15 maggio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Maggio 15, 2026

  • Africa: libertà di stampa in forte arretramento, giornalismo sempre più criminalizzato
  • Somalia e Ruanda, tra arresti, torture e morti sospette di chi dissente
  • Sudan in guerra: giornalisti nel mirino e informazione ridotta al silenzio
  • L’arte che sfida la censura e resiste oltre la morte
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto comprende la libertà di avere opinioni senza interferenze e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo e senza riguardo alle frontiere.

È il 10 dicembre del 1948, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e questo è l’articolo 19. La libertà di espressione era ancora un miraggio per buona parte del mondo, anche allora. Ma quel mondo che usciva dalla Seconda guerra mondiale, che aveva assistito ad ogni genere di orrore, cresciuto nei regimi che reprimevano la stampa libera ed ogni forma di dissenso, credeva che quello fosse l’obiettivo a cui tendere, il sogno a cui aspirare, per tutti. Libertà di espressione, diritto universale.

Il 2026, invece, è un anno di regressione, forse perché quel sogno, come tanti altri, come quello di una pace universale, il mondo sembra averlo dimenticato, mondo che non ricorda più il baratro in cui è sprofondato nel vicino Novecento.

La recentissima pubblicazione World Press Freedom Index di Reporters senza frontiere, ci dice che questa regressione è in atto ovunque, i Paesi africani occupano, però, tra le posizioni più basse. In Africa lo spazio per la stampa libera si restringe. È da qui che iniziamo, dalla fotografia del continente, per raccontarvi di chi, nonostante tutto, non tace, dei giornalisti, degli attivisti, degli artisti.

Andremo in Somalia per ascoltare le voci che neppure la prigione può silenziare, poi in Ruanda perché nel Paese che si racconta come miracolo africano, chi si oppone al regime rischia tutto, anche la vita. L’ha persa Aimable Karasira, in circostanze oscure. E ancora, in Sudan, dove i giornalisti sudanesi continuano ad essere gli unici occhi su una guerra dimenticata, a costo, anche lì, della vita.

Andremo quindi a Venezia, dove il coraggio di un’artista sudafricana sfida la censura sul genocidio a Gaza. E infine in Angola, per ascoltare la musica di libertà e resistenza che ha vinto la morte.

Oggi 15 maggio 2026

Libertà di stampa in Africa, mai così male

“La libertà di stampa non è mai stata così a rischio nell’Africa subsahariana”, scrive Reporter Senza Frontiere nel presentare i dati dell’ultimo World Press Freedom Index.

Un declino catalizzato da guerre, povertà, criminalizzazione del giornalismo. Male anche in Nord Africa, dove questo declino non è più “un fenomeno temporaneo, ma è diventato strutturale, determinato da dinamiche politiche, economiche e di sicurezza che si rinforzano le une con le altre”, spiegano i ricercatori.

Sono 180 i Paesi monitorati, e quelli africani occupano tra le ultime posizioni e sono in costante peggioramento. Scende di 19 posizioni l’Algeria, che è il 145° Paese meno libero del mondo: detenzioni, censura, minacce. Meno 8 per la Tunisia, dove le pressioni politiche e l’uso strumentale della giustizia stanno mettendo a dura prova la capacità del giornalismo di criticare le autorità. Malissimo la Libia, meglio soltanto il Marocco anche se al 105° posto, ma almeno nessun giornalista in più quest’anno è finito in prigione.

La libertà di stampa è “difficile” in 24 dei 48 paesi dell’Africa subsahariana e “molto grave” in cinque: Ruanda (139°), Etiopia (148°), Sudan (161°), Gibuti (167°) ed Eritrea (180°), l’ultimo nel mondo.

E sono 25 anni che Dawit Isaak, con i colleghi Temesgen Ghebreyesus, Seyoum Tsehaye e Amanuel Asrat, è in carcere in Eritrea, nella più lunga detenzione di giornalisti nel mondo.

La tendenza che rilevano i ricercatori è quella verso una crescente criminalizzazione del giornalismo, ovvero l’”utilizzo delle leggi sulla sicurezza nazionale e sulla sicurezza informatica come arma contro i giornalisti”, scrive RSF. In particolare nei Paesi del Sahel, dove le giunte militari “hanno ridotto lo spazio civico e distorto le leggi… I regimi militari detengono arbitrariamente i giornalisti con accuse quali “diffusione di false informazioni”, “minaccia alla credibilità nazionale” o “diffusione di notizie che potrebbero turbare l’ordine pubblico. Almeno cinque giornalisti sono detenuti in Niger, uno in Mali e due – Serge Oulon e Moussa Sareba – risultano dispersi in Burkina Faso. A ciò si aggiunge la sospensione di organi di stampa da parte delle autorità, nel tentativo di controllare la narrazione della stampa”, prosegue l’analisi di RSF.

La repressione in molti Paesi è giustificata proprio da ragioni di sicurezza, lì dove la guerra genera ogni possibile violazione dei diritti umani: fuggono i giornalisti dall’est dellla repubblica democratica Congo, stretta sulla stampa in Etiopia, ucciso il giornalismo indipendente in Sudan. E perdono 22 posizioni la Tanzania, un tempo tra i Paesi più liberi, così come il Benin: -22 e -21.

Una buona notizia arriva però dal Burundi: Sandra Muhoza, condannata nel 2024 a 21 mesi di reclusione, “è ora libera, nonostante una condanna ingiusta”, racconta RSF.

Somalia, voci dietro le sbarre

Lei si chiama Sadia, lui Mohamed. Le loro storie arrivano e s’incontrano in una prigione somala. Lei, una conducente di risciò di 27 anni arrestata per aver partecipato a una manifestazione pacifica, per aver usato la sua voce contro il governo. Lui, un giornalista di The Guardian arrestato insieme a dei colleghi. Lui ha raccolto la voce di Sadia dal carcere.

«Sono stata torturata. Sono stata costretta a sdraiarmi a faccia in giù sul pavimento e mi hanno versato addosso dell’acqua. Sono stata presa a calci dalle guardie con gli stivali. Mi stavano sopra e mi picchiavano con un manganello … Sono stata messa in isolamento e tenuta lì per due giorni. Sono stata privata del cibo e dei beni di prima necessità mentre ero rinchiusa in quella cella. Non mi era permesso uscire nemmeno per andare in bagno”, è ciò che Sadia ha detto a Mohamed. Racconta di essere stata torturata per aver denunciato il suo arresto alla stampa. Ad aprile, la sua storia era finita su una testata locale, Shabelle Media. Parla dalla “cella della morte”. “Si dice che il pavimento sia cosparso di olio motore e sale e ricoperto di feci. Misura circa due metri quadrati ed è estremamente calda. Il fetore è insopportabile e ha provocato vomito in diverse persone, di cui si racconta”, riporta ancor aThe Guardian.

È una ragazza, un’attivista, Sadia, che usa i social, Facebook e TikTok, per rompere il silenzio su quelli che denuncia come casi di corruzione e nepotismo, per parlare della disoccupazione dei giovani, del costo della vita, delle tasse, degli sfratti forzati. È per questo che è finita dietro le sbarre.

Gli uomini sono stati aggrediti e prelevati in un ristorante della capitale dalle unità antiterrorismo della polizia, rilasciati la mattina del giorno dopo. “I media e i parlamentari hanno affermato che gli arresti sono illegali e politicamente motivati. Essi si inseriscono in un contesto di crescente repressione, mentre cresce la rabbia dell’opinione pubblica nei confronti del governo e il mandato presidenziale si concluderà il 15 maggio”, scrive la testata britannica.

L’arresto di Mohamed Bulbul, sarebbe dipeso dai suoi articoli su Sadia Moalim Ali, ma anche dalle posizioni assunte contro le violazioni dei diritti umani compiute dalle forze di sicurezza.

Anche gli altri due giornalisti, erano già stati vittime di intimidazioni e minacce. “Il loro arresto è avvenuto in un momento di forte pressione politica in vista delle proteste programmate per domenica”, prosegue The Guardian.

La Somalia è la 126ª nel World Press Freedom Index su 180 paesi. E dal 2022, nel Paese è in atto una crescente repressione che colpisce giornalisti, attivisti, dissidenti.

La repressione del dissenso in Ruanda

La scarcerazione di Aimable Karasira era prevista per il 6 maggio. Ad uscire dalla galera ruandese è stato, però, solo il suo corpo. Accademico, critico contro il governo di Paul Kagame, secondo il servizio penitenziario ruandese sarebbe morto per un’overdose di farmaci. Karasira “ha ingerito grandi quantità di medicinali che gli erano stati prescritti per una patologia preesistente”, ha dichiarato un portavoce alla stampa locale.

“Il processo e la detenzione di Karasira sono emblematici della repressione del dissenso e della libertà di espressione in Ruanda. La sua morte si aggiunge alla lista di sparizioni e morti sospette di presunti critici e oppositori del governo, e l’incapacità delle autorità di garantire giustizia in questi casi invia un messaggio deliberatamente agghiacciante”, scrive l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.

Secondo Clémentine de Montjoye, ricercatrice nella zona dei Grandi Laghi, esistono molte ragioni per mettere “in discussione le circostanze della morte” di Karasira. Da tempo l’accademico era vittima di pressioni e minacce, iniziate nel 2020, dopo la pubblicazione su un canale YouTube di un video in cui raccontava la morte dei suoi genitori durante il genocidio del 1994, uccisi dal Fronte Patriottico Ruandese (FPR), il partito oggi al potere. Minacce, intimidazioni da parte delle autorità, per smettere di pubblicare o per pubblicare contenuti falsi sull’opposizione al regime, fino all’arresto nel 2021, con l’accusa “di negazionismo e giustificazione del genocidio, nonché di incitamento al divisionismo”, reati in Ruanda. Poi, torture, maltrattamenti e negazione delle cure, prosegue HRW. In attesa della fine del processo, aveva già scontato quattro anni.

Human Rights Watch chiede un’indagine indipendente sulla morte di Karasira, in un Paese dove la repressione è crescente: “Karasira è solo l’ultimo critico del governo a morire in circostanze sospette”, ha dichiarato de Montjoye.

Sudan: tre anni di guerra, tre anni di silenzio

Adam Issac Minan è un giornalista della North Darfur State Radio and Television Corp. Il 5 aprile è stato prelevato a Kutum insieme a suo fratello. Trasferito nella prigione di El Fasher e poi nel carcere di Nyala, nel Darfur meridionale. Almeno questo è ciò che si dice. Perché della sorte di Adam non si sa nulla, se non che è nelle mani delle Rapid Support Forces, il gruppo paramilitare che da tre anni combatte una devastante guerra civile contro l’esercito sudanese.

Condivide la sorte di almeno otto giornalisti. Scomparsi, secondo il Committee to Protect Journalists. Tra loro, Muammar Ibrahim, giornalista freelance e collaboratore di Al Jazeera, e tre giornaliste, Mawaheb Ibrahim, Zahraa Mohammed al-Hassan e Ishraqah Abdulrahman.

“Le RSF devono rivelare immediatamente dove si trova Minan, garantirne il rilascio in sicurezza e consentire ai giornalisti di lavorare liberamente senza timore di rapimenti”, ha detto Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ.

Silenzio e impunità: è questa la guerra del Sudan. L’arresto di Adam è l’ennesimo caso nel continuo assalto contro la libertà di stampa.

Voci costrette a tacere in un conflitto armato che si consuma in un pressoché totale blackout mediatico.

“Gli scontri tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno trasformato il Paese in uno degli ambienti più pericolosi e letali al mondo per la stampa, dove raccontare la verità comporta il costante rischio di incarcerazione, scomparsa o morte”, scrive CPJ.

Eppure, loro, i giornalisti sudanesi, continuano a raccontare e sono gli unici occhi del mondo su quell’orrore che è la più devastante crisi umanitaria del Pianeta.

Giornalisti sempre sotto minaccia, sempre in pericolo. “Negli ultimi tre anni, gli attacchi alla stampa si sono intensificati e si sono evoluti fino a includere omicidi, sparizioni forzate, arresti e violenze di genere. Le crescenti violazioni, come l’uso della fame e delle aggressioni sessuali da parte di RSF e il ricorso sempre maggiore ad arresti e vessazioni legali da parte delle SAF, hanno ulteriormente ridotto lo spazio, già in declino, per il giornalismo indipendente”, prosegue.

Minacce che arrivano anche dalle Forze armate, non solo dai paramilitari. Il modello è ricorrente: intimidazioni, detenzioni, testate sospese e “meccanismi legali per mettere a tacere i giornalisti”.

Almeno 16 i giornalisti uccisi, per quanto sia possibile sapere. Tante testate hanno dovuto chiudere, in molti sono stati costretti a fuggire, a lasciare il Paese. «La libertà di stampa è al suo punto più basso. Eppure chi è al potere teme le parole più dei proiettili, e i giornalisti sudanesi continuano a rischiare la vita per documentare una popolazione che semplicemente merita di vivere», ha dichiarato a CPJ Raghdan Orsud, cofondatore della piattaforma di notizie locale indipendente Beam Reports.

Arte che resiste

L’arte non teme divieti, censure, processi. Si prende il suo spazio, reclama il diritto di essere libera. Lo fa a Venezia, in una chiesa, grazie al coraggio e alla visione di Gabrielle Goliath, artista sudafricana che avrebbe dovuto rappresentare il suo Paese alla Biennale d’Arte.
La sua Elegy, installazione video e sonora, opera che l’artista sviluppa da più di un decennio, è stata definita dal ministro della Cultura Gayton McKenzie “altamente divisiva” per aver aggiunto una voce che si vorrebbe in silenzio. I canti e i respiri con cui Goliath narra il lutto, commemorano Heba Abunada, poetessa palestinese uccisa a Gaza nell’ottobre del 2023 da un raid israeliano a Khan Yunis. Insieme a lei, ci sono le ‘voci’ della studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, stuprata e uccisa nel 2015, e due donne Nama assassinate durante la colonizzazione tedesca della Namibia.
Il ministro ha chiesto a Goliath di rimuovere la voce di Heba. Il diniego ha scatenato una controversia legale tra l’artista e il governo, e la cancellazione della partecipazione sudafricana all’esibizione, nonostante il ricorso in tribunale di Goliath – che ha parlato di «interferenza politica pura e semplice» – sia poi finito in un’archiviazione.
Elegy, però, verrà esposta comunque, in modo indipendente, nella Chiesa di Sant’Antonin in Castello. Lì, in quella chiesa, l’arte parlerà al mondo di libertà e di diritti, non lontano all’Arsenale, dove invece il padiglione del Sudafrica resterà un’assenza, un vuoto. Al mondo, questa volta, la Biennale ricorderà che l’arte che s’inchina al potere smette di assolvere il suo ruolo.
“Artisti, scrittori, accademici e istituzioni si sono mobilitati a sostegno dell’opera, e due fondazioni principali – la Fondazione Bertha e la Fondazione Kamel Lazaar – hanno deciso di permetterne l’esistenza qui a Venezia, in una sede diversa, come padiglione sudafricano informale”, ha dichiarato Lina Lazaar, fondatrice di Ibraaz, spazio per l’arte e la cultura del Medio Oriente e del Nord Africa, a The National.
«La nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi», ha affermato Laura Horwitz, CEO della Bertha Foundation, riprendendo le parole di Nelson Mandela come ricorda Exibart. «Elegy di Gabrielle Goliath dà voce a questa consapevolezza. Mentre il Padiglione Sudafricano resterà ora vuoto, Elegy sarà presentato nelle vicinanze nel “Not the South Africa Pavilion”, come testimonianza dell’eredità dei sudafricani che da tempo lottano per la libertà di tutti i popoli», ha aggiunto.

Musica, oltre la morte e la censura. Invito all’ascolto. Udenge Uami di David Zé 

La musica di Davi Zé ha vinto la morte, la censura, l’oblio a cui la guerra e la violenza condannano le più preziose memorie. La sua arte è resistenza, testimonianza e chiede di continuare a lottare per le libertà, i diritti, la pace. David Zé, David Gabriel José Ferreira, è stato un musicista angolano, maestro della sintesi di tante anime: bolero, rumba, semba, merengue. Maestro nel fare di quella mescolanza, impegno. La sua arte sfidò il dominio coloniale portoghese, cantò l’identità della sua terra, fu voce di una nuova generazione e per quella terra, per quella musica, per quella generazione pagò il prezzo più alto. Voce del Movimento popolare di liberazione dell’Angola, artista culto dopo l’indipendenza, nel 1975.

Due anni dopo, quella fedeltà non bastò a salvargli la vita. Nel 1977, un tentativo fallito di colpo di stato da parte di una fazione dell’MPLA, scatenò la violenta repressione del governo di Agostinho Neto che finì per colpire molti innocenti. Un caos. Davi Zé viene rapito insieme ai musicisti Urbano de Castro e Artur Nunes. Poi, assassinato. Le circostanze della sua morte non furono mai chiarite. Da allora, la sua musica è stata bandita dalle radio per oltre un decennio. Mai dimenticata, però, e riscoperta solo con il nuovo millennio.

Nel 2025, dopo un lavoro lunghissimo, un estenuante ricerca delle registrazioni, l’album Mutudi Ua Ufolo/Viuva Da Liberdade, ha avuto la sua prima vera pubblicazione.

 

Olivier Rosset del gruppo musicale “nomade digitale” Sounds Like Now, racconta a OkayAfrica come ci si è arrivati: “In Portogallo, trovò (dei dischi), tra cui una rarità di Zé del 1975 … Si mise alla ricerca della famiglia, contattò la radio nazionale angolana e cercò di raggiungere persone che potessero saperne di più sul disco. “Non riuscivo a trovare nessuno e nessuno voleva parlare con me”, ricorda. Gli dissero che nessuno in Angola voleva avere niente a che fare con quel disco”. Da lì inizia la ricerca, della famiglia e della musica. “Non avevamo il master. Questo album è stato registrato in una sola notte alla Radio Nazionale dell’Angola, usando apparecchiature di registrazione sovietiche che avevano un suono metallico, con molto riverbero, probabilmente a causa di come era configurato lo studio”, racconta. Cercano vinili, che sono tutti graffiati, ne mettono insieme diciassette per “ritrovare” la musica di Zé. Poi, rimesso insieme tutto, è stato un software di intelligenza artificiale a riparare i “danni” inflitti dal tempo e restituirci la sua musica.

Ed è con invitandovi ad ascoltare quest’album prezioso che vi salutiamo oggi. Vi ringraziamo per essere stati con noi. Vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.

Musica: Kind David – Ponds5

Foto di copertina: Ayanfe Olarinde su Unsplash

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