16 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 16, 2026

  • Iran, la guerra entra nella terza settimana.
  • Libano, il secondo fronte della guerra.
  • A Gaza, distrutti quasi tutti i cimiteri.
  • Vietnam al voto, ma il potere resta al Partito.
  • Pakistan colpisce in Afghanistan, tensione con i talebani.
  • Kenya, piogge torrenziali e inondazioni.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Guerra all’Iran

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana e si allarga sempre di più, non solo sul piano militare ma anche su quello energetico, commerciale e diplomatico.

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gran parte dell’isola iraniana di Kharg è stata distrutta in un raid statunitense e ha minacciato ulteriori attacchi, arrivando a dire che Washington potrebbe colpirla ancora “just for fun”, cioè “tanto per divertirsi”.

Reuters e AP confermano sia la minaccia di nuovi raid sia il fatto che Trump abbia legato la sorte dell’isola e delle infrastrutture energetiche iraniane alla crisi nello Stretto di Hormuz.

Kharg non è un obiettivo secondario. È il principale terminale petrolifero iraniano e, secondo Reuters e AP, rappresenta il nodo centrale delle esportazioni di greggio del Paese. Colpire Kharg significa mandare un messaggio non solo a Teheran, ma all’intero mercato globale dell’energia.

Trump ha sostenuto che i raid avrebbero devastato obiettivi militari sull’isola, lasciando però inizialmente intatte alcune infrastrutture petrolifere. Il messaggio è limpido: se l’Iran continuerà a ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, anche il cuore economico del Paese potrebbe diventare un bersaglio diretto.

Ed è qui che la crisi diventa globale.
Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale. AP e Reuters riportano che la guerra ha già provocato gravi interruzioni della navigazione, con traffico ridotto, premi assicurativi in aumento e timori concreti per l’approvvigionamento energetico internazionale.

Teheran ha minacciato di mantenere chiuso o comunque fortemente limitato il passaggio alle navi dei Paesi considerati ostili, mentre Trump ha chiesto agli alleati di contribuire alla sicurezza del corridoio marittimo.

Ma, almeno per ora, nessuno dei Paesi citati da Washington ha promesso un intervento navale immediato mentre i combattimenti sono ancora in corso. Corea del Sud, Giappone, Francia e Regno Unito si muovono con cautela.

Nel frattempo, la guerra si fa sentire in tutto il Golfo.

Negli Emirati Arabi Uniti, a Fujairah, uno dei principali hub energetici della regione, le operazioni di carico petrolifero sono riprese dopo uno stop provocato da un attacco con drone e da un incendio vicino agli impianti.

Reuters sottolinea che Fujairah è strategica proprio perché si trova fuori dallo Stretto di Hormuz: se anche quei terminali diventano vulnerabili, la rete energetica regionale si restringe ancora di più.

Sempre nelle ultime ore, diversi Paesi del Golfo hanno denunciato nuovi attacchi con missili e droni. AP riferisce di intercettazioni e danni in più Stati della regione, segno che la rappresaglia iraniana non resta confinata al solo confronto diretto con Israele o con gli Stati Uniti, ma punta anche agli alleati e alle infrastrutture sensibili del Golfo.

In Kuwait, Un attacco con drone ha colpito la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita forze italiane e statunitensi.

Lo ha riferito lo Stato Maggiore della Difesa italiana: il drone ha distrutto un velivolo senza pilota italiano all’interno di un hangar, ma nessun militare è rimasto ferito.

Il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha spiegato che negli ultimi giorni parte degli assetti italiani era stata ridotta per precauzione, vista la crescente tensione nella regione.

L’esercito iraniano ha avvertito i residenti di alcune aree di Dubai e Doha di evacuare, sostenendo che potrebbero diventare obiettivi di attacchi nelle prossime ore.

Secondo l’agenzia semi-ufficiale Fars, Teheran afferma che in quelle zone sarebbero presenti strutture o personale militare statunitense.

La minaccia arriva mentre la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad allargarsi in tutto il Medio Oriente.

E dentro l’Iran la pressione continua a crescere. Reuters e altri media internazionali riferiscono di nuove esplosioni e di attacchi in diverse aree del Paese, mentre resta difficile verificare in modo indipendente molti dei filmati e delle informazioni che circolano sui social.

Su questo punto bisogna essere chiari: alcune segnalazioni locali su strutture colpite e numero delle vittime non sono confermabili in modo indipendente al momento.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei è “in buona salute” e continua a gestire pienamente il Paese.

Le dichiarazioni arrivano mentre la guerra con Stati Uniti e Israele continua.

Araghchi ha ribadito che gli attacchi iraniani avrebbero colpito solo obiettivi militari americani, avvertendo che se saranno presi di mira gli impianti energetici iraniani, Teheran risponderà colpendo interessi statunitensi nella regione.

L’Iran ha negato di aver chiesto agli Stati Uniti e a Israele di cessare il fuoco, mentre la guerra in Medio Oriente continua a seminare morte e distruzione.

Sul piano politico, Trump dice di essere “sorpreso” dalle ritorsioni iraniane contro altri Paesi del Medio Oriente, ma allo stesso tempo sostiene che Teheran sarebbe interessata a negoziare. Il problema, per Washington, è che le condizioni iraniane “non sono abbastanza buone”. La richiesta americana resta quella di una rinuncia piena alle ambizioni nucleari iraniane.

In altre parole, la guerra continua mentre si parla di diplomazia, ma senza una vera apertura diplomatica.

E intanto il prezzo lo pagano i civili, la stabilità della regione e un’economia mondiale che dipende ancora, troppo, da un tratto di mare stretto e vulnerabile.

Perché quando una guerra arriva a minacciare Kharg e Hormuz, non riguarda più solo il Medio Oriente.
Riguarda tutti.

 

Libano

Mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana, un secondo fronte continua ad allargarsi: il sud del Libano.

Nella notte nuovi raid israeliani hanno colpito diverse aree del Paese. Secondo il governo libanese e l’agenzia di stampa statale NNA, almeno quattro persone sono state uccise.

Uno degli attacchi ha colpito un appartamento in un edificio residenziale a Sidone, sulla costa meridionale. Le immagini mostrano il terzo piano dell’edificio devastato dalle fiamme mentre i soccorritori cercavano di spegnere l’incendio e i residenti scappavano in strada con quello che riuscivano a portare via.

Nelle ultime settimane Sidone è stata colpita più volte, e molti abitanti hanno già lasciato le loro case.

Più a sud-est, nel villaggio di Al-Qatrani, altre tre persone sono state uccise in un bombardamento. L’esercito israeliano afferma di aver colpito postazioni di lancio di Hezbollah e infrastrutture militari del movimento sciita sostenuto dall’Iran. Israele sostiene anche di aver distrutto centri di comando della forza Radwan, l’unità d’élite di Hezbollah.

Il movimento libanese ha risposto dicendo di aver preso di mira posizioni militari israeliane lungo il confine.

Secondo il ministero della Sanità libanese, dall’inizio dell’ultima fase della guerra, il 2 marzo, i bombardamenti israeliani hanno ucciso almeno 826 persone, tra cui 106 bambini.

La guerra è iniziata quando Hezbollah ha lanciato missili contro Israele dopo l’uccisione dell’ex guida suprema iraniana Ali Khamenei in un attacco israeliano.

Intanto cresce il timore di un’escalation ancora più ampia. Secondo il sito americano Axios, Israele starebbe valutando una grande offensiva terrestre per prendere l’intera area a sud del fiume Litani, una vasta fascia di territorio nel sud del Libano.

Nel frattempo le organizzazioni umanitarie lanciano l’allarme.
L’ONU stima che oltre 800 mila persone siano state sfollate in pochi giorni, quasi una persona su sette in tutto il Paese.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, in visita a Beirut, ha chiesto alla comunità internazionale di sostenere il Libano e ha ricordato che non esiste una soluzione militare, ma solo la diplomazia.

Dal canto suo, Israele potrebbe presto approvare la mobilitazione fino a 450 mila riservisti, mentre cresce il timore di una possibile offensiva terrestre in Libano.

Lo riferisce l’emittente pubblica israeliana KAN, secondo cui la misura farebbe parte dei preparativi militari per un eventuale ampliamento della guerra contro Hezbollah.

Attualmente il limite autorizzato dal governo israeliano è di circa 260 mila riservisti, fissato a gennaio. Il nuovo piano rappresenterebbe quindi un aumento significativo delle forze mobilitate.

La proposta dovrebbe essere presentata nelle prossime settimane al governo e alla commissione Esteri e Difesa della Knesset.

Le notizie arrivano mentre Israele continua i raid in Libano e valuta l’ipotesi di un’incursione di terra, che potrebbe aprire una nuova fase del conflitto nella regione.

E mentre voi ascoltate questo notiziario, io sto viaggiando proprio verso Beirut, per raccontare da vicino cosa succede quando una guerra non è più solo geopolitica, ma diventa la vita quotidiana delle persone.

 

Palestina e Israele

Un nuovo rapporto dell’organizzazione per i diritti umani Euro-Med Human Rights Monitor accusa l’esercito israeliano di aver distrutto o danneggiato il 93,5% dei cimiteri nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra.

Secondo l’organizzazione, che ha analizzato 62 cimiteri ufficiali nei cinque governatorati della Striscia, 39 sarebbero stati completamente distrutti mentre 19 risultano gravemente danneggiati. Solo quattro cimiteri resterebbero intatti.

Il rapporto sostiene che molte tombe siano state bulldozate o scavate durante le operazioni militari, cancellando luoghi di sepoltura e tracce delle comunità che vi erano sepolte. Euro-Med Monitor parla di violazione del diritto internazionale umanitario, perché i cimiteri e i resti dei defunti sono considerati beni protetti anche durante i conflitti armati.

La distruzione delle tombe, spiegano gli osservatori, non colpisce solo il patrimonio religioso o culturale, ma ha anche un forte impatto psicologico e simbolico sulle famiglie, che perdono i luoghi dove ricordare i propri morti e i legami con la propria storia.

Negli ultimi mesi varie indagini giornalistiche e analisi satellitari avevano già documentato cimiteri devastati e tombe scavate o distrutte durante le operazioni militari nella Striscia.

La guerra a Gaza, iniziata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, ha provocato una devastazione senza precedenti: secondo organizzazioni internazionali, gran parte delle infrastrutture civili, dei siti culturali e degli edifici della Striscia è stata distrutta o gravemente danneggiata.

E in una guerra che ha cancellato interi quartieri, ora — secondo questo rapporto — non vengono risparmiati nemmeno i morti.

E ancora, Gaza dove la fragile tregua continua a essere messa alla prova.

Un attacco aereo israeliano ha colpito un veicolo della polizia nella città di Zawaida, nel centro della Striscia, uccidendo otto agenti. Lo riferiscono fonti ospedaliere dell’Al-Aqsa Martyrs Hospital di Deir al-Balah.

Tra le vittime anche il capo della polizia del governatorato centrale, il colonnello Iyad Abu Yousef, secondo quanto dichiarato dal ministero dell’Interno di Gaza.

Nelle stesse ore un altro bombardamento ha ucciso quattro persone nel campo profughi di Nuseirat.

Gli attacchi arrivano nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre tra Israele e Hamas.

Il movimento islamista ha definito il raid una violazione dell’accordo, mentre una delegazione di Hamas si trova al Cairo per nuovi colloqui con i mediatori internazionali.

CISGIORDANIA: In Cisgiordania, nel villaggio di Tammun, quattro membri di una stessa famiglia palestinese sono stati uccisi durante un’operazione dell’esercito israeliano.

Secondo le autorità sanitarie palestinesi, le vittime sono Ali Khaled Bani Odeh, 37 anni, sua moglie Waad di 35 anni e due dei loro figli, di cinque e sette anni. Altri due bambini della famiglia sono rimasti feriti.

L’esercito israeliano afferma che le sue forze stavano conducendo un’operazione per arrestare persone sospettate di attività “terroristiche” e che un veicolo si sarebbe avvicinato rapidamente ai soldati, spingendoli ad aprire il fuoco perché percepito come una minaccia.

Uno dei figli sopravvissuti, Khaled, 12 anni, ha raccontato all’ospedale di aver sentito la madre piangere e il padre pregare prima che l’auto venisse colpita dai proiettili.

Nelle stesse ore, secondo il ministero della Sanità palestinese, un altro palestinese è stato ucciso in un attacco attribuito a coloni israeliani.

Organizzazioni per i diritti umani denunciano che, con la guerra regionale in corso, le violenze dei coloni in Cisgiordania stanno aumentando.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicato un video per smentire e ridicolizzare le voci circolate online sulla sua presunta morte durante la guerra con l’Iran.

Nel filmato, registrato in un caffè vicino a Gerusalemme, Netanyahu appare mentre beve un caffè e scherza sulle teorie diffuse sui social. A chi gli chiedeva dei rumor ha risposto ironicamente: “Dicono che sono morto? Io sto morendo… per il caffè.”

Il video mostra anche il premier che alza le mani davanti alla telecamera per dimostrare di avere cinque dita per mano, prendendo in giro alcune teorie complottiste che sostenevano che un suo recente discorso fosse stato generato con l’intelligenza artificiale.

Le voci sulla sua morte erano circolate soprattutto sui social e su alcuni media iraniani, nel pieno della guerra regionale iniziata dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio.

Con il video, Netanyahu ha voluto mostrare normalità e controllo mentre il conflitto continua ad allargarsi in Medio Oriente.

 

Kenya

Piogge torrenziali e inondazioni stanno colpendo il Kenya, causando almeno 62 morti nelle ultime settimane.

Secondo le autorità e la Croce Rossa kenyota, molte vittime si sono registrate soprattutto nelle zone più povere di Nairobi, dove la mancanza di sistemi di drenaggio e l’espansione urbana non regolamentata hanno aggravato l’impatto delle piogge.

I fiumi Nairobi e Ngong sono esondati, allagando diversi quartieri della capitale e causando forti disagi al traffico nel centro cittadino.

Le squadre di soccorso hanno salvato diverse persone rimaste intrappolate nelle case, mentre almeno 2 mila abitanti sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni.

Il governo invita chi vive nelle aree più basse a spostarsi verso zone più sicure.

E paradossalmente il Paese affronta anche una grave siccità, con oltre 3 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza alimentare.

 

Francia

A Parigi il candidato della sinistra Emmanuel Grégoire è arrivato in testa al primo turno delle elezioni municipali, davanti alla candidata conservatrice Rachida Dati, attuale ministra della Cultura.

La capitale francese si prepara quindi a un secondo turno molto combattuto, dopo che la sindaca uscente Anne Hidalgo ha deciso di non ricandidarsi, aprendo la gara per la guida della città dopo oltre un decennio di amministrazione socialista.

Grégoire, sostenuto da socialisti, ecologisti e altre forze della sinistra, punta a continuare le politiche urbane degli ultimi anni, tra trasformazione ecologica della città e interventi su casa e servizi.

La sfida di Parigi è osservata con attenzione in tutta la Francia: le elezioni municipali sono considerate un test politico importante in vista delle presidenziali del 2027, quando terminerà il mandato di Emmanuel Macron.

 

Irlanda del Nord

In Irlanda del Nord i servizi di salute mentale stanno affrontando quella che gli psichiatri definiscono una vera crisi del personale.

Un sondaggio del Royal College of Psychiatrists, condotto nei cinque sistemi sanitari regionali, mostra che il 29% dei posti da consulente psichiatrico è vacante o coperto da medici temporanei. Nel 2023 erano il 25%.

Secondo l’organizzazione, il problema è aggravato da anni di sottofinanziamento: l’Irlanda del Nord riceve meno fondi pro capite per la salute mentale rispetto al resto del Regno Unito.

La presidente regionale del College, Julie Anderson, avverte che dietro questi numeri ci sono persone vulnerabili che aspettano troppo a lungo per ricevere aiuto.

E senza interventi precoci, spiegano gli specialisti, il rischio è che i problemi peggiorino, aumentando ancora di più la pressione su un sistema sanitario già in difficoltà.

 

Ungheria

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha lanciato la campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 12 aprile, presentandole come una scelta tra pace e guerra.

Durante un comizio a Budapest, nel giorno della festa nazionale che ricorda la rivoluzione del 1848, Orbán ha attaccato l’Unione Europea e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, accusandoli di interferire nella politica ungherese.

Il governo di Budapest è infatti in pieno scontro con Kiev per la chiusura dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso l’Ungheria.

Ma questa volta Orbán non parte favorito come in passato.
Secondo diversi sondaggi, il leader dell’opposizione Péter Magyar, alla guida del partito Tisza, sarebbe avanti rispetto al partito di governo Fidesz.

Nel suo discorso Orbán ha ribadito la sua linea: “I nostri figli non moriranno per l’Ucraina, vivranno per l’Ungheria.”

 

Kazakistan

In Kazakhstan si è votato per un controverso referendum costituzionale che potrebbe rafforzare ulteriormente i poteri del presidente Kassym-Jomart Tokayev.

La nuova carta prevede cambiamenti importanti: tra questi un parlamento con una sola camera, la creazione di un nuovo Consiglio del Popolo con poteri legislativi e una maggiore capacità del presidente di nominare funzionari chiave dello Stato.

Il voto però si è svolto tra polemiche.
Secondo Radio Free Europe/Radio Liberty, durante la giornata elettorale si sono registrate restrizioni ai media e brevi fermi di giornalisti che stavano seguendo il referendum.

Organizzazioni per i diritti umani e diversi analisti avvertono che le riforme potrebbero ridurre i controlli sul potere presidenziale invece di rafforzare l’equilibrio tra le istituzioni.

Il risultato del referendum viene quindi osservato con attenzione: potrebbe segnare un ulteriore consolidamento del potere politico in uno dei Paesi più strategici dell’Asia centrale.

 

Afghanistan e Pakistan

Sale la tensione tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad ha dichiarato di aver lanciato raid contro strutture militari e presunti rifugi terroristici nel sud del Paese, nella provincia di Kandahar.

Secondo fonti di sicurezza pakistane, gli attacchi avrebbero colpito depositi di equipaggiamenti e un tunnel usato dai talebani afghani e dal Tehrik-i-Taliban Pakistan, il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati in Pakistan.

Residenti della zona hanno riferito di jet militari e forti esplosioni nella notte.

Il governo talebano però contesta la versione pakistana: il portavoce Zabihullah Mujahid sostiene che i raid abbiano colpito solo strutture civili, tra cui un centro di riabilitazione per tossicodipendenti.

Gli attacchi arrivano dopo che Islamabad ha accusato Kabul di aver lanciato droni contro obiettivi pakistani, compreso il quartier generale militare vicino a Islamabad.

Intanto gli scontri lungo il confine continuano. Secondo la missione ONU in Afghanistan, dall’escalation di fine febbraio almeno 75 civili sono stati uccisi e quasi 200 feriti.

 

Malesia

In Malesia orientale, nello stato di Sabah, circa 700 veicoli sono stati distrutti da un incendio scoppiato in un deposito.

Secondo il dipartimento locale dei vigili del fuoco, le fiamme sarebbero arrivate da un incendio boschivo vicino, propagandosi rapidamente fino all’area di stoccaggio.

I soccorritori sono riusciti a salvare circa 30 veicoli e a contenere il rogo prima che si estendesse ulteriormente.

Non si registrano vittime né feriti.

 

Vietnam

Quasi 79 milioni di elettori in Vietnam sono chiamati alle urne per scegliere i 500 membri della nuova Assemblea Nazionale. I candidati sono 864.

Il voto arriva due mesi dopo il congresso del Partito Comunista, che ha riconfermato To Lam come segretario generale, la carica più potente del Paese.

Dopo aver votato ad Hanoi, Lam ha definito l’elezione “una celebrazione nazionale” e ha parlato di sostegno popolare e stabilità.

In realtà il sistema politico vietnamita resta a partito unico: l’Assemblea ha un ruolo soprattutto legislativo e di ratifica delle decisioni prese dal partito.

Sul piano economico, però, il Vietnam continua a crescere rapidamente. Negli ultimi anni è diventato uno dei principali poli manifatturieri dell’Asia, attirando aziende che stanno spostando la produzione fuori dalla Cina.

Ora il governo punta ancora più in alto: crescita oltre il 10% annuo nei prossimi cinque anni, con più spazio al settore privato, alla tecnologia e alle industrie ad alto valore.

E con questo è tutto per oggi.

Il mondo continua a muoversi veloce, tra guerre che si allargano, crisi dimenticate e notizie che spesso passano sotto silenzio.

Domani torna il notiziario ingenere di Radio Bullets, per continuare a mettere insieme i pezzi di questo puzzle complicato che chiamiamo attualità.

Per oggi vi saluto qui. Io sono Barbara Schiavulli e mentre ascoltate queste parole sono in viaggio verso Beirut, dove cercheremo di raccontare da vicino cosa succede quando la geopolitica diventa la vita quotidiana delle persone.

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