16 ottobre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Ottobre 16, 2026

 

  • Palestina, oltre 2.000 minori arrestati da Israele dall’ottobre 2023
  • Israele, detenuti palestinesi colpiti con proiettili di gomma: documentati 21 episodi
  • Nuovo allarme nello Stretto di Hormuz: petroliera in fiamme dopo l’affondamento di una nave portacontainer
  • Albania, continuano le proteste: chieste le dimissioni del presidente
  • Ucraina, Zelensky annuncia la ripresa degli attacchi alle raffinerie russe dopo il mancato rispetto della tregua energetica
  • Stati Uniti, arrestato un diciannovenne per un presunto piano di attacco contro un tempio induista
  • Pakistan, crolla il tetto di una scuola a Peshawar: almeno 34 morti, tra cui 33 alunni
  • Brasile, incendi in Amazzonia, si indaga su possibili roghi dolosi in vista del ballottaggio presidenziale
  • Etiopia, le forze governative avanzano nel Tigray mentre la milizia denuncia pesanti perdite eritree

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Stefania Cingia.

 

Palestina

Più di 2.000 minori palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane dall’ottobre 2023. Almeno 350 sono ancora detenuti, in condizioni definite dure dalla Palestinian Prisoners Society, organizzazione non governativa che si occupa dei diritti dei prigionieri.

Nel suo ultimo rapporto, diffuso mercoledì, l’organizzazione riferisce che sei minori sono stati arrestati durante la notte nelle località di Sa’ir e Al-Shuyukh, nel governatorato di Hebron, in Cisgiordania occupata.

Secondo la stessa organizzazione, i minori palestinesi sono esposti a intimidazioni, isolamento, maltrattamenti e privazione delle cure mediche. Il quadro è particolarmente difficile da ricostruire per i bambini arrestati nella Striscia di Gaza: i dati restano incompleti, anche a causa delle migliaia di persone disperse dall’inizio della guerra.

La Palestinian Prisoners Society denuncia inoltre il ricorso alla detenzione amministrativa, che consente di trattenere una persona senza formulare accuse e senza stabilire una data certa per il rilascio. Una pratica che, secondo l’organizzazione, priva i minori della vita familiare e della continuità scolastica.

Il rapporto richiama anche due casi. Il primo riguarda Walid Khaled Ahmad, morto nel carcere israeliano di Megiddo nel marzo 2025. Gli accertamenti medici dell’epoca avrebbero evidenziato un grave deperimento fisico e segni di malnutrizione e disidratazione. L’organizzazione contesta la chiusura dell’indagine sulla sua morte.

Il secondo caso è quello di Mohammed Hamid, oggi quindicenne. Secondo la Palestinian Prisoners Society, il ragazzo ha contratto la scabbia durante la detenzione nel carcere di Ofer, sviluppando poi gravi complicazioni. È stato sottoposto a interventi chirurgici al cuore e ricoverato in terapia intensiva. In seguito, gli è stata amputata una gamba. Le autorità israeliane lo hanno rilasciato quando le sue condizioni si sono aggravate; da circa tre mesi continua a ricevere cure mediche.

L’organizzazione chiede alla comunità internazionale di intervenire per ottenere il rilascio dei minori detenuti arbitrariamente, porre fine alla detenzione amministrativa e fermare torture e privazioni delle cure.

La denuncia si inserisce in un contesto di violenze crescenti nei territori palestinesi occupati. Dall’ottobre 2023, secondo il ministero della Sanità di Gaza, nella Striscia sono stati uccisi oltre 74 mila palestinesi e più di 175 mila sono rimasti feriti. Anche in Cisgiordania sono aumentati i raid dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese e le sue proprietà.

 

Israele

Le guardie carcerarie israeliane avrebbero sparato proiettili di gomma contro detenuti palestinesi in spazi chiusi, provocando ferite gravi e rendendo necessari interventi chirurgici. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz, che cita cartelle cliniche e testimonianze dei prigionieri.

Secondo due organizzazioni per i diritti umani, Physicians for Human Rights Israel e Public Committee Against Torture in Israel, dall’ottobre 2023 sono stati documentati almeno 21 episodi in cinque carceri israeliane.

La maggior parte dei casi si è verificata tra la fine del 2025 e la prima metà del 2026. Secondo gli investigatori, in diverse occasioni i colpi sono stati esplosi a distanza ravvicinata, senza che si fossero verificati precedenti disordini o minacce alla sicurezza.

Uno degli episodi più gravi è avvenuto a giugno 2026 nel carcere di Ketziot, nel sud di Israele. La documentazione dell’ospedale Soroka conferma che un detenuto ha subito la distruzione completa di un organo a causa di un proiettile rivestito di gomma. L’uomo ha dovuto essere sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza.

Nella sua testimonianza legale, il detenuto ha raccontato di essere stato prima picchiato durante una perquisizione corporale. Una settimana dopo, agenti dell’unità speciale Masada hanno sparato contro la sua cella, colpendolo all’inguine, già lesionato, e al ginocchio. Gli agenti lo hanno poi trascinato per circa cinquanta metri mentre perdeva molto sangue, secondo il suo racconto.

Sempre nel carcere di Ketziot, a luglio 2026 un altro detenuto è stato sottoposto a un intervento d’urgenza per una frattura alla tibia sinistra provocata da un proiettile di gomma. Un ex prigioniero ha inoltre riferito di essere stato colpito ad aprile e di aver ricevuto cure mediche soltanto quindici giorni dopo. L’intervento chirurgico è avvenuto dopo il suo rilascio.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, gli spari si sono verificati anche nelle celle, nei cortili e nelle aree d’attesa per i colloqui con gli avvocati.

Ad agosto 2026, le associazioni hanno chiesto alle autorità di vietare l’uso di munizioni di gomma e plastica negli spazi chiusi. Il Servizio penitenziario israeliano ha respinto la richiesta di un divieto generalizzato.

Meirav Ben Zeev, avvocata del Public Committee Against Torture in Israel, ha dichiarato che molti detenuti hanno paura di denunciare gli abusi per timore di ritorsioni. Secondo l’avvocata, le precedenti segnalazioni non hanno portato a procedimenti penali.

Secondo i dati riportati nell’articolo, circa 9.350 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 350 minori e 90 donne. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano condizioni caratterizzate da torture, privazioni alimentari e gravi carenze nell’assistenza sanitaria.

 

Hormuz

Un’immagine satellitare mostra container e oggetti che galleggiano in acqua in seguito all’affondamento di un’imbarcazione vicino allo Stretto di Hormuz, al largo delle coste dell’Oman, 14 ottobre 2026
Unione Europea/Copernicus Sentinel-2

Una petroliera sarebbe in fiamme nella parte orientale dello Stretto di Hormuz, secondo quanto riferito ieri dai media di Stato iraniani, che citano una dichiarazione dell’esercito di Teheran.

Secondo le autorità iraniane, la nave avrebbe disattivato i sistemi di tracciamento e avrebbe tentato di attraversare un’area soggetta a restrizioni nel Golfo dell’Oman. Al momento non sono state rese note ulteriori informazioni sulle cause dell’incendio o sulle condizioni dell’equipaggio.

L’episodio arriva a poche ore dall’affondamento di una nave portacontainer battente bandiera di Singapore, la GFS Pride, che trasportava merci attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti citate da Reuters, l’imbarcazione, con una capacità di 2.824 container standard, è affondata mercoledì dopo aver urtato una mina navale, secondo quanto sostenuto dalla Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana. Le autorità marittime britanniche avevano invece segnalato un incidente in cui una nave portacontainer era stata colpita da un proiettile non identificato. Non è chiaro se le due segnalazioni si riferiscano allo stesso episodio.

Tutti i 21 membri dell’equipaggio della GFS Pride sono stati evacuati in sicurezza e non risultano feriti, ha comunicato l’Autorità marittima e portuale di Singapore.

Gli incidenti si inseriscono in una crescente escalation di attacchi contro il traffico commerciale nella regione, mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano bloccati. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite, la nave affondata mercoledì è la seconda imbarcazione a colare a picco dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran.

Prima del conflitto, ogni giorno transitavano nello Stretto di Hormuz tra 125 e 140 grandi navi commerciali, tra petroliere, navi per il trasporto di gas e portacontainer. Da questa rotta passa normalmente circa un quinto del petrolio e del gas naturale trasportati via mare a livello mondiale. Il traffico si è praticamente fermato dopo l’inizio degli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran.

 

Albania

In Albania continuano per il terzo giorno consecutivo le proteste degli studenti contro il governo del primo ministro Edi Rama.

Gli studenti si sono uniti ad altri gruppi di opposizione per contestare diverse questioni sociali. Tra le principali richieste ci sono riforme nel sistema educativo e maggiore attenzione alle accuse di corruzione.

A suscitare particolare tensione è anche un progetto immobiliare legato a Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump.

Giovedì sera, durante le manifestazioni, alcuni dimostranti hanno lanciato pietre contro il ministero dell’Istruzione. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e idranti.

Nelle precedenti giornate di protesta erano stati presi di mira anche edifici governativi, banche e negozi.

Le manifestazioni si sono inoltre trasformate in una più ampia contestazione politica. I partecipanti chiedono le dimissioni del primo ministro Edi Rama, leader del Partito socialista, al governo del Paese.

 

Ucraina

L’Ucraina riprenderà gli attacchi contro le raffinerie di petrolio russe, dopo aver sospeso temporaneamente i raid sulle infrastrutture energetiche in risposta a una proposta del presidente statunitense Donald Trump. Lo ha annunciato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un’intervista al Financial Times a Londra, accusando Mosca di aver continuato a colpire le infrastrutture ucraine durante la sospensione.

La vicenda è iniziata l’11 ottobre, quando Trump annunciava sul suo social network Truth Social una «tregua energetica» tra Russia e Ucraina, sostenendo che entrambe le parti abbiano accettato di interrompere gli attacchi contro le rispettive infrastrutture energetiche. Secondo quanto riportato dai media, Kyiv non era stata informata in anticipo dell’annuncio, pur dichiarandosi favorevole alla proposta.

Nelle stesse ore, Zelensky denunciava nuovi attacchi russi contro una centrale di cogenerazione a Kharkiv e una centrale elettrica a Kyiv.

Il 13 ottobre, il presidente ucraino conferma che le forze di Kyiv si sono astenute per due giorni dal colpire le raffinerie e gli impianti energetici russi, in risposta alla proposta di Trump. Mosca, tuttavia, continuava a colpire le infrastrutture energetiche e quelle critiche ucraine.

Due giorni dopo, il 15 ottobre, Zelensky annunciava la fine della sospensione degli attacchi alle raffinerie russe. Nell’intervista al Financial Times sostiene che, nonostante la disponibilità ucraina, la Russia abbia intensificato i bombardamenti. Secondo il presidente, più di cento persone sono state uccise negli attacchi russi nell’ultima settimana.

Zelensky denuncia inoltre le difficoltà nella cooperazione militare con Washington. Secondo quanto riferisce, le forze ucraine sono rimaste senza alcuni sistemi statunitensi di allerta precoce contro i missili balistici. Anche le comunicazioni satellitari Starlink, gestite dalla società di Elon Musk, sarebbero state rallentate in Ucraina, complicando le operazioni militari sul campo e gli attacchi a media distanza contro obiettivi russi.

Il presidente ucraino critica anche la disponibilità degli Stati Uniti a concludere accordi economici con Mosca. A suo giudizio, fermare gli attacchi alle raffinerie potrebbe favorire nuovi accordi, a partire da quelli sul gas, fornendo ulteriori risorse alla Russia per proseguire la guerra.

Zelensky afferma che sarebbe disposto a interrompere nuovamente gli attacchi alle raffinerie soltanto in cambio di ulteriori intercettori Patriot di produzione statunitense. Definisce inoltre pericolosa la sospensione della condivisione di informazioni d’intelligence e le difficoltà nelle comunicazioni satellitari.

Nell’intervista, il presidente ucraino critica infine il rapporto tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, sostenendo che il leader statunitense mostri una particolare sintonia con i leader autoritari e le persone estremamente ricche.

La vicenda evidenzia le tensioni tra Kyiv e Washington sulla strategia da adottare nei confronti della Russia, mentre resta incerto il futuro della tregua energetica annunciata dagli Stati Uniti.

 

Stati Uniti

L’India esprime forte preoccupazione per un presunto piano di sparatoria di massa contro un tempio induista in Illinois, negli Stati Uniti, e chiede alle autorità americane un’indagine approfondita e misure concrete per proteggere la comunità indiana nel Paese.

Un diciannovenne, identificato come Alexandros Paporakis, residente a Palatine, è stato arrestato in relazione al presunto progetto di attacco contro un luogo di culto nella zona di Aurora, vicino a Chicago.

Secondo gli investigatori, l’inchiesta avrebbe portato alla luce un documento che descriveva un possibile attacco e conteneva riferimenti alla supremazia bianca e alla violenza contro persone di origine indiana. Il sospettato avrebbe inoltre condiviso con una persona che lo ha segnalato immagini di un fucile, caricatori, giubbotti protettivi e altro equipaggiamento tattico.

Sempre secondo gli investigatori, il giovane avrebbe detto ad alcuni colleghi che la domenica sarebbe stata «una giornata speciale». In seguito, avrebbe contattato uno di loro affermando che la sua arma si era inceppata. Le circostanze sono ancora al vaglio degli inquirenti.

Il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, ha definito particolarmente allarmanti gli elementi emersi e ha denunciato il crescente clima di ostilità razzista negli Stati Uniti. New Delhi chiede tolleranza zero verso la violenza motivata dall’odio, che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni e che vengano adottate misure per prevenire episodi simili.

Le accuse nei confronti del diciannovenne sono ancora oggetto d’indagine e non sono state accertate in tribunale.

 

Pakistan

Almeno 33 alunni e un insegnante sono morti nel crollo del tetto di una scuola privata a Peshawar, nel nord-ovest del Pakistan. Lo riferiscono le autorità ospedaliere. Più di una dozzina di persone sono rimaste ferite, alcune in gravi condizioni, mentre si teme che altri bambini siano ancora intrappolati sotto le macerie.

L’incidente è avvenuto ieri mattina, giovedì, nella scuola Al-Khair, nel quartiere di Dir Colony, dopo l’inizio delle lezioni. Secondo i soccorritori, il tetto di un’aula ai piani superiori è crollato, trascinando con sé anche i soffitti delle aule sottostanti.

Nell’edificio erano presenti circa 115 alunni distribuiti su tre piani. Secondo il capo della polizia di Peshawar, la struttura era sovraccarica e aveva solai del tetto di qualità insufficiente. L’edificio, inoltre, sarebbe stato costruito in modo provvisorio.

Le operazioni di soccorso sono state rese più difficili dalla strada molto stretta in cui si trova la scuola, accessibile a un solo veicolo alla volta. Alcuni residenti si sono uniti ai soccorritori, riuscendo a estrarre dalle macerie più di venti bambini.

Il capo della polizia ha definito l’accaduto un caso di grave negligenza e ha annunciato un’indagine per verificare eventuali violazioni delle norme edilizie. Il proprietario della scuola è stato arrestato. Il governatore della provincia di Khyber Pakhtunkhwa ha inoltre ordinato controlli sulla sicurezza in tutte le scuole della regione.

Non è il primo episodio di questo tipo in Pakistan: quattro mesi fa, vicino a Lahore, il crollo del tetto di un centro privato per lezioni di recupero aveva causato la morte di quattordici bambini.

 

Brasile

Incendio

Le autorità brasiliane indagano su una possibile origine dolosa della recente impennata di incendi in Amazzonia e sull’eventuale presenza di motivazioni politiche, mentre il Paese si prepara al secondo turno delle elezioni presidenziali, in programma il 25 ottobre.

Il primo turno si è svolto il 4 ottobre: Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ha ottenuto il 47 per cento dei voti, mentre il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva si è fermato al 45 per cento. I due candidati si sfideranno dunque al ballottaggio.

Secondo i dati citati dall’Associated Press, i focolai nell’area amazzonica, rimasti per gran parte dell’anno vicini ai minimi storici, sono triplicati proprio dal 4 ottobre. Il ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco ha dichiarato che gli indizi suggeriscono un possibile tentativo premeditato di appiccare gli incendi. Durante alcuni sorvoli, i funzionari hanno osservato roghi in aree forestali protette, disposti secondo schemi geometrici che potrebbero indicare un’origine intenzionale. Non è però ancora chiaro chi li abbia appiccati né con quali motivazioni.

Le fiamme hanno colpito soprattutto gli Stati di Amazonas e Pará. A Manaus, capitale dell’Amazonas, il fumo ha compromesso la vita quotidiana: le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni e ai residenti è stato raccomandato di indossare mascherine.

Gli incendi sono diventati anche un tema di scontro politico. Un’analisi di Barometro, uno strumento di monitoraggio della comunicazione politica, ha esaminato 165 post pubblicati da 41 politici dell’Amazonas sul tema dei roghi e del fumo. Quasi il 55 per cento dei contenuti proveniva da esponenti di destra. Secondo il rapporto, le pubblicazioni si sono progressivamente trasformate in accuse reciproche, con politici che rivendicano i risultati delle operazioni antincendio o contestano l’operato delle autorità.

Anche esponenti conservatori vicini alla famiglia Bolsonaro hanno usato gli incendi per criticare il governo Lula. Il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas, ha accusato il Partito dei Lavoratori del presidente di ipocrisia e di essere scomparso mentre la foresta bruciava.

Lula ha dichiarato di aver parlato con il governatore dell’Amazonas e che il governo federale sta inviando risorse per sostenere le operazioni di spegnimento.

Sul fronte ambientale, gli esperti ricordano che quasi tutti gli incendi nella regione hanno origine da attività umane, soprattutto per rinnovare i pascoli o liberare terreni. Nei periodi più secchi, però, le fiamme possono sfuggire al controllo. Il cambiamento climatico, la deforestazione e le condizioni associate al fenomeno meteorologico El Niño rendono l’Amazzonia più calda, secca e vulnerabile agli incendi.

Le autorità stanno valutando diverse possibili cause dell’aumento dei roghi: dalla pratica illegale di bruciare terreni agricoli fino a incendi appiccati deliberatamente, anche per ritorsione contro le attività di controllo ambientale. Lo Stato dell’Amazonas ha dichiarato lo stato di emergenza in alcuni comuni colpiti e sta coordinando gli interventi con il governo federale.

Gli investigatori dovranno chiarire se l’impennata degli incendi sia legata alle condizioni climatiche e alle attività umane abituali oppure se vi siano stati anche roghi intenzionali con finalità politiche.

 

Etiopia

Le forze governative etiopi e i combattenti della Tigray Peace Force, alleati di Addis Abeba, hanno ampliato il controllo su diverse aree del Tigray, nel nord del Paese. I combattenti sono entrati anche ad Axum, città storica della regione.

La Tigray Peace Force sostiene che le forze eritree abbiano subito pesanti perdite durante i combattimenti e si siano ritirate verso il confine. Il ministro dell’Informazione eritreo Yemane Gebremeskel ha respinto le accuse, definendole false. Le perdite non sono state verificate in modo indipendente.

Secondo l’organizzazione indipendente ACLED, che monitora i conflitti, le forze governative etiopi e i loro alleati sono entrati ad Axum, mentre i combattenti tigrini rivali sono rimasti nelle aree montuose circostanti.

ACLED ha inoltre documentato il ritiro di soldati eritrei attraverso il confine, nella zona di Zalambessa, dopo l’avanzata delle forze etiopi e dei loro alleati in diverse località strategiche.

Martedì l’organizzazione aveva registrato anche lo spostamento verso il confine eritreo di carri armati e armi pesanti etiopi. Una presenza che alimenta i timori di un nuovo confronto tra i due Paesi.

L’Eritrea nega di aver inviato proprie truppe in Tigray per sostenere i gruppi armati dell’opposizione. Asmara accusa invece l’Etiopia di minacciare la propria sovranità.

La situazione preoccupa la comunità internazionale. Mercoledì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha parlato delle tensioni con il primo ministro etiope Abiy Ahmed e ha chiesto una de-escalation. Secondo il Dipartimento di Stato americano, Rubio ha sottolineato che la regione non può permettersi un nuovo conflitto.

La Tigray Peace Force sostiene il governo federale etiope nella lotta contro le forze tigrine rivali, legate al Tigray People’s Liberation Front.

La ripresa dei combattimenti mette a rischio l’accordo di pace firmato a Pretoria nel 2022, che aveva posto fine a due anni di guerra nel Tigray. Etiopia ed Eritrea avevano combattuto fianco a fianco durante quel conflitto, ma in seguito i rapporti tra i due Paesi si sono deteriorati, soprattutto per le tensioni sulla sicurezza regionale e per il progetto di Addis Abeba di ottenere un accesso al Mar Rosso.

 

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