5 ottobre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 5, 2026
- I disastri climatici alla base dei matrimoni precoci, violenza e gravidanze adolescenziali.
- Gaza e Israele, le vittime della tregua e la corsa al voto.
- Iran: si dimette il ministro del petrolio.
- Le forze federali etiopi controllano la capitale del Tigray.
- Russia: Un tecnico di laboratorio muore a causa di un virus “sconosciuto”, mentre centinaia di persone vengono messe in quarantena. Il Nicaragua ha annunciato il suo ritiro dal Parlamento centroamericano. Corea del Sud, quando chi deve proteggerti ti fa del male.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Clima e donne
Un’alluvione può portarti via la casa. Ma se sei una ragazza, può portarti via anche la scuola, la possibilità di scegliere se sposarti, quando avere un figlio.
È il quadro di una ricerca di Plan International, anticipata dall’Independent: trent’anni di dati climatici e sanitari in oltre cinquanta paesi, affiancati da un’indagine su cinquemila ragazze e da testimonianze raccolte in cinque paesi.
Tra le intervistate, una su dieci riferisce una gravidanza non desiderata dopo un evento climatico estremo. Il trentasei per cento segnala un aumento dei matrimoni precoci nella propria comunità. Oltre una su quattro racconta di aver osservato più violenza contro donne e ragazze. Sono esperienze e percezioni delle partecipanti, non percentuali da estendere automaticamente a tutte le adolescenti del mondo.
Il meccanismo emerge dai racconti: si perdono raccolti e reddito, le scuole chiudono, le cure diventano irraggiungibili. E alcune famiglie cercano una risposta alla povertà facendo sposare le figlie.
In Kenya, una giovane spiega che suo padre non aveva più bestiame da vendere per pagarle gli studi. Così ha accettato il matrimonio.
La scuola conta: nella ricerca, chi aveva subito interruzioni dell’istruzione aveva una probabilità doppia di sposarsi presto o affrontare una gravidanza indesiderata.
La siccità non decide di dare in sposa una bambina. Ma aggrava le disuguaglianze che permettono agli adulti di farlo. Proteggere dal clima significa anche proteggere il diritto delle ragazze a decidere della propria vita.
Palestina e Israele
A Gaza il cessate il fuoco continua a convivere con i morti. Domenica, secondo fonti mediche citate da Anadolu, il bilancio è di tre palestinesi uccisi e diciannove feriti. Tra le vittime una bambina di sei anni, morta per le ferite riportate giorni prima, quando era stata colpita nella tenda della sua famiglia. Gli altri due morti negli attacchi a Deir al-Balah e nell’area di al-Mawasi.
E nella Giornata mondiale degli insegnanti arriva un altro bilancio: il ministero dell’Istruzione palestinese denuncia oltre ottocento docenti uccisi dall’ottobre 2023 e più di tremilatrecento feriti. Ricostruire una scuola non restituisce ai bambini chi avrebbe dovuto insegnarci.
In Israele, intanto, si avvicinano le elezioni del 27 ottobre. Un sondaggio KAN assegna cinquantadue seggi al principale blocco d’opposizione e cinquantuno alla coalizione Netanyahu. Per governare ne servono sessantuno: nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza.
Sami Abu Shehadeh, leader del partito arabo Balad, ha ritirato la candidatura dopo che la Corte suprema aveva indicato di essere orientata a confermarne l’esclusione, legata a un suo articolo sul 7 ottobre. Diversi giuristi intervistati da Haaretz contestano questa scelta, ritenendola incompatibile con i precedenti della Corte. Le liste arabe, invece, sono state riammesse.
Dall’opposizione di destra, l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman propone di smantellare l’Autorità palestinese: amministrazione giordana in parte della Cisgiordania e controllo israeliano sulla sicurezza. Un progetto sul futuro dei palestinesi che non prevede un loro Stato.
Infine, il caso Flydubai. Israele aveva ricevuto l’elenco dell’equipaggio prima del tentato dirottamento. Ma il ministero dei Trasporti ammette di affidarsi ai controlli delle compagnie straniere. Netanyahu ha ordinato una revisione della sicurezza. Dopo il pericolo scampato, resta una domanda molto concreta: chi doveva controllare?
Iran
«Non esiste una soluzione militare». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi torna a rivolgersi agli Stati Uniti, ma accompagna l’apertura al dialogo con un avvertimento: a nuovi bombardamenti, Teheran risponderà con maggiore forza.
Il negoziato resta bloccato soprattutto sullo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il petrolio e il gas del Golfo. L’Iran vuole la fine del blocco navale americano, lo sblocco dei beni congelati e la rimozione delle sanzioni petrolifere. Washington continua a porre anche la questione nucleare. Teheran replica: in questa fase discutiamo della sicurezza della navigazione.
La risposta americana, trasmessa attraverso mediatori, è ancora all’esame delle autorità iraniane. Non c’è dunque un accordo concluso.
E intanto le navi continuano a essere colpite. Domenica l’agenzia britannica UKMTO ha segnalato una nave cisterna raggiunta da un proiettile non identificato, con danni alla sala macchine. Equipaggio salvo, nessun impatto ambientale segnalato. Non sono stati indicati né i responsabili né la data dell’attacco.
Sul fronte economico, si dimette il ministro del Petrolio Mohsen Paknejad. La presidenza parla di ragioni personali; al suo posto, ad interim, Hamid Bovard, che dirige la compagnia petrolifera nazionale.
La crisi resta pesante: secondo le stime preliminari di Bloomberg, a settembre non risultano nuovi carichi di greggio sulle petroliere nei porti iraniani. Non significa che ogni vendita sia cessata: restano anche le scorte già in mare.
Il petrolio è una leva negoziale. Ma un’economia soffocata significa stipendi, acquisti e vite quotidiane sotto pressione. E quelle non possono aspettare all’infinito il prossimo scambio di proposte.
Yemen
In Yemen la guerra torna ad allargarsi. Rashad al-Alimi, presidente del Consiglio che guida il governo riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita, ha annunciato una grande offensiva per riconquistare i territori controllati dagli Houthi, sostenuti dall’Iran.
I ribelli avanzano attorno a Taiz e hanno interrotto una strada fondamentale verso Aden, sede del governo. Per gli abitanti significa rischiare un isolamento ancora maggiore.
Intanto, gli Houthi rivendicano attacchi con missili e droni contro gli impianti Aramco a Riad e Khurais. Parlano di grandi incendi: l’entità dei danni non è confermata. Li definiscono una risposta ai bombardamenti sauditi sullo Yemen.
Da una parte si promette la riconquista, dall’altra si minacciano altri missili. Per chi vive sotto le bombe, nessuna delle due è una promessa di futuro.
Turchia
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si ritrovano lunedì 5 ottobre a Riad per rendere operativo il patto di difesa firmato ad agosto. Il principio è chiaro: un attacco contro uno dei tre viene considerato un attacco contro tutti.
Per Ankara partecipano il ministro degli Esteri Hakan Fidan e i vertici della difesa. Sul tavolo, gli attacchi degli Houthi contro il regno saudita e l’escalation in Yemen.
Il Pakistan ha promesso sostegno militare; la Turchia resta più prudente sull’intervento diretto. Secondo Islamabad, si discuterà anche di un possibile dialogo con gli Houthi suggerito dall’Iran.
Perché firmare un’alleanza è una cosa. Decidere fin dove seguirsi in guerra è un’altra.
Repubblica Democratica del Congo
Ventisette soldati condannati a morte per «codardia». Succede nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove il tribunale militare di Uvira ha pronunciato la sentenza il 2 ottobre.
Come riferisce Radio Okapi, erano accusati di aver abbandonato le posizioni durante gli scontri di agosto contro i ribelli dell’AFC/M23, la coalizione armata che combatte l’esercito nell’est del paese.
Su 112 imputati, altri 54 hanno ricevuto cinque anni di carcere, dieci una pena di sei mesi. Ventuno sono stati assolti per insufficienza di prove.
Intanto, attorno a Uvira, i combattimenti continuano e i civili sono costretti a fuggire. La disciplina militare si impone con la minaccia della morte. Ma una condanna, per quanto feroce, non mette al sicuro nessuno dalla guerra.
Etiopia
In Etiopia, le forze federali e i loro alleati hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale del Tigray, dopo il ritiro del Fronte di liberazione popolare del Tigray, il TPLF.
Ma per gli abitanti non è ancora il momento di sentirsi al sicuro. I negozi restano chiusi per paura dei saccheggi. Alcuni residenti raccontano di essersi organizzati da soli per proteggere il quartiere.
Gli scontri sono ricominciati il 23 settembre. E i dirigenti ribelli lasciano intendere che continueranno con la guerriglia: perdere la capitale, quindi, non significa arrendersi.
Intanto, in Egitto, i vertici di Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan chiedono soluzioni pacifiche, mentre cresce il timore che la guerra attraversi i confini.
Il Tigray ha già vissuto la devastazione del conflitto del 2020–2022. Ai suoi abitanti serve una pace che regga, non un’altra bandiera sui palazzi.
Bosnia
In Bosnia-Erzegovina i risultati preliminari delineano la nuova presidenza collegiale: tre membri, uno bosgnacco, uno serbo e uno croato.
Con oltre il novanta per cento dei seggi scrutinati, sono avanti il socialdemocratico Denis Bećirović, la nazionalista serba Željka Cvijanović e la nazionalista croata Darijana Filipović.
Milorad Dodik, leader separatista serbo e alleato di Mosca, rivendica la vittoria del suo partito. Ma i risultati non sono ancora definitivi.
Ha votato appena il quarantadue per cento degli elettori. Sullo sfondo, un’economia in difficoltà e un percorso europeo bloccato dalle riforme mancate.
Le urne assegnano le cariche. Resta da vedere chi saprà governare oltre le divisioni etniche.
Francia
In Francia, lunedì 5 ottobre, fino a cinquecento scuole superiori potrebbero sospendere totalmente o in parte le lezioni per ragioni di sicurezza.
Gli studenti protestano contro classi sovraffollate, edifici degradati e carenza di insegnanti. Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray denuncia ventiquattro istituti incendiati o devastati e settantotto lavoratori della scuola feriti. Accusa inoltre militanti dell’estrema sinistra di aver infiltrato il movimento.
Secondo il ministero dell’Interno, gli arresti superano cinquemila: l’ottantacinque per cento riguarda minorenni.
Studenti e sindacati denunciano violenze della polizia e preparano nuove manifestazioni per martedì.
Le aggressioni vanno perseguite. Ma trattare una protesta soltanto come un problema di ordine pubblico non farà comparire gli insegnanti che mancano.
Regno Unito
I Verdi di Inghilterra e Galles hanno approvato una mozione che definisce il sionismo una forma di razzismo: al congresso di Brighton, 1.022 voti favorevoli e 813 contrari.
Il testo sostiene un unico Stato palestinese democratico su tutta la Palestina storica, con uguali diritti per tutti, superando la prospettiva dei due Stati.
Il partito distingue l’opposizione al sionismo dall’antisemitismo. Ma diverse organizzazioni ebraiche contestano la mozione, denunciando rischi di discriminazione. Quattro dei cinque deputati verdi si sono espressi contro.
Una spaccatura profonda, dunque. E una responsabilità politica: difendere i diritti dei palestinesi e quelli degli ebrei, senza trasformarli in diritti concorrenti.
Gli Stati Uniti hanno riportato in patria tutti i bombardieri schierati a Fairford, la base inglese utilizzata per colpire l’Iran. Il Pentagono ha confermato il trasferimento, reso pubblico soltanto a operazione conclusa per ragioni di sicurezza.
Il rientro arriva mentre prosegue l’indagine su un presunto progetto di attentato contro la base. Sei persone sono state arrestate e poi rilasciate su cauzione: le indagini restano aperte.
Le autorità britanniche sospettano un coinvolgimento iraniano, che Teheran nega.
Il ritiro degli aerei non significa però la fine delle operazioni contro l’Iran: Washington mantiene forze consistenti in Medioriente. Cambiare aeroporto non equivale a chiudere una guerra.
Russia
In Siberia, una tecnica di laboratorio di 28 anni è morta dopo una grave polmonite. Lavorava all’Istituto di ricerca antipeste di Irkutsk. Secondo le notizie raccolte da Euronews, circa duecento persone sono state poste sotto osservazione e sono scattate quarantene ospedaliere.
Alcuni media riferiscono che avrebbe rotto una provetta contenente materiale infetto. Ma l’autorità sanitaria russa sostiene che non risultano incidenti in laboratorio e che le analisi non hanno individuato microrganismi legati al suo lavoro.
La diagnosi ufficiale resta una polmonite di origine sconosciuta.
Le autorità assicurano che la situazione è stabile. Resta da chiarire che cosa abbia ucciso questa giovane donna. Per rassicurare servono risposte verificabili, non soltanto inviti alla calma.
Intanto, A Mosca circa sessanta persone sono state fermate domenica durante una manifestazione autorizzata del Partito comunista, organizzata per ricordare la sanguinosa crisi costituzionale del 1993.
Secondo OVD-Info, organizzazione che monitora la repressione in Russia, i fermi si sono intensificati quando dalla folla sono partiti cori come «Abbasso lo zar» e «Libertà per i prigionieri politici».
Tra i fermati, esponenti comunisti e del partito liberale Jabloko. Il corteo aveva il permesso. A quanto pare, criticare il potere molto meno.
Stati Uniti
Donald Trump annuncia la “Super Intelligence Force”, un gruppo di lavoro federale sull’intelligenza artificiale. A guidarlo sarà Jay Clayton, direttore dell’intelligence nazionale.
Avrà centoventi giorni per esaminare rischi, opportunità e possibili interventi del governo: dagli attacchi informatici alla sicurezza dei sistemi più avanzati. L’obiettivo dichiarato è proteggere i cittadini mantenendo il primato tecnologico americano.
L’annuncio segue l’incontro con i vertici delle grandi aziende, che hanno promesso controlli interni e verifiche indipendenti.
Trump definisce quell’accordo «moralmente vincolante». Ma gli impegni restano volontari. Ed è qui il punto: chi sviluppa e vende questa tecnologia promette anche di sorvegliarla. La fiducia può aiutare. I controlli devono funzionare anche senza.
L’FBI ha arrestato all’aeroporto di Los Angeles Wanying Zhang, 34 anni, mentre stava per partire per la Cina. È accusata di aver agito come agente non registrata di Pechino, sorvegliando negli Stati Uniti il figlio del presidente taiwanese Lai Ching-te e la sua famiglia.
Secondo gli investigatori, nel 2025 avrebbe raggiunto Seattle e trasmesso a funzionari cinesi fotografie, video e numeri di targa.
La presidenza taiwanese denuncia un caso di «repressione transnazionale»: pressioni che attraversano i confini e raggiungono anche i familiari.
La prima comparizione in tribunale è prevista per oggi. Le accuse devono ancora essere provate. Ma il caso solleva una domanda concreta: quanto lontano bisogna andare per sentirsi al sicuro?
Caraibi
Un nuovo attacco statunitense nei Caraibi ha ucciso quattro persone a bordo di un’imbarcazione veloce. Il Comando americano le definisce «narcoterroristi» e sostiene di avere informazioni certe sul traffico di droga. Ma non ha pubblicato prove a sostegno dell’accusa.
Secondo il bilancio aggiornato dell’Associated Press, questa campagna ha provocato almeno 235 morti in settanta attacchi, dal settembre 2025.
Organizzazioni per i diritti umani denunciano uccisioni extragiudiziali. Ben Saul, relatore speciale ONU su antiterrorismo e diritti umani, ritiene che esistano ragionevoli motivi per ipotizzare crimini contro l’umanità.
Washington parla di guerra ai cartelli. Ma chiamare qualcuno «terrorista» non è una prova, e un attacco militare non è un processo.
Nicaragua
Il Nicaragua annuncia l’uscita dal Parlamento centroamericano, organismo regionale di sei paesi. I copresidenti Daniel Ortega e Rosario Murillo invocano la sovranità. La decisione arriva dopo la richiesta dell’Organizzazione degli Stati americani di liberare i prigionieri politici e ripristinare le libertà civili.
Intanto, chi è sfuggito alla repressione rischia di perdere anche il rifugio. Secondo Human Rights Watch, le autorità statunitensi hanno detenuto almeno otto esuli nicaraguensi, minacciati di espulsione. Sette erano prigionieri politici accolti negli Stati Uniti nel 2023, dopo essere stati espulsi e privati della cittadinanza.
Washington denuncia la dittatura. Ma proteggere chi l’ha subita dovrebbe essere parte della stessa politica.
Argentina
Flávio Bolsonaro e Luiz Inácio Lula da Silva si contenderanno la presidenza del Brasile al ballottaggio del 25 ottobre.
Con il 99,99 per cento delle sezioni scrutinate, il Tribunale superiore elettorale assegna a Bolsonaro il 47,03 per cento dei voti validi e a Lula il 45,16: circa due milioni e duecentomila voti di differenza.
Il senatore, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, festeggia: «Il Brasile vuole cambiare». Lula, che cerca un quarto mandato, ammette un risultato inatteso ma rilancia: comincia una nuova campagna.
I due hanno tre settimane per convincere chi ha scelto altri candidati e chi è rimasto a casa. Sul tavolo, il costo della vita, la sicurezza e le politiche sociali.
Bolsonaro ha vinto il primo confronto. La presidenza, però, è ancora tutta da conquistare.
Afghanistan
In Afghanistan i talebani hanno inaugurato una strada sterrata di 121 chilometri nel corridoio del Wakhan, la sottile striscia di territorio montuoso che raggiunge il confine cinese.
L’opera è costata circa cinque milioni e mezzo di dollari. Secondo le autorità, è stata realizzata con fondi e ingegneri afghani, per facilitare gli spostamenti e favorire gli scambi con Pechino.
Ma arrivare al confine non significa aver aperto una rotta commerciale: servono infrastrutture doganali e accordi con la Cina.
Intanto, gli abitanti chiedono soprattutto che la strada venga asfaltata, per affrontare la neve invernale. Kabul guarda ai grandi mercati. Chi vive lassù, prima di tutto, vorrebbe poter viaggiare senza restare isolato.
Filippine
Nelle Filippine, 244 cittadini stranieri, in maggioranza cinesi, sono stati arrestati durante due operazioni sull’isola di Mindanao. Le autorità hanno sequestrato computer e migliaia di telefoni in strutture sospettate di ospitare attività illegali online.
Nel mirino i POGO, operatori del gioco d’azzardo rivolti all’estero, vietati nel 2024 perché utilizzati anche come copertura per truffe, riciclaggio e tratta di persone.
Per alcuni degli arrestati si indaga proprio su possibili reati di tratta; per gli altri le autorità annunciano l’espulsione.
Ma attenzione: nel Sudest asiatico molti centri di truffe sfruttano lavoratori ingannati o costretti con la violenza. Accertare chi organizza i crimini e chi li subisce è essenziale. Una retata, da sola, non fa questa distinzione.
Corea del Sud
«Stavo male dentro, così sono venuta a raccontare». Sono le parole di una donna con disabilità intellettiva, indicata dalla BBC con il nome di fantasia Seo Mi-hyeon.
Per anni ha subito violenze nella struttura che avrebbe dovuto proteggerla, Saekdongwon, a Incheon, finanziata dallo Stato. Ha parlato soltanto quando sua madre le ha assicurato che non sarebbe più dovuta tornare lì.
Il direttore, identificato come Kim, è stato condannato a quindici anni di carcere per violenze sessuali sulle residenti. Ha presentato appello.
Ma le responsabilità non finiscono alla porta della sua stanza. Le ispezioni controllavano soprattutto documenti. E, secondo una ricercatrice intervistata dalla BBC, gli investigatori hanno ascoltato soltanto chi riusciva a raccontare con frasi complete.
Chi aveva più difficoltà a comunicare rischiava così di restare invisibile.
Non saper costruire una frase non significa non avere qualcosa da denunciare. Significa che chi ascolta deve impegnarsi di più.
Giappone
A Okinawa, in Giappone, un marine statunitense di vent’anni è stato arrestato con l’accusa di aver rapinato e ucciso Anna Yagi, una donna di 39 anni, in un albergo di Naha.
Il militare, Devin Jacob Ballard, nega le accuse. Secondo la polizia, le telecamere lo mostrano entrare con la donna e uscire da solo.
La prima ministra Sanae Takaichi ha protestato formalmente con Washington. L’ambasciata americana e i Marines assicurano collaborazione alle indagini.
Il caso riaccende la rabbia di un’isola dove la presenza delle basi statunitensi provoca da decenni tensioni e proteste. La sicurezza promessa dalle alleanze deve valere anche per chi vive accanto alle caserme.
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