17 luglio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Luglio 17, 2026
- Sudan, il saccheggio della gomma arabica alimenta la guerra.
- Nella RDC l’Ebola corre: record di contagi e diffusione fuori dall’epicentro.
- Arabia Saudita, 58 etiopi attendono l’esecuzione nel braccio della morte.
- Masai senza terra: la conservazione continua a spingere gli sfratti in Tanzania.
Per secoli l’Africa è stata la vacca da latte del mondo occidentale. È stato il nostro continente ad aver aiutato il mondo occidentale a costruire la ricchezza che ha accumulato … È vero che oggi ci stiamo liberando il più rapidamente possibile del giogo del colonialismo, ma il nostro successo in questa direzione è altrettanto contrastato da un intenso sforzo da parte dell’imperialismo volto a continuare lo sfruttamento delle nostre risorse, creando divisioni tra di noi.
Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente, rivoluzionario, voce della lotta anticoloniale, si rivolgeva all’Africa nel maggio del 1963, nella prima seduta dell’Organizzazione dell’Unità Africana. Dopo più di sessant’anni quelle parole non smettono di risuonare come una verità sempre attuale. È da un saccheggio e da una guerra che inizia, oggi, il nostro notiziario. Le Nazioni Unite avvertono: le ricchezze del Sudan stanno alimentano il conflitto armato che lo sta dissanguando. Tra queste, la gomma arabica, un ingrediente considerato indispensabile in un numero infinito di prodotti d’uso quotidiano.
Dal Sudan ci sposteremo nella Repubblica democratica del Congo per aggiornarvi sulla diffusione velocissima dell’epidemia di Ebola e sugli sforzi per contenerla. Poi, in Arabia Saudita dove decine di etiopi rischiano l’esecuzione capitale. Quindi in Tanzania, perché non c’è pace per il popolo Masai, nell’eterna lotta tra usi ancestrali della terra e conservazione ambientale. Cambieremo pagina con la fotografia, perché ad Arles, in Francia, un’intera sezione del più importante festival internazionale, è dedicata alle Indipendenze africane. La musica, quindi, con il nuovo singolo degli Ezra Collective.
Oggi, 17 luglio 2026
Sudan
Sembra fatta di cristallo, pietra preziosa color ambra, luccicante. È gomma, ugualmente preziosa, come le gemme. Le piante la usano per riparare le ferite, gli esseri umani per alimentare la guerra. La gomma arabica è ingrediente segreto, indispensabile in molte bevande analcoliche e alimenti, nei cosmetici, nei farmaci.
È praticamente ovunque, lo usano quassi tutti i brand, dalla Coca-Cola, alle M&M’s, è in marchi come L’Oreal o nei cibi per animali domestici della Nestlé.
Il Sudan, che da oltre tre anni è teatro di una drammatica guerra civile tra l’esercito sudanese e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido, ne produceva il 70 – 80 percento del fabbisogno mondiale prima dello scoppio del conflitto. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, questa settimana, ha lanciato l’allarme: le parti in conflitto stanno saccheggiando le piantagioni e hanno modificato le rotte commerciali per usare i ricavati della vendita della gomma per finanziare la guerra.
“L’immensa ricchezza di risorse naturali del Sudan dovrebbe essere un vantaggio per la sua popolazione. Purtroppo, ciò che vediamo oggi è tutt’altro”, ha affermato la portavoce dell’OHCHR, Ravina Shamdasani. “Questa ricchezza non fa altro che minare i diritti umani e alimentare il conflitto, causando dolore e sofferenza su vasta scala”.
La gomma arabica, che è fonte di reddito per milioni di persone, è raccolta dai fusti e dai rami dell’acacia proprio nelle regioni del Paese dove più violenta infuria la guerra. Nonostante il conflitto, il Sudan continua rifornire il mercato mondiale, anche se, secondo un nuovo rapporto dell’OHCHR, molti sudanesi che vivono del suo commercio sono vittime della guerra, e hanno subito “minacce, detenzioni arbitrarie, saccheggi ed estorsioni” da parte di chi si combatte, come racconta UN News.
Per portare la gomma arabica fino a noi, i commercianti devono percorrere rotte pericolosissime, superare posti di blocco, pagare per proseguire. Subiscono continui saccheggi. Secondo l’analisi delle Nazioni Unite, le RSF – che controllano la maggior parte dell’area più importante della produzione di gomma – hanno fatto tranisitare “quantità significative” nel Kordofan occidentale e in alcune zone del Darfur verso Souq al-Na’am, tra il Sudan dal Sud Sudan, e da qui a Juba, capitale del Sud Sudan, per raggiungere a Mombasa in Kenya.
“Il saccheggio diffuso di gomma arabica da parte delle RSF è stato utilizzato come forma di compensazione per i combattenti in assenza di stipendi “, con almeno 3.700 tonnellate saccheggiate tra gennaio e giugno 2024, spiega il rapporto.
“Le aziende non possono continuare a fare affari come se nulla fosse quando si riforniscono da catene del valore colpite da conflitti”, ha affermato Volker Turk, Alto Commissario per i diritti umani, riporta l’agenzia Reuters.
Da quando è iniziata la guerra, raccontava Reuters in un servizio dello scorso anno, “il prodotto grezzo, che può essere commercializzato solo da commercianti sudanesi dietro pagamento di una commissione alla RSF , sta arrivando nei paesi confinanti con il Sudan senza le dovute certificazioni”.
Ebola
Le infezioni da Ebola del ceppo Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo hanno raggiunto livelli record e il virus si è diffuso oltre l’area del focolaio originario, avverte l’Organizzazione mondiale della Sanità.
Chikwe Ihekweazu, direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie dell’OMS, ha visitato Bunia, la capitale della provincia dell’Ituri, nell’Est del Paese dove tutto l’epidemia è iniziata. I dati che ha fornito alla stampa dicono che questa è la terza epidemia di più ampia portata di sempre: 2.000 casi confermati, oltre 700 decessi in cinque province all’11 luglio. “Abbiamo registrato la crescita più rapida in un singolo mese dall’inizio dell’epidemia e da tutte le epidemie di Ebola che abbiamo gestito”, ha affermato Ihekweazu. “Negli ultimi giorni abbiamo registrato alcuni dei numeri più alti di nuove infezioni in un solo giorno”, ha aggiunto. Oltre 80 casi confermati in 24 ore.
Secondo quanto scrive UN News sono molti i decessi di persone morte senza aver mai ricevuto cure. È un dato particolarmente allarmante perché significa che la trasmissione del virus sfugge. Sarebbe circa l’80% dei nuovi casi a provenire a catene di trasmissione sconosciute.
Secondo Ihekweazu è necessario agire sia dove l’epidemia è scoppiata sia lungo le rotte di viaggio del virus “e mappare con precisione le aree a rischio di nuovi contagi”, ha detto.
Al momento non esiste ancora un trattamento specifico per curare il Bundibugyo, ma è vitale che i malati vengano curati con terapie di supporto il prima possibile per aumentare le possibilità di sopravvivenza. A Ginevra, intanto, ha riferito Ihekweazu, si sta negoziando un accordo che ha lo scopo di mettere in condivisione le informazioni genetiche dei patogeni che possono diventare pandemie e condividere i benefici della ricerca sui vaccini, così che siano disponibili anche ai Paesi in via di sviluppo.
L’epidemia si sta diffondendo anche in quella parte dell’Est della Repubblica democratica del Congo che è occupata dai ribelli dell’AFC/M23, il gruppo armato che lo scorso anno è avanzato rapidamente in territorio congolese arrivando alle capitali del Nord e del Sud Kivu, Goma e Bukavu, e che le Nazioni Unite hanno documentato il sostegno da parte del vicino Ruanda.
Secondo l’agenzia di stampa Reuters, i ribelli starebbero sfruttano una piccola epidemia – 4 casi noti – nel territorio sotto il loro controllo “per dimostrare la loro capacità di governare, mettendo in atto una risposta in gran parte indipendente dalle autorità di Kinshasa e supportata in parte dal vicino Ruanda”. Secondo l’AFC/M23, nell’area occupata l’epidemia sarebbe conclusa, senza nuovi casi segnalati da tre settimane.
I dati forniti dall’AFC/M23, indicherebbero una situazione molto più sotto controllo rispetto al resto del Paese. “I ribelli hanno cercato di mettere in risalto il proprio ruolo attraverso video ampiamente condivisi sui social media, che mostrano Freddy Kaniki, vice coordinatore dell’AFC/M23 e altri funzionari in visita a laboratori, mentre ispezionano le operazioni di risposta all’emergenza e incontrano gli operatori sanitari, ritraendo il gruppo come un’amministrazione funzionante”, racconta Reuters.
Le regole di contenimento imposte dal gruppo armato sarebbero particolarmente rigide, e avrebbero beneficiato dell’aiuto del Ruanda, che avrebbe fornito medicinali, materiale sanitario, medici.
Gli analisti, ritengono però, che ci voglia cautela per valutare la capacità di risposta del perché da una parte, la dimensione dell’epidemia è troppo piccola. Cautela, anche, perché una risposta non coordinata, ma frammentata, potrebbe rendere più complessa il contenimento in tutto il Paese.
Etiopia
Sono 58 i migranti etiopi nel braccio della morte in Arabia Saudita. Aspettano, nel carcere di Khamis Mushait, al confine con lo Yemen, che quella che chiamano ‘giustizia’ metta fine alla loro vita. Rischiano l’esecuzione imminente. Molti di loro sono finiti in prigione per reati legati al traffico di droga, anche se il più grande dei crimini sembra essere quello di aver valicato un confine in cerca di futuro. Il Ministero degli Affari Esteri etiope sostiene che le trattive con Riyadh continuano, che è stata concessa la grazia reale a 1.971 cittadini, quei cittadini che ogni anno attraversano il mare in almeno 100 mila, lungo la rotta di migrazione più trafficata del continente, che da Gibuti porta in Yemen, ad Aden, via Bab-el-Mandeb.
“A questi detenuti sono state concesso solo poche, brevissime udienze di gruppo, spesso in videoconferenza, tramite uno schermo, della durata inferiore a 10 minuti, durante le quali non avevano né rappresentanza legale né interpreti e spesso non venivano informati delle accuse a loro carico. Durante queste udienze, sono stati costretti a firmare documenti che non comprendevano “, dice Joey Shea, ricercatore di Human Rights Watch, come riporta Radio France internationale.
Il Ministero degli Affari Esteri etiope, scrive l’Ethiopian National Agency, l’agenzia di stampa del Governo, ha dichiarato che “l’Etiopia ha continuato a dialogare con il governo saudita ai più alti livelli diplomatici, mentre la sua ambasciata a Riyadh e il consolato generale a Jeddah mantengono una comunicazione regolare con le autorità saudite competenti”. Il Ministero afferma che i cittadini che hanno già beneficiato dell’amnistia sono stati già rimpatriati.
“Non si tratta di casi isolati”, ha affermato Maya Foa, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti umani Reprieve, come racconta la CNN: “Esiste un chiaro schema: le autorità saudite prendono di mira i migranti vulnerabili. Spesso, il loro vero ‘crimine’ sembra essere stato quello di attraversare il confine, alla ricerca di una vita migliore”.
La CNN, che racconta la storia dei “morti che camminano” nelle prigioni saudite, ha inoltre raccolto le testimonianze dei familiari alcuni dei detenuti nel braccio della morte in Arabia Saudita con accuse simili. “Tutti hanno affermato di aver appreso degli arresti solo settimane dopo la condanna, tramite il passaparola o contatti nella comunità, e non da funzionari etiopi o sauditi”, scrive la testata statunitense.
La crescita delle esecuzioni è esponenziale. Lo scorso anno, 356 persone sono state giustiziate, la maggior parte per traffico di droga, stranieri per lo più, in larga parte etiopi, fuggiti alla guerra, alla miseria. Sono 71 solo quest’anno. Colpevoli di aver “contrabbandato hashish”.
“I processi capitali in Arabia Saudita non rispettano regolarmente nemmeno le garanzie minime di equità”, ha detto Taha al-Hajji, direttore legale dell’Organizzazione saudita europea per i diritti umani, alla CNN. “Questa non è giustizia: è violenza di Stato, inflitta a persone indifese”, ha aggiunto.
L’Arabia Saudita non ha ancora alle richieste di commento della CNN.
Tanzania
Non c’è pace per il popolo Maasai in Tanzania, non c’è terra su cui posare i piedi. Sono pastori la cui sopravvivenza è da sempre minacciata, in nome della fame di terre, ma anche in nome della protezione della natura. “Nella Tanzania settentrionale, la lotta per le aree protette è diventata più di una semplice disputa ambientale. È una questione di pace, giustizia, identità e sopravvivenza”, scrivono Gabriel Kanuti Ndimbo e Evaristo Haulle su Peace News. I due accademici del Mkwawa University College of Education hanno pubblicato una recente ricerca sugli sfollamenti forzati delle comunità Maasai nell’area di Conservazione di Ngorongoro e dell’Area di Caccia Controllata di Loliondo. Il lavoro analizza il processo di appropriazione fondiaria in queste aree e i conseguenti conflitti.
I Masai sono una minoranza, la cui popolazione in Tanzania, è solo una stima. Circa 430 mila persone, secondo l’organizzazione per i diritti umani Minority Rights Groups. Storicamente, i loro territori si estendono tra il Kenya e la Tanzania, ma la loro esistenza è da sempre minacciata, da quando all’inizio del XX° secolo, il potere coloniale britannico li strappò dalla loro terra per far posto ai coloni bianchi.
“Da oltre 30 anni, i Maasai sono coinvolti in numerose controversie con il governo tanzaniano riguardanti vaste aree delle loro terre tradizionali”, spiega Minority Rights Groups. Non possono più pascolare o abbeverare i loro animali, nei terreni che dal 2006 sono della Tanzania Conservation Limitet, filiale tanzaniana della società turistica statunitense Thomson Safaris, o in quelli dati in affitto nel 1992, alla Ortello Business Corporation (OBC), della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, terra dove c’è diritto di caccia.
La ricerca di Ndimbo e Haulle mostra che gli sfollamenti non sono finiti, che con “il pretesto della conservazione, della protezione ambientale e della modernizzazione”, i Maasai continuano ad essere forzatamente sfollati.
“Il governo, attraverso i suoi apparati coercitivi come la polizia, ha ripetutamente sfrattato le comunità Maasai … sostenendo che i Maasai stessero sovraccaricando le aree. Questi spostamenti forzati hanno portato a violenti scontri tra i residenti Maasai e le forze di sicurezza”, scrivono.
Da una parte, le autorità Tanzanian ritengono che la crescita demografica, l’aumento dei cpai di bestiame, e le pratice agricole dei Maasai siano una minaccia per gli ecosistemi. I Maasai, per i quali la terra è anche identità e memoria, “contestano l’idea che i pastori siano semplicemente distruttori della natura. Si presentano come custodi della terra , un popolo la cui cultura, i sistemi di allevamento, le conoscenze medicinali, i luoghi sacri e gli spostamenti stagionali sono da sempre legati all’ecosistema”, proseguono Ndimbo e Haulle. Dietro le scelte del Governo, secondo quando sostengono anche diverse organizzazioni per diritti umani, si cela invece il tentativo di accaparramento di terre, destinato ad essere sfruttato per nuovi investimenti, caccia e turismo.
Non tutte le pratiche locali, spiegano i ricercatori, sono necessariamente sostenibili, ma per “uno sviluppo sostenibile e pacifico, la conservazione deve essere incentrata sulle persone”, spiegano i ricercatori. “Quando le comunità vengono trattate come una minaccia anziché come partner, la conservazione si militarizza … La pace non può essere costruita laddove le comunità si sentono inascoltate, criminalizzate o separate dalle loro terre ancestrali”, concludono.
In Tanzania, oltre il 40% del territorio è protetto, in una politica continua di espansione delle arre di conservazione create espropriano i terreni alle comunità locali.
Fotografia
La liberazione dell’Africa dal giogo coloniale, le lotte per l’indipendenza e l’eredità di quella stagione che ancora abita il presente, sono al centro di una riflessione dove è la fotografia a costruire l’immaginario visivo dell’emancipazione. Ad Arles, nel Sud della Francia, la sezione Indépendances del Festival Les Rencontres d’Arles, la più importante rassegn< di fotografia al mondo, ci conduce nelle narrazioni africane delle lotte di liberazione, dall’Algeria al Ghana, dal Congo alla Costa d’Avorio, attraverso diverse mostre, visitabili fino al 4 ottobre. Allestite in luoghi iconici della città provenzale, fanno di Arles mappa per comprendere il complesso percorso del continente verso la liberazione ma anche la sua contemporaneità.
S’inizia dal Palazzo Arcivescovile, con Ghana! Dreaming Independence, curata da Damarice Amao, dal Paese che nel 1957 fu tra i primi a raggiungere l’indipendenza nell’Africa subsahariana e dove la fotografia giocò un ruolo determinante nel plasmare l’immagine della nazione, attraverso i più svariati formati, in una ricchissima fioritura di attività editoriali, dalle riviste alle cartoline, dai libri agli opuscoli, di cui resta una importante eredità visiva. È con questa eredità visiva che si confrontano gli artisti esposti nella mostra.
Photoromance è invece la prima personale di Paul Kodjo in Francia, fotografo ivoriano, pioniere in africa del fotoromanzo e figura centrale “nello sviluppo della cultura visiva ivoriana post-indipendenza”, come spiegano i curatori della mostra, che racconta la produzione di Kodj dopo il suo ritorno ad Abidjan nel 1970, quando fonda l’agenzia d’avanguardia MAMEDIS. “Realizzati sia in spazi pubblici che in interni domestici, questi fotoromanzi riflettono anche le trasformazioni sociali ed economiche del paese durante il “miracolo ivoriano”, un periodo di prosperità negli anni ’60 e ’70 che favorì il dinamismo culturale e permise nuove forme di partecipazione alla cultura consumistica globale”, scrivono i curatori.
Il Congo di Sammy Baloji, con Landscape Lens: A Katangese Crossing, si racconta, invece, alla Chiesa dei Trinitari, nell’esplorazione delle “tensioni tra la società tradizionale e la modernità coloniale che plasmano lo spazio urbano del Katanga, esaminando come i sistemi di classificazione coloniali continuino a influenzare la rappresentazione della regione”.
Di proprietà di un prozio di Baloji, l’Hotel Impala di Kolwezi, importante città mineraria, è il punto di partenza per una narrazione dove la dimensione personale e soggettiva, le microstorie familiari, incontrano la grande storia, dove il passato si confronta con un presente segnato dall’estrattivismo che ha le sue radici nel passato coloniale.
E poi c’è la fotografa Katia Camel, con la mostra Il Romanzo Algerino, un nuovo capitolo, “indagine iconografica” che l’artista sta sviluppano dal 2016, esaminando cartoline, fotografie di stampa, opere d’arte, film e oggetti popolari. E ancora, i collage di Thato Toeba, artista del Lesotho, che “si avvale di collage e materiale d’archivio per svelare l’eredità dell’Impero e del colonialismo, in particolare con riferimento alla storia del Sudafrica”, spiegano i curatori.
Invito all’ascolto. Only Love, Ezra Collective
Vengo dalla povertà, ma troviamo comunque una via
Conosco il dolore. L’ho sentito milioni di volte
È solo amore nel profondo della mia anima
Sono solo tre versi. Ma questa è Only Love, singolo dell’ultimo album del quintetto jazz Ezra Collective, Here Because of Hope, in uscita in autunno. Con loro, Pa Salieu, rapper inglese dalle origini nel Gambia, a cantare una vita di povertà, violenza e prigionia che non si arrende, che non smette neppure nel buio più cupo di cercare bellezza e amore. Musica di resistenza, che attinge alle radici africane dei membri di questo gruppo inglese. Ci sono le sonorità jazz, groove afro-caraibico, influenze funky, afrobeat, hip-hop, musica che indica, ancora una volta, quanto potente sia l’arte che nasce dalla contaminazione.
Primo estratto, del nuovo lavoro, è anche un video girato a Lagos, celebrazione di quel patrimonio africano a cui tanto deve l’arte degli Ezra Collective.
“L’album è nato dal tentativo di portare gioia nella sofferenza ed è un importante promemoria per godere della compagnia reciproca, per amarci sempre invece di odiarci”, ha detto Femi Koleoso, batterista e leader della band, in un’intervista a The Guardian.
Per chi volesse ascoltarli, due concerti in Italia, il 7 agosto ad Agrigento al Festivalle, e il 9 a Locorotondo, a Locus Fetival.
Con il messaggio di speranza degli Ezra Collective, vi salutiamo, vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Foto di copertina: Jo Thomas su Unsplash
Musica: King David/Ponds5
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