21 ottobre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Ottobre 21, 2026

  • Costa Rica: gli studenti in piazza contro i tagli.
  • Iran, Netanyahu a Trump: «Abbiamo un lavoro da finire».
  • Kenya, colpevole dell’omicidio di 190 bambini.
  • India, altri due giorni in carcere per i leader della protesta.
  • Serbia, lo spyware israeliano entra nella campagna elettorale.
  • Haiti, quattro militari dispersi dopo un’imboscata.
  • Artico, il ghiaccio si ritira e le potenze avanzano.
  • Canada, l’Alberta respinge la strada della separazione.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

A Gaza la chiamano tregua. Ma le squadre delle Nazioni Unite hanno registrato circa cinquanta attacchi al giorno nell’ultima settimana, secondo quanto riferito dal Programma alimentare mondiale. Cinquanta. Ogni giorno. Viene da chiedersi quale significato sia rimasto alla parola cessate il fuoco.

Martedì, secondo i sanitari citati da Reuters, il fuoco israeliano ha ucciso almeno 7, tra cui due minori palestinesi. Due coniugi in un appartamento di Gaza City, un ragazzo di diciassette anni a Khan Younis e un’altra persona nel quartiere Zeitoun. L’esercito sostiene di aver colpito un militante di Hamas nell’appartamento; non ha immediatamente commentato gli altri episodi.

Intanto, in Cisgiordania occupata, raccogliere le olive significa esporsi alla violenza. Coltivazioni incendiate, raccolti distrutti o rubati, accessi ai campi bloccati. Amnesty International respinge la spiegazione dei pochi coloni fuori controllo: denuncia una violenza sostenuta dallo Stato, usata per costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre.

Chiede sanzioni mirate e lo stop ai rapporti economici che sostengono l’occupazione. Perché condannare gli attacchi continuando ad alimentarne il sistema non protegge nessuno.

Sul fronte della fame, il Programma alimentare mondiale ha ridotto l’assistenza a mezzo milione di persone a Gaza e duecentomila in Cisgiordania: mancano i fondi. Sono settecentomila persone per le quali anche l’aiuto diventa più incerto.

Tutto questo mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre. Secondo Reuters, il sostegno dei partiti arabi potrebbe essere decisivo per gli avversari di Netanyahu. Ma i sondaggi non sono risultati, e costruire una maggioranza resta un’altra partita.

E chi dovrebbe raccontarla trova porte chiuse: Haaretz riferisce che Israele ha revocato il visto a Sylvain Mercadier, inviato dell’Humanité per il voto. Le elezioni hanno bisogno di testimoni. Anche quando fanno domande scomode.

Libano

Sono cominciati martedì a Tampa, in Florida, i colloqui militari e tecnici tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti. Sul tavolo, l’attuazione dell’accordo che lega il disarmo di Hezbollah al graduale ritiro israeliano dal sud del Libano.

Beirut chiede la fine degli attacchi israeliani. Netanyahu pretende che l’esercito libanese dimostri di poter eliminare le minacce di Hezbollah in due aree pilota: se non ci riuscirà, avverte, interverrà Israele. Hezbollah, invece, rifiuta di disarmare finché restano truppe israeliane sul territorio libanese.

Per ora non risultano risultati pubblici dei colloqui. Il nodo resta: chi deve fare il primo passo, mentre nel sud del Libano si continua a colpire.

Iran

«Donald, abbiamo un lavoro da finire. E lo finiremo insieme». Netanyahu parla dell’Iran, nella telefonata con Trump pubblicata lunedì. Il presidente americano gli ha appena dato il suo sostegno per le elezioni israeliane del 27 ottobre.

E nel messaggio elettorale entra anche la prospettiva di nuovi bombardamenti. La guerra come promessa agli elettori: già questo dovrebbe farci fermare un momento.

Non sono soltanto parole. Secondo Axios, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha incontrato Netanyahu nella base aerea di Ovda, nel sud di Israele, dove sono schierati caccia e aerei cisterna americani. Sullo sfondo, discussioni sulla possibile ripresa di operazioni militari su vasta scala contro Teheran. Possibile, attenzione: non significa che un nuovo attacco sia già deciso.

Intanto, nello stretto di Hormuz, l’Iran rivendica di aver fermato due petroliere con mine navali. È la versione dei Guardiani della rivoluzione: non possiamo presentarla come una ricostruzione indipendente.

E qualcosa si muove anche sul fronte diplomatico. Martedì il presidente iraniano Pezeshkian ha incontrato il capo dell’esercito pakistano Asim Munir per discutere della mediazione. Teheran ha inoltre ricevuto il ministro degli Esteri russo Lavrov.

Il petrolio racconta questa tensione: martedì il Brent ha sfiorato i 112 dollari al barile, massimo da cinque mesi, per poi ripiegare sulle notizie diplomatiche. Bastano spiragli di trattativa per farlo scendere. Per chi vive sotto le bombe, purtroppo, uno spiraglio non basta.

Yemen

Il Regno Unito manda altri aerei militari a sostegno dell’Arabia Saudita. I Typhoon della Royal Air Force proteggeranno città e infrastrutture dagli attacchi degli Houthi, il movimento yemenita sostenuto dall’Iran. Londra precisa: missioni difensive, nessun bombardamento britannico contro gli Houthi.

C’è però un dettaglio importante. Il governo prolunga anche il rifornimento in volo degli aerei sauditi, comprese le missioni contro obiettivi militari in Yemen. Dunque, i caccia britannici non bombarderanno, ma Londra continuerà ad aiutare chi lo fa. È scritto nella comunicazione al Parlamento.

E in Yemen il bilancio continua a salire. Sono almeno settantatré i morti nell’attacco missilistico degli Houthi al campo di addestramento di Al-Alam, nella provincia meridionale di Shabwa. Oltre duecento i feriti, secondo le autorità locali citate da Reuters. Erano reclute delle forze del governo riconosciuto internazionalmente, sostenuto da Riad.

A Taiz, intanto, un attacco degli Houthi ha ucciso due adolescenti. L’ONU avverte: l’assedio sta mettendo i civili in grave pericolo, mentre scarseggiano cibo e beni essenziali. La richiesta è elementare: lasciare entrare gli aiuti e consentire alla popolazione di uscire in sicurezza.

Le conseguenze raggiungono anche i salotti della finanza: l’Arabia Saudita ha rinviato al 2027 la “Davos del deserto”, il suo grande appuntamento con gli investitori. Il vertice può aspettare. Chi è intrappolato a Taiz, senza cibo e sotto attacco, quel tempo non ce l’ha.

Kenya

Prometteva il paradiso. Imponeva la fame. In Kenya, un tribunale ha riconosciuto colpevoli Paul Mackenzie e altri ventotto imputati dell’omicidio di centonovanta bambini e un adulto. Il predicatore ordinava ai seguaci di lasciarsi morire senza mangiare, insieme ai figli, per incontrare Gesù.

Nella foresta di Shakahola sono stati recuperati oltre quattrocento corpi. La dichiarazione di colpevolezza riguarda una parte di quella strage; la pena deve ancora essere stabilita.

Resta anche una domanda sulle responsabilità di chi doveva intervenire. La Commissione nazionale kenyana per i diritti umani ricorda che Mackenzie era già stato arrestato nel 2017 per radicalizzazione. Eppure aveva continuato ad agire per anni. La giustizia arriva. Per quei bambini, la protezione non è arrivata in tempo.

Sudan

Almeno centocinquantatré morti, secondo le autorità locali. È il bilancio dell’attacco con droni che lunedì ha colpito il mercato di Amiet, ad Abyei, regione contesa tra Sudan e Sud Sudan. È stato centrato anche un deposito di carburante: martedì le fiamme ostacolavano ancora il recupero dei corpi.

Le autorità locali accusano l’esercito sudanese, che non ha risposto alle richieste di commento. La responsabilità non è stata verificata indipendentemente, precisa Associated Press.

Medici Senza Frontiere assiste i feriti, anche con gravi ustioni. Il bilancio potrebbe salire ancora. Un mercato trasformato in un incendio: la guerra sudanese continua ad allargarsi, e sono le persone che cercano di vivere a pagarne il prezzo.

Serbia

A pochi giorni dalle elezioni serbe del 25 ottobre, Citizen Lab rivela che il telefono di Vladan Đokić, rettore dell’Università di Belgrado e sostenitore delle proteste studentesche anticorruzione, è stato infettato da Pegasus, lo spyware dell’azienda israeliana NSO. Non è servito nemmeno aprire un messaggio: l’attacco non richiedeva alcuna azione della vittima.

Anche Rade Bajić, che aveva lavorato all’inchiesta sul progetto immobiliare legato a Jared Kushner a Belgrado, ha ricevuto un allarme da Apple. Qui, però, l’infezione non è confermata, né è identificato il responsabile degli attacchi.

Le indagini continuano. E mentre i cittadini si preparano a scegliere chi governa, qualcuno cerca di entrare nei telefoni di chi contesta il potere.

Albania

A Tirana, ottavo giorno consecutivo di proteste e nuovi scontri. Martedì la polizia ha usato lacrimogeni e idranti contro i manifestanti, riferisce Associated Press. Studenti delle superiori e universitari chiedono tasse più basse, investimenti nell’istruzione e una lotta alla corruzione.

Alle loro richieste si aggiunge quella delle dimissioni del premier Edi Rama. Negli scontri sono state lanciate anche molotov, pietre e fuochi d’artificio contro gli agenti. Rama rifiuta di lasciare l’incarico.

La violenza va raccontata. Ma non può cancellare le domande di chi protesta: quanto costa studiare, quali opportunità restano e chi risponde della corruzione. Gli idranti possono svuotare una piazza. Non danno quelle risposte.

Francia

A Parigi scatta il coprifuoco, ma in zone precise: place de la République e il quartiere delle Halles, dalle undici di sera alle sei del mattino. Dopo gli scontri e i saccheggi del fine settimana, le autorità hanno confermato le restrizioni anche per la notte tra martedì e mercoledì.

In alcune aree della capitale, manifestazioni vietate dalle otto di sera. Altre città hanno adottato misure simili, talvolta limitate ai minorenni.

Il premier Lecornu promette di ristabilire l’ordine. Ma le proteste nascono anche dal carovita: fermare le violenze è necessario. Rispondere al disagio che porta in piazza resta un compito politico, che il coprifuoco non risolve.

Unione Europea e Artico

L’Unione europea presenta una nuova strategia per l’Artico: più sorveglianza satellitare, un centro per proteggere e riparare i cavi sottomarini e possibili acquisti congiunti di navi rompighiaccio. Sono progetti: il documento non indica un costo complessivo.

Il motivo è semplice: mentre il ghiaccio si scioglie, si aprono nuove rotte e cresce la competizione tra potenze. Bruxelles segnala la modernizzazione delle basi russe e la concentrazione di armi nucleari nella penisola di Kola. Mosca, da parte sua, accusa la NATO di militarizzare la regione.

L’Artico diventa così sempre più una questione di sicurezza. Ma la contraddizione resta: quello che per il pianeta è un allarme, per le potenze diventa anche un’opportunità strategica. Il ghiaccio arretra. Le ambizioni avanzano.

Ucraina e Russia

Mentre a Oslo si parla di pace, in Ucraina continuano a cadere missili e droni russi. Almeno nove persone sono state uccise nell’ultima ondata di attacchi, secondo le autorità ucraine citate da Associated Press. Tra i feriti ci sono bambini. Interruzioni dell’elettricità in dodici regioni.

Vicino a Kyiv, è stato colpito anche un autobus che trasporta persone al cimitero militare nazionale: il conducente è morto.

Nella capitale norvegese, Zelensky incontra l’inviato americano Steve Witkoff e i leader europei. Chiede difese aeree e denuncia ritardi nelle consegne dei missili Patriot, acquistati dagli alleati per proteggere l’Ucraina. Il segretario di Stato americano Rubio nega una decisione politica contro Kyiv: le scorte, dice, sono limitate e servono anche altrove.

Secondo il Wall Street Journal, Elon Musk avrebbe ordinato un rallentamento di Starshield, il servizio satellitare militare di SpaceX usato dall’Ucraina. Le restrizioni avrebbero compromesso sia i droni d’attacco sia quelli impiegati per intercettare i velivoli russi. Il quotidiano cita funzionari americani e fonti informate.

La questione va oltre la tecnologia: quando una difesa dipende da una rete privata, chi controlla quella rete può condizionare ciò che accade sul campo.

Bielorussia

La tensione tra Bielorussia e Lettonia passa anche dagli scaffali. Minsk ha vietato l’ingresso di diversi prodotti lettoni, dal pesce in scatola ai beni industriali, accusando Riga di un atteggiamento ostile.

La Lettonia aveva chiuso il confine a luglio. Sullo sfondo, i tentativi dei migranti di raggiungere l’Unione europea attraverso la Bielorussia: Riga accusa Minsk di orchestrare questi movimenti, un’accusa che il governo bielorusso respinge. Un altro confine dove commercio, sicurezza e vite umane finiscono dentro lo stesso scontro politico.

Canada

L’Alberta sceglie di restare in Canada. Nella provincia ricca di petrolio, circa tre elettori su quattro hanno respinto l’avvio di un percorso verso la separazione, secondo i risultati provvisori riportati da Associated Press.

Attenzione al quesito: non si votava direttamente sull’indipendenza, ma sulla possibilità di arrivare a un successivo referendum.

È una vittoria per il premier Mark Carney, che punta sull’unità nazionale mentre Trump conduce una guerra commerciale e minaccia l’annessione del Canada.

Il malcontento verso Ottawa resta. Ma dalle urne arriva una risposta netta: chiedere più attenzione al governo federale non significa voler lasciare il Paese.

Stati Uniti

Donald Trump vorrebbe sostituire la sala stampa della Casa Bianca con una piscina coperta. Secondo il New York Times, citato dal Times, ne avrebbe parlato più volte ai collaboratori. Per ora è un’idea.

Sarebbe un ritorno al passato: lì c’era la piscina costruita per Roosevelt nel 1933, poi coperta da Nixon per ospitare i giornalisti.

Insomma, dalle domande scomode alle acque tranquille. La trasparenza resterebbe una priorità: purché si veda bene il fondo della vasca.

Negli Stati Uniti si vota già per le elezioni di metà mandato del 3 novembre, che rinnoveranno tutta la Camera e un terzo del Senato. In Texas, la contea di Harris ha registrato un’affluenza record per il primo giorno di voto anticipato in un’elezione di metà mandato, riferisce lo Houston Chronicle.

 È un segnale di mobilitazione. Un’ondata democratica? Per dirlo è presto: contare chi va a votare non significa sapere chi ha votato.

Dal Texas arriva anche una notizia che merita altrettanta attenzione. Emiliano Andrade-Covarrubias, messicano di cinquantasei anni, è morto mentre era detenuto dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.

 Aveva una green card. L’agenzia sostiene che l’avesse ottenuta nascondendo un precedente arresto; la figlia contesta questa ricostruzione. La causa della morte resta da accertare, riferisce il Texas Tribune. Essere sotto custodia significa anche essere sotto la responsabilità dello Stato.

Sul fronte politico, JD Vance non segue Trump nel sostegno elettorale a Netanyahu: dice di concentrarsi sui candidati americani. Una differenza pubblica, senza trasformarla automaticamente in una rottura.

Infine, ucraini e sudanesi con protezione temporanea potranno restare negli Stati Uniti, per ora. Quel “per ora” tiene al riparo dall’espulsione. Ma lascia ancora sospesa la possibilità di costruirsi un futuro.

Haiti

Ad Haiti, quattro militari salvadoregni risultano dispersi dopo un attacco delle bande armate vicino alla capitale, Port-au-Prince. Sono tecnici dell’aeronautica assegnati alla forza internazionale contro le gang, sostenuta dalle Nazioni Unite.

Secondo la ricostruzione riportata da Reuters, gli assalitori hanno colpito il loro blindato con esplosivi, incendiandolo. I quattro sono riusciti a uscire, poi si sono persi i contatti. Le ricerche proseguono.

È il primo grande attacco contro la nuova forza internazionale, secondo Associated Press. Un segnale della capacità militare delle bande: riescono a colpire anche chi è stato mandato a fermarle. Per i civili che vivono in mezzo a questa violenza, la sicurezza resta una promessa da mantenere.

Cuba

Cuba accusa gli Stati Uniti di lasciare operare impunemente sul proprio territorio persone coinvolte in azioni terroristiche contro l’isola. Al centro, l’incursione del 25 febbraio: secondo l’inchiesta cubana, dieci esuli partirono dalla Florida con armi, esplosivi e quasi tredicimila munizioni.

Cinque morirono dopo lo scontro con le forze cubane; gli altri sono detenuti e accusati di terrorismo. L’Avana sostiene che alcuni organizzatori siano ancora liberi negli Stati Uniti. Sono accuse cubane, da distinguere dalle responsabilità accertate. Washington non ha risposto alle richieste di commento di Reuters. Cuba e FBI avevano precedentemente dichiarato di collaborare all’indagine.

Costa Rica

In Costa Rica, centinaia di studenti, docenti e dipendenti universitari hanno marciato martedì fino al Parlamento contro i tagli all’istruzione pubblica.

Una commissione parlamentare ha approvato una riduzione di circa diciassette milioni di dollari al fondo universitario per il 2027, destinando quelle risorse agli obblighi pensionistici degli insegnanti. Il taglio deve ancora passare dall’aula, riferisce Infobae.

I rettori avvertono: sono a rischio borse di studio, ricerca e sedi regionali, fondamentali per chi vive lontano dalla capitale.

Finanziare le pensioni è necessario, ma togliere risorse agli studenti significa mettere due diritti in concorrenza. E chiedere ai giovani di pagare il conto.

Brasile

In Brasile, lo scontro elettorale passa dagli algoritmi ai tribunali. La campagna di Lula chiede di escludere dalla corsa presidenziale Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair.

Accusa Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, di aver favorito il rivale limitando la diffusione dei contenuti di Lula. È una richiesta della campagna, non una decisione dei giudici.

Meta nega favoritismi e ha comunicato alla giustizia elettorale di aver adottato misure per garantire parità di trattamento, come ordinato dal tribunale.

A pochi giorni dal ballottaggio, la questione è cruciale: chi decide quali messaggi vediamo può influenzare il dibattito. Ma dimostrare un’interferenza richiede prove, non soltanto accuse.

India

In India, altri due giorni di detenzione per Ashutosh Ranka e Saurav Das, esponenti del movimento giovanile Cockroach Janta Party. Avevano scavalcato le barriere del Jantar Mantar, storico luogo delle manifestazioni a Delhi, appena escluso dall’elenco degli spazi autorizzati alle proteste.

Sventolavano la bandiera indiana e chiedevano le dimissioni del capo della Commissione elettorale.

Il magistrato ha richiamato il mancato rispetto delle restrizioni. I legali contestano la detenzione e martedì hanno chiesto un’udienza urgente all’Alta Corte di Delhi, denunciando una violazione del diritto alla libertà.

Resta una domanda: se si restringono gli spazi per manifestare e si incarcerano quelli che insistono a usarli, quanto spazio rimane al dissenso?

Cina

Due episodi distinti, nello stesso mare conteso. La Cina accusa la nave militare americana USS Charleston di essere entrata «illegalmente» nelle acque vicine alla secca di Sabina, nelle isole Spratly, e manda unità navali a seguirla. Le Filippine respingono l’accusa: per Manila, la nave navigava legittimamente in acque internazionali. Lo riferisce Reuters.

Più a nord, vicino alle isole Pratas, controllate da Taiwan, Taipei denuncia l’ingresso di una nave della guardia costiera cinese in acque soggette a restrizioni.

Secondo la ricostruzione taiwanese, dalla nave cinese arriva il messaggio: «La cosiddetta Repubblica di Cina non esiste». La risposta: «Taiwan è un Paese sovrano e indipendente».

Sono parole scambiate via radio. Ma arrivano da navi schierate una davanti all’altra: ed è questo a renderle pericolose.

Ascolta/Leggi anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, è proprio quello in cui crediamo anche noi. Siete voi a supportarci e finanziarci per le nostre rassegne, i nostri podcast, il nostro lavoro sul campo. Aiutaci a dare voce a chi non ha voce. Puoi darci una mano passando parola e cliccando su Sostienici


Opinioni dei Lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi con * sono obbligatori



Continua a leggere

[There are no radio stations in the database]