, mi sembra di non riconoscere nulla di quello che scorre lungo la strada. Le colline sono sempre più edificate, è pieno di cantieri e gru, palazzi che sembrano essere stati lucidati uno per uno. “Loro possono costruire, noi no. Ti sfiancano con la burocrazia e chiedono un sacco di soldi, o non lo permettono affatto. Se poi ci riesci, vengono e demoliscono tutto”.

Loro, i sionisti, vogliono la terra, tutta la terra. “Perché sono i sionisti, ricorda, non gli ebrei, con gli ebrei noi abbiamo sempre convissuto. Raccontano di come era prima del 1948 la vita insieme!”. Potrebbe essere ancora così, mi dice, con i fratelli che invocano il loro stesso Dio, se non lo invocassero per strappare la terra ai palestinesi.

La violenza dei coloni e l’infinita pazienza

“Ti do un altro consiglio”, mi dice. “Se vai in Cisgiordania stai attenta. Fai solo il tuo lavoro, guarda, non metterti in mezzo, resta in disparte. I coloni aggrediscono tutti. L’hai visto, no, cosa hanno fatto a quella giornalista americana?”.

Lui va anche lì, non lascia che la violenza fermi la sua vita, non può. “Per raggiungere Betlemme che è attaccata a Gerusalemme ci si mettono almeno 40 minuti”, mi racconta.

Ripete le stesse cose che ripetono tutti da anni e in quelle parole, in quella vita normale e dolente che non fa mai notizia, che guarda con tenerezza la terra sfibrata di troppi palazzi evocando un passato simile all’Eden mentre ci avviciniamo, ci sono tutte le vite normali, ignorate, inascoltate, dove neppure il dolore sembra straordinario, quelle che compiono ogni giorno l’esercizio più eroico che questa terra insegna, e che tiene insieme ciò che resta della speranza, quello dell’infinita pazienza.

 

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