9 ottobre 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Ottobre 9, 2026

  • Arabia Saudita, la voce degli etiopi che attendono il boia
  • Etiopia sull’orlo di una nuova guerra
  • Marocco spiato, il rapporto di Amnesty
  • Sudan, contare i morti per non lasciarli scomparire nel silenzio

Questo e molto altro nel Notiziario Africa cura di Elena L. Pasquini

Come Ed Morrell una volta mi disse, gesticolando con le nocche. «L’uso peggiore che si possa fare di un uomo è quello di impiccarlo». No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un’azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga tasse per farla mettere in atto.

Jack London scriveva così ne Il vagabondo delle stelle. È l’intera comunità, l’intera comunità umana, ad essere degradata ogni volta che uno Stato s’arroga il diritto di togliere la vita ad un essere umano. E troppi sono quelli dove ancora si uccide per legge. È da qui che iniziamo, oggi, dalle carceri dell’Arabia Saudita dove aspettano la morte decine di cittadini etiopi. Lo facciamo grazie alle parole di Tomas Giusti, attivista che prova a far sentire la voce di chi attende nel braccio della morte. Poi, torniamo in Etiopia per aggiornarvi sul conflitto che sta facendo ripiombare il Paese nell’incubo di una guerra su larga scala. Quindi, vi raccontiamo del Marocco e del pervasivo sistema di sorveglianza di giornalisti e attivisti, e del Sudan dove un gruppo di ricercatori prova a stimare il numero delle vittime della sua guerra senza fine.

Voltiamo pagina con la fotografia che riscrive la storia delle donne nel Congo e con la musica che insegna il potere della mescolanza.

Oggi, 9 ottobre 2026

Condanne a morte

“L’esecuzione di Seni Redi Aqous Qorzqor, Shanafi Tekay Anbayeh Barah e Mersu Negus Akalu Tele, tutti cittadini etiopi, è stata eseguita mercoledì 26/4/1448 Anno dell’Egira, corrispondente al 7 ottobre 2026, nella regione di Asir”.

Arriva così, con le parole del Ministro dell’Interno e un gelido comunicato sulla testata saudita Ajel, la notizia che in Arabia Saudita altre tre persone sono state uccise per mano del boia. Arriva mentre parlo con Tomas Giusti, attivista della comunità tigrina romana, che ha un contatto con chi prova a far sentire al mondo la voce di quanti attendono nel braccio della morte.

La colpa di quei tre uomini è di aver contrabbandato hashish, si legge nel comunicato. “Dio Onnipotente ha detto … «La punizione per coloro che muovono guerra contro Dio e il Suo Messaggero e si sforzano di diffondere la corruzione sulla terra è che siano uccisi, crocifissi, che abbiano mani e piedi tagliati da lati opposti, o che siano esiliati dalla terra»”, ammonisce il Ministro. L’Arabia Saudita non ha scelto l’esilio, ma la morte.

Tomas si ferma, controlla il telefono, cerca tra i messaggi. Una lacrima, mi dice, ha bagnato lo schermo. Ancora tre morti. Tomas, insieme ad altri attivisti in Europa, in Germania e in Svezia, è in contatto con alcuni volontari di cui non può fare il nome, due uomini e una donna, che hanno creato dei gruppi di solidarietà con i familiari dei condannati e che li aiutano a sostenere tanto dolore. Sono loro a fare da tramite, a fornire liste di condannati, a far entrare i telefoni nelle galere. A protestare in Italia, davanti alle ambasciate. Tempo fa un loro contatto, Artom, è stato ucciso, condannato a essere decapitato.

Sono quasi tutti etiopi, quanti attendono la morte. Le esecuzioni, fino ad ora, sarebbero state centinaia. Migliaia le persone incarcerate, la maggior parte accusate di traffico di droga.

“La loro speranza è che il mondo sappia della loro situazione e di quello che hanno subito. La maggior parte ammette ciò di cui sono stati accusati”, mi dice Tomas. Ma la pena di morte è una condanna troppo grande, troppo persino per le leggi dell’Arabia Saudita. “Quindi loro ci chiedono di far emergere la verità su questo giudizio errato che stanno subendo”.

Elena. Gli arresti sono migliaia, molti sono stati rilasciati e rimpatriati, quelli che erano per lo più migranti irregolari, tantissime, però, le esecuzioni, come vi avevamo già raccontato in un precedente notiziario. Di quanti casi vi siete occupati, Tomas?

Tomas. “All’inizio, quando abbiamo iniziato a seguire la situazione, 3500 erano gli etiopi in arresto, a 520 fu data la condanna a morte e questi 520 sono stati sparpagliati in 4 o 5 «hangar». Loro descrivono questi luoghi come se fossero dei magazzini che però all’interno erano allestiti per accogliere una ventina di persone. Invece là si trovavano 120 persone, 130 persone. La notizia è uscita fuori quando da un hangar che conteneva 105 prigionieri, si salvò soltanto uno. Noi arrivammo in tempo a sentire la testimonianza di questo ragazzo e il grido degli altri 104 … Ventuno persone nell’arco di tre settimane vennero giustiziate in diverse date che, se vuoi, posso dartele, posso darti le date, i nomi, ogni singola persona, sia quelli che hanno già subito la decapitazione, anche quelli che sono ancora in detenzione”.

E. In che condizioni vivono? Cosa vi raccontano?

T. Sono stipati in spazi molto limitati, luoghi … Ogni tanto riusciamo a trovare delle guardie che gli danno il telefono pagando fior di quattrini, ovviamente, per comunicare con noi. Molti di loro avevano paura, ma ce n’erano diversi molto coraggiosi che raccontavano le circostanze [in cui vivevano] e l’ingiustizia che avevano subito.

Ogni tanto le guardie entrano là, gli menano. Gli urlano contro, li minacciano. “Domani toccherà a te”. Normalmente ci sono spazi adibiti per fare le decapitazioni. Nelle ultime decapitazioni, la cosa brutta che è successa è che gliel’hanno fatta dietro l’hangar e loro sentivano i loro fratelli urlare e gridare mentre li ammazzavano. Stai a capì? E poi son rientrati nell’hangar. Li hanno minacciati. Che saranno loro i prossimi. Hanno preso 3 o 4 di loro per andare a pulire il sangue che stava dietro l’androne dove stavano loro. Quindi la cosa è andata ben oltre anche le modalità che lo Stato dell’Arabia Saudita stesso promette. Artom è morto così: l’hanno preso e l’hanno portato dietro l’hangar. E loro dicevano: “Sentivamo le grida come quando si ammazzava una pecora, hai capito?”. Quindi psicologicamente sono tormentati continuamente.

E. Chi sono? Come arrivano?

T. Persone che sono state vittime di inganno. Forzati perché dall’Etiopia, dal Tigray, gli partono con l’inganno che gli sistemeranno il tutto. Gli pagano il viaggio, gli pagano il cibo, tutto quanto, fino a farli arrivare allo Yemen. E nello Yemen gli dicono: “Beh, ora tu porti sto carico … fino all’Arabia Saudita, dopo salderai il conto”.

Arrivano a piedi, con carichi di hashish, quantità che secondo Tomas sono comunque troppo piccole per costare loro la vita. Le famiglie che hanno lasciato a casa, spesso sono del tutto ignare della sorte dei loro cari.

E. Voi parlate anche coi familiari di queste persone?

T. Sì, purtroppo la cosa triste è che molti familiari non sanno delle sofferenze dei loro figli. Sanno che stanno in Arabia Saudita, sanno alcuni pure che sono in detenzione, ma non sanno che si aspettano la condanna a morte. Noi siamo entrati in contatto con svariate famiglie dopo la decapitazione dei propri figli. Perché per legge dovrebbero avvisare i familiari, restituire le salme, rendere ufficiale la condanna.

E. Fuggono da quel Tigray in guerra, da un Paese travagliato dai conflitti, molti sono solo cittadini irregolari che vengono rimandati indietro, altri finiscono nelle maglie del traffico di droga e condannati. Tigrini, in buona parte, ma anche di altre comunità, di altri gruppi etnici. Uno di questi gruppi, molto radicato, ha chiesto loro di cercare 1500 persone che non si trovano più. 

T. Ci sono 1500 persone … Hanno chiesto a questi nostri amici, tre volontari, di aiutarli nel rintracciare queste persone e per fare questo lavoro ci sono altri etiopi a cui bisogna dare i soldi e che vanno in giro in tutte le giurisdizioni, a cercare carcere per carcere, da 1500 persone. Hanno rintracciato soltanto tre persone, uno, due, tre, e questo in tre mesi di ricerca. Perché uno, in Arabia Saudita, quando tu entri con un nome, ti viene cambiato. Un’altra cosa che abbiamo scoperto: anche se tu durante l’arresto cerchi di denunciare con il tuo proprio nome, così hai l’opportunità di essere rintracciato dalla tua famiglia.

Etiopia

La città di Adigrat, nel Tigray, nel nord dell’Etiopia, è famosa per il suo miele bianco, miele prezioso, da fiori per lo più di una specie di salvia, ma anche euforbia e fichi d’India. Ad Adigrat, di nuovo, non è il miele ciò di cui si racconta. Ma ancora una volta è di guerra, di soldati che calpestano il suolo che dovrebbe essere dei fiori, delle api e della gente.

Secondo alcuni testimoni, dopo l’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Etiopia ed Eritrea, in Tigray, soldati eritrei sarebbero stati visti attraversare la città di Adigrat. Il primo avvistamento, che alimenta la paura di un conflitto aperto.

L’Eritrea nega, il ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel sostiene che “le testimonianze oculari sono parte di un piano etiope per giustificare una guerra di aggressione contro il suo vicino più piccolo”, scrive l’agenzia di stampa Reuters. Presenza di truppe eritree, di cui arrivano anche a noi notizie senza però la possibilità di verificarle.

Eritrea che Addis Abeba accusa di sostenere i gruppi ribelli che hanno formato un’alleanza e che da fine settembre combattono contro il governo di Abiy Ahmed.

“Due residenti di Adigrat, una città del Tigray a circa 25 km a sud del confine con l’Eritrea, che non ha subito scontri durante il conflitto in corso, hanno affermato di aver visto due camion con decine di soldati eritrei attraversare la città mercoledì mattina.

Hanno affermato di aver riconosciuto i soldati come eritrei dalle loro uniformi mimetiche color bianco sporco. Un altro residente di Adigrat, che non si trovava in città in quel momento, ha dichiarato che alcuni familiari gli avevano riferito di aver visto anche loro delle truppe eritree.

I testimoni hanno parlato a condizione di anonimato a causa di problemi di sicurezza legati al conflitto in corso”, scrive Reuters.

Conferme che arrivano anche da analisti dell’Armed Conflict Location & Event Data.

Un conflitto che alimenta i timori di un possibile allargamento nel Corno d’Africa “e che s’intreccia sempre più con le dispute preesistenti con gli Stati confinanti”, scrive il Global Centre for the Responsibility to Protect.

“Gli scontri rischiano ora di acuire le rivalità regionali e di coinvolgere più direttamente gli Stati confinanti nel conflitto interno etiope, minacciando ulteriormente la popolazione civile e la stabilità regionale. Sarah Hunter, esperta di Etiopia del Global Centre for the Responsibility to Protect, ha dichiarato: «I conflitti interni irrisolti dell’Etiopia si stanno sempre più intrecciando con le rivalità regionali. Senza vie credibili per la risoluzione delle controversie politiche e senza progressi significativi verso l’accertamento delle responsabilità per le atrocità passate, il rischio di un rinnovato sfocio di violenza non solo ripropone gli schemi precedenti di danno alla popolazione civile, ma trascina anche gli attori regionali in competizione in una crisi ancora più profonda»”, si slegge nell’ultimo Atrcity Alert.

Marocco

“Le autorità marocchine gestiscono un vasto e capillare apparato di sorveglianza che combina strumenti digitali e analogici per rintracciare, monitorare e, in ultima analisi, mettere a tacere giornalisti, attivisti e altre voci critiche”. È così che Amnesty International racconta la macchina della repressione in Marocco. E lo fa con un nuovo e inquietante rapporto, dove vengono analizzati nel dettaglio tutti gli strumenti che Rabat ha messo in campo per stringere il bavaglio intorno alla bocca della stampa e di chi dissente, dagli spyware ad alta tecnologia ai sistemi di intercettazione audio e ai dispositivi di tracciamento. Strumenti di sorveglianza che sono stati forniti anche da aziende italiane, come Hacking Team, che ora si chiama Memento Labs, da società israeliane, anglo-tedesche e statunitensi.

“Il Marocco ha pienamente abbracciato pratiche tecno-autoritarie, acquisendo una vasta gamma di tecnologie di sorveglianza per instaurare e alimentare un sistema repressivo specificamente progettato per instillare paura tra gli attivisti per i diritti umani e i giornalisti, mettere a tacere le loro voci e ostacolare il loro lavoro dentro e fuori dal Marocco”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Un apparato che fa parte di quella che Callamard definisce “un’economia globale di oppressione tecnologica”.

Nonostante il Marocco neghi, l’organizzazione per i diritti umani avrebbe raccolto nuove prove che documentano non solo gli strumenti e i loro fornitori, ma anche le tecniche usate per colpire il dissenso, dalle infezioni fisiche di dispositivi, anche «zero-click», ovvero senza che si debba cliccare su link dannosi, agli attacchi attraverso la rete telefonica. E ora, in questo nuovo rapporto, stabilisce che sia stata la Direction Générale de la Surveillance du Territoire a installare il software spia Pegasus in Marocco contro attivisti e giornalisti tra il 2017 e il 2021. Prove che incrociano le informazioni ottenute da un ex dipendente della DGST e tecniche forensi, oltre a dati e interviste alle persone intercettate.

Un sistema che impedisce ai marocchini di esercitare i loro diritti e di partecipare alla vita pubblica. Spiati e poi sottoposti a pressioni, incarcerati, costretti a procedimenti giudiziari. “Appena parlo in pubblico, appena scrivo un post su Facebook, appena pubblico qualcosa su Instagram, scrutano ogni mia mossa, mi insultano. Non sono media, sono strumenti di terrore”, ha raccontato Omar Radi. Fouad Abdelmoum è stato filmato con la sua fidanzata a letto e il video è stato diffuso su WhatsApp.

La fonte sentita da Amnesty ha rivelato anche una rete che coinvolgeva i rivenditori di telefoni usati, solo all’apparenza nuovi. “Abbiamo infettato moltissimi internet café con spyware a controllo remoto (RCS). Gli agenti sul campo ci dicevano quale internet café frequentava il bersaglio e avevamo visibilità sulle sue attività perché avevamo precedentemente infettato tutti i computer presenti”, ha affermato la fonte.

“Gli strumenti che utilizzano sono molteplici, ma l’obiettivo è chiaro: ricattare, screditare, umiliare e, se necessario, imprigionare ingiustamente coloro che si esprimono in difesa dei diritti umani in Marocco”, ha detto Rebecca White, ricercatrice presso il Laboratorio di Sicurezza di Amnesty International.

Prima della pubblicazione del suo rapporto, Amnesty International ha scritto alle autorità marocchine, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Prima della pubblicazione, Amnesty International ha scritto alle aziende citate nel rapporto. Verint ha risposto di aver ceduto questa linea di business il 1° febbraio 2021. Memento Labs ha dichiarato: «Possiamo confermarvi che non esiste alcun contratto attivo con alcuna agenzia marocchina», aggiungendo che «negli ultimi anni Memento Labs ha cambiato radicalmente il proprio modo di operare e ha già implementato un programma interno di conformità al fine di monitorare attentamente la situazione dei Paesi». Nessun’altra ha risposto.

Sudan, misurare la morte

Dietro ogni numero c’è una vita, una storia. Ci sono amori, sogni, speranze, desideri, possibilità. C’è tutto ciò che un essere umano può creare, custodire, trasmettere. Ogni numero è una ferita per il mondo intero, ma quante siano è impossibile saperlo.

Sono le vittime senza nome di ogni guerra, vittime invisibili fino al punto che non le si riesce neppure a contare. In Sudan, ai morti è negata non solo la dignità di essere visti e ricordati con il proprio nome, ma persino quella di essere contati.

Potrebbero essere 100 mila solo quelle uccise nel 2025, nel conflitto che vede da tre anni combattersi l’esercito sudanese e i paramilitari delle Rapid Support Forces.

A fornire questi numeri, il lavoro di ricerca di un team guidato da Paola Vesco, studiosa del Prio, il Peace Research Institute di Oslo.

Il numero delle vittime in un conflitto attivo è sempre incerto, ancora di più quando in un teatro di guerra non si può entrare, neppure per portare aiuti umanitari. Incerto e controverso quello del conflitto armato in Sudan, che varia dalle neppure 20 mila persone alle 100.000 in un solo anno, in questa terra dove le Nazioni Unite sostengono vi siano i segni di un genocidio.

I morti sarebbero 19 mila secondo Acled, oltre 60 mila secondo l’Uppsala Conflict Data Program, 60 mila solo durante e dopo la conquista della città di El-Fasher da parte delle RSF per il Laboratorio di Ricerca Umanitaria di Yale, dicono i ricercatori guidati da Vesco su The Conversation Africa.

“Gran parte delle differenze tra i vari report derivano dal modo in cui le organizzazioni selezionano e gestiscono le fonti”, spiegano. Nel caso di ACLED, per esempio, vengono conteggiati solo i decessi che possono essere collegati a uno specifico episodio. “Uppsala, invece, li registra come evento «complessivo», che presenta il bilancio totale delle vittime in un periodo più lungo o in un’area più ampia, anziché per un singolo attacco”, proseguono i ricercatori.

Il team di Vesco ha cercato di misurare quest’incertezza, convertendo un numero in un intervallo di persone, in una probabilità. Si chiama “distribuzione di probabilità” ed è una curva che mette in relazione i decessi con la possibilità che la cifra sia attendibile. “Il picco della curva del nostro modello indica che il bilancio delle vittime più probabile nella guerra in Sudan nel 2025 si aggira intorno alle 80.000 unità …. Abbiamo riscontrato che il numero reale di persone uccise nel 2025 è molto probabilmente (con una probabilità del 90%) compreso tra 73.000 e 90.000, e c’è una piccola possibilità che il numero effettivo sia pari a 100.000”, aggiungono.

Stime, avvertono i ricercatori, che vanno comunque lette con cautela e che si basano sulle informazioni raccolte dai ricercatori del Programma di dati sui conflitti di Uppsala. “È fondamentale sottolineare che i risultati del nostro modello non possono essere confrontati con il numero reale di morti, che tende a rimanere sconosciuto poiché gli attori coinvolti nel conflitto hanno interesse a nasconderlo”, spiegano.

Non numeri puntuali, ma un intervallo di morti. Eppure, “nonostante queste riserve, fornire un intervallo di persone che plausibilmente sono morte in guerra, anziché una singola cifra, conferisce maggiore credibilità alla stima e lascia poco spazio per liquidare i dati scomodi come inaffidabili”, concludono i ricercatori.

Fotografia, le antenate di Pamela Tulizo

Le donne che Pamela Tulizo racconta sono donne forti, che occupano lo spazio della storia, che resistono con coraggio e invitano a rileggere il passato. In posa, indossano abiti simbolici e inchiodano lo sguardo. Nella mostra Mababu, che è anche un libro, la fotografa congolese interroga il passato, le antenate, quelle donne che non sono state solo vittime ma lottatrici per la libertà.

È attraverso i loro volti, le posture regali e fiere, il colore che irrompe dove domina la morte, tra i sudari dove ancora si avvolgono i corpi delle donne, che l’artista di Goma, di quell’est senza pace, intrappolato da un colonialismo mai veramente sconfitto, ci conduce dentro la violenza della schiavitù, nelle oscure pagine dello sfruttamento. E lo fa costringendoci a cambiare il nostro modo di guardare alle donne.

“Mi sono chiesta: perché le donne della mia comunità in particolare, e le donne africane in generale, sono così forti?”, dice Tulizo in un’intervista a The Guardian. È da questa domanda che è nato il suo lavoro, visibile a Bruxelles fino al 31 ottobre e in una libro. Sono state le donne accanto a lei a risponderle.

“Mi resi conto che forse le donne sono state costrette a essere forti fin dalla notte dei tempi, costrette dalle circostanze a sviluppare quella resilienza”, aggiunge.

Nei suoi 23 scatti, ci sono regine, donne di resistenza, storie invisibili, donne che hanno combattuto contro il mercato che, insieme al tabacco, alla canna da zucchero, al cotone, vendeva corpi, ne abusava.

Dal 2025, con l’intensificarsi della guerra, Tulizo ha dovuto lasciare il suo Paese, quella Goma dove nel 2021 ha fondato un centro culturale per donne e ragazze, il Tulizo Elle Space, che continua a usare l’arte e l’imprenditoria per difendere i diritti delle donne in quella terra, che oggi vive una nuova stagione di schiavitù. “Allora si trattava di tabacco, zucchero e caffè. Oggi si tratta di guerre e violenze sessuali per il litio, l’oro e i minerali”, aggiunge alla testata britannica. Oggi, come allora, sono sempre le donne a pagare un prezzo altissimo, con i loro corpi.

Alla Vrije Universiteit Brussel, dall’8 al 31 ottobre.

Invito all’ascolto. Toumaranké Ya di Volker Goetze, Ali Boulo Santo Cissoko e Alejandro Moreno.

Nel tempo dei confini armati e delle fratture, la musica insegna il potere generativo delle storie che s’intrecciano. È il dialogo tra mondi distanti quello cantato da Flamenkora, un album del 2023 e l’annuncio di un nuovo lavoro nel 2027.

La tromba jazz di Volker Goetze, tedesco americano, la kora senegalese di Ali Boulo Santo Cissoko e il flamenco del brasiliano Roberto Monteiro raccontano di un’arte che supera ogni barriera.

Toumaranké, titolo dell’ultima traccia di cui avete ascoltato un breve estratto, in lingua bambara significa “chi si mette in viaggio alla ricerca di un futuro migliore” ed evoca la fatica, la solitudine, la precarietà, ma anche la forza, la perseveranza e lo sguardo aperto al domani di chi lascia la propria terra.

In questo lasciare, ci sono muri a sbarrare la strada, ma anche incontri da cui nascono mondi nuovi. E nuove storie da tramandare per i griot, i poeti, musicisti, cantastorie, depositari di memorie. Ali Cissoko è nato a Thiès, in una famiglia che ha le radici nella regione della Casamance, una famiglia di griot, di suonatori di kora, di quella musica che si fonda sulla tradizione orale.

La differenza culturale, dice Goetze ad Afropop, ”è ciò che ognuno porta in dote … la mia idea è quella di creare progetti di collaborazione interdisciplinare”, spiega. “Siamo forti e autentici in tutto ciò che facciamo. Ma allo stesso tempo, cerco di emanciparci al di là di chi siamo e da dove veniamo. Troviamo un terreno comune per connetterci, qualcosa di più grande di noi.”

Nell’attesa del nuovo album, noi continuiamo a raccontarvi di mondi che s’incontrano, non solo di quelli che si scontrano. E per oggi, il Notiziario si conclude. Vi salutiamo, vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.

Foto di copertina e nel testo condivise da Tomas Giusti e scattatate da Angelo Cagnizzi e Sergio Sarritzu

Musica King David/Pond5

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