13 maggio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Maggio 13, 2026
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- Iran e Usa: tregua appesa a un filo
- La premio Nobel Narges Mohammadi è in condizioni critiche
- Libano: cessate il fuoco assassino
- Gaza: la guerra oltre le bombe
- Haiti, la violenza cancella ancora le elezioni
- Europa e Talebani, il dialogo sulle deportazioni
- Sudan, quasi 50 mila sfollati nel Blue Nile
- Bruxelles, piazza contro il governo e contro Israele all’Eurovision
- Uganda, Museveni giura per il settimo mandato
- Argentina, università in piazza contro Milei
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Iran e il cessate il fuoco
Donald Trump dice che la tregua con l’Iran è “attaccata ai macchinari”, praticamente in terapia intensiva. Parlando ai giornalisti, il presidente americano ha definito “spazzatura” l’ultima proposta arrivata da Teheran, sostenendo che le concessioni sul nucleare “non sono neanche lontanamente sufficienti”. Ma mentre Washington parla di diplomazia, il mercato globale continua a muoversi come se la guerra fosse tutt’altro che finita.
Teheran infatti alza i toni. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha avvertito che le forze armate sono pronte a rispondere a “qualsiasi aggressione americana”, aggiungendo che gli Stati Uniti “saranno sorpresi”. E non è solo retorica: un membro della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale ha detto apertamente che, se il conflitto dovesse riprendere, l’Iran potrebbe valutare l’arricchimento dell’uranio al 90%, cioè il livello necessario per un’arma nucleare.
Nel frattempo però, il dossier nucleare viene quasi messo in pausa. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha spiegato che “la questione dell’uranio sarà discussa più avanti”, perché la priorità, adesso, è fermare la guerra. Teheran ha anche appoggiato formalmente il piano di pace in quattro punti proposto dalla Cina di Xi Jinping, basato su sovranità nazionale, diritto internazionale e sicurezza condivisa. Segnale interessante: mentre gli Stati Uniti minacciano, Pechino prova a ritagliarsi il ruolo di mediatore globale.
Ma il vero centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz. Anche senza combattimenti diretti, la chiusura del passaggio sta scuotendo l’economia mondiale. I costi delle spedizioni sono esplosi persino su rotte che con il Medio Oriente non hanno nulla a che vedere, come quella tra Europa del Nord e costa Est degli Stati Uniti. Gli analisti parlano di una crisi che “si è globalizzata”.
Il capo di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha definito quanto sta accadendo “il più grande shock energetico della storia moderna”. Secondo lui, il mercato ha già perso l’equivalente di 880 milioni di barili di petrolio. E anche se Hormuz riaprisse domani, ci vorrebbero mesi per riequilibrare il sistema.
Negli Stati Uniti, intanto, la guerra si sente alla pompa di benzina. Il prezzo medio del carburante ha superato i 4 dollari e mezzo al gallone, e secondo la Brown University gli americani hanno già pagato oltre 37 miliardi di dollari in costi extra tra benzina e diesel dall’inizio del conflitto. Trump allora propone di sospendere temporaneamente le tasse federali sul carburante, mentre i repubblicani al Congresso preparano una legge per congelarle per 90 giorni.
E Washington sta già svuotando le proprie riserve strategiche di petrolio: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno effettuato il più grande rilascio di greggio d’emergenza della loro storia. Ma gli analisti avvertono che i margini si stanno assottigliando e che il sistema regge solo grazie a soluzioni temporanee.
Intanto emergono dettagli sempre più inquietanti sulla guerra ombra nel Golfo. Secondo il Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito segretamente l’Iran anche dopo l’annuncio della tregua di Trump, bombardando una raffineria sull’isola iraniana di Lavan. E Israele avrebbe inviato batterie Iron Dome e personale militare negli Emirati per difenderli dagli attacchi iraniani. Un’alleanza ormai sempre meno silenziosa, mentre il Golfo si trasforma sempre più nel fronte invisibile di una guerra che nessuno vuole chiamare mondiale.
La guerra con l’Iran è costata finora agli Stati Uniti almeno 29 miliardi di dollari. La cifra è stata presentata al Congresso dai vertici del Pentagono durante le audizioni sul bilancio della Difesa, ed è già molto più alta rispetto ai 25 miliardi stimati appena due settimane fa.
Secondo il Dipartimento della Difesa, il conto comprende operazioni militari, mantenimento delle truppe nella regione e sostituzione di equipaggiamenti danneggiati. Ma i funzionari avvertono che il costo reale potrebbe crescere ancora, perché non include eventuali ricostruzioni di basi militari colpite durante il conflitto.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito la tregua “molto fragile”, spiegando che Washington è pronta sia a un’escalation sia a un ritiro rapido. E mentre aumentano le preoccupazioni sulle scorte militari americane, il Pentagono insiste: le munizioni non sono esaurite. Ma la guerra, intanto, continua a svuotare miliardi.
Iran
I media iraniani hanno confermato oggi che una lieve scossa di terremoto di magnitudo 3.0 sulla scala Richter ha colpito la capitale, Teheran. Il sisma ha causato un’ondata di ansia tra i residenti, in particolare nei quartieri vicini all’epicentro, sebbene finora non siano state segnalate vittime né danni materiali significativi.
Restano gravissime le condizioni di Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace iraniana detenuta per anni nelle carceri della Repubblica islamica. Dopo un malore e un presunto infarto avvenuto nel carcere di Zanjan, le autorità l’hanno rilasciata temporaneamente su cauzione per motivi medici, ma la famiglia denuncia che avrebbe rischiato di morire.
Il fratello Hamidreza Mohammadi ha raccontato che la dissidente è stata trasferita d’urgenza a Teheran dopo dieci giorni in terapia intensiva e che i medici non sono ancora in grado di formulare una prognosi definitiva. Soffre di gravi problemi cardiaci e avrebbe perso oltre venti chili negli ultimi mesi di detenzione.
Più di 110 premi Nobel hanno firmato un appello urgente chiedendo il rilascio definitivo dell’attivista, accusando il regime iraniano di usare la malattia dei prigionieri politici come arma silenziosa di repressione. Narges Mohammadi aveva ricevuto il Nobel per la Pace nel 2023 per la sua lunga battaglia a favore dei diritti umani e delle donne in Iran.
Libano
In Libano la chiamano tregua, ma i numeri raccontano altro. Dal 2 marzo, secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 2.882 persone e ferito quasi 8.800. Tra loro oltre 200 bambini morti e quasi 800 feriti. E il dato più inquietante è che almeno 380 persone sono state uccise proprio dopo l’annuncio del cessate il fuoco del 17 aprile.
Nelle ultime ore gli attacchi sono continuati senza sosta. A Nabatieh, nel sud del paese, un raid israeliano ha colpito una squadra della protezione civile mentre tentava di soccorrere un ferito. Due paramedici sono stati uccisi, una soccorritrice è rimasta ferita e anche la persona che stavano cercando di salvare è morta poco dopo. Il ministero della Salute libanese ha parlato di crimini “che non si cancellano col tempo”.
Altri raid hanno colpito Jibchit, dove droni israeliani hanno ucciso tre persone e ferito altre quattro. A Tayr Debba un missile ha centrato una motocicletta: morto un cittadino siriano, ferita la moglie. Durante la notte, invece, i caccia israeliani hanno bombardato una casa a Kfardounine: sei morti e sette feriti.
Solo lunedì almeno 14 persone sono state uccise nel sud del Libano. Tra loro Najia Rammal, 78 anni, e suo nipote Fadl, di appena undici anni, morti sotto le macerie della loro casa ad Abba. A Zibdin un drone ha colpito un’abitazione uccidendo due lavoratori bengalesi e un operaio siriano. Poche ore prima, nello stesso villaggio, era stato colpito anche un furgone municipale che distribuiva pane.
L’ONU lancia l’allarme: oltre cento attacchi israeliani in sole 24 ore. Il coordinatore umanitario Tom Fletcher ha scritto che “quello di cui la popolazione ha bisogno è un vero cessate il fuoco”. Ma sul terreno succede il contrario. A Srifa è stato colpito un centro sanitario gestito da volontari autorizzati dall’UNIFIL, la forza ONU in Libano: almeno un soccorritore ucciso e cinque feriti.
E mentre il sud del Libano continua a bruciare, Hezbollah rivendica venti operazioni contro le forze israeliane in un solo giorno, sostenendo di aver distrutto carri armati, bulldozer militari e postazioni israeliane lungo il confine. Segno che la tregua esiste soprattutto nei comunicati diplomatici, molto meno nella realtà delle persone che continuano a vivere — e morire — sotto le bombe.
Palestina e Israele
A Gaza si continua a morire anche nei giorni in cui il mondo parla di tregua. Nelle ultime 24 ore due palestinesi sono stati uccisi e dieci feriti, ma il bilancio totale dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, ha ormai superato i 72.700 morti e 172 mila feriti, secondo il ministero della Salute palestinese. E c’è un altro dato che pesa come un macigno: dal primo giorno del cosiddetto cessate il fuoco, l’11 ottobre, Israele ha ucciso almeno 856 palestinesi. Altri 770 corpi sono stati recuperati sotto le macerie.
Lunedì quattro palestinesi sono stati uccisi in diversi attacchi nella Striscia. Due sono stati colpiti da soldati israeliani a Khan Younis e nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Altri due corpi sono stati recuperati vicino al corridoio di Netzarim dopo un bombardamento d’artiglieria.
Ma la violenza non si ferma a Gaza. In Cisgiordania, nel campo profughi di Qalandiya, le forze israeliane hanno ucciso un uomo palestinese di trent’anni durante un raid. Secondo le Nazioni Unite, almeno 44 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dall’inizio del 2026.
Intanto l’Unione Europea ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni contro coloni israeliani e organizzazioni dell’estrema destra coinvolte nelle violenze nei Territori occupati. Tra i nomi colpiti anche Daniela Weiss e il movimento Nachala. Il pacchetto era bloccato da oltre un anno e mezzo dall’Ungheria di Viktor Orbán.
Ma le accuse più pesanti arrivano da nuove testimonianze pubblicate dal New York Times e da organizzazioni palestinesi per i diritti dei detenuti. Ex prigionieri palestinesi raccontano violenze sessuali sistematiche, torture, fame e abusi nelle carceri israeliane.
Un giornalista freelance palestinese ha raccontato di essere stato picchiato, denudato e aggredito sessualmente dalle guardie. Un agricoltore detenuto senza accuse sostiene di essere stato violentato con un manganello metallico mentre le guardie ridevano. Una giovane donna palestinese ha denunciato minacce di stupro contro lei, sua madre e sua nipote durante l’arresto. Un altro giornalista di Gaza racconta di essere stato aggredito da un cane della polizia mentre gli agenti fotografavano la scena.
Secondo le associazioni palestinesi, oltre 1.200 detenuti di Gaza sono trattenuti con la definizione di “combattenti illegali”, senza accuse formali e fuori da ogni controllo internazionale.
Nel frattempo Israele continua a irrigidire anche il proprio sistema giudiziario. La Knesset ha approvato la creazione di un tribunale speciale per i palestinesi accusati di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre. I gruppi per i diritti umani denunciano che il provvedimento permetterà processi di massa, uso di prove ottenute sotto coercizione e persino la pena di morte.
E mentre il governo Netanyahu mostra il pugno duro verso l’esterno, al suo interno la coalizione vacilla. I partiti ultraortodossi minacciano di far cadere il governo dopo il rifiuto del premier di approvare una legge che esenti i giovani religiosi dal servizio militare obbligatorio. Alcuni partiti d’opposizione hanno già presentato proposte per sciogliere il Parlamento.
Anche i vertici della sicurezza israeliana si stanno spaccando. Il capo uscente del Mossad ha scritto alla Corte Suprema accusando il candidato scelto da Netanyahu per sostituirlo di aver gestito operazioni illegali e potenzialmente dannose per l’intelligence israeliana.
Una commissione civile indipendente israeliana ha pubblicato uno dei rapporti più dettagliati finora realizzati sulle violenze sessuali commesse durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 da Hamas e altri gruppi armati palestinesi.
Il documento, lungo oltre 300 pagine, parla di violenze “sistematiche e diffuse”, sostenendo che stupri, aggressioni sessuali e torture furono usati come arma per “massimizzare dolore e sofferenza”. L’indagine si basa su centinaia di interviste filmate, migliaia di fotografie e video raccolti dai luoghi degli attacchi e da materiale ufficiale israeliano.
Il rapporto descrive violenze avvenute al festival Nova, nei kibbutz e nelle basi militari attaccate, ma anche abusi subiti dagli ostaggi durante la prigionia. Hamas ha sempre negato che siano avvenute violenze sessuali, ma anche un’inchiesta delle Nazioni Unite aveva già parlato di “fondati motivi” per credere che stupri e aggressioni siano stati commessi.
Gli autori sostengono che le prove raccolte potrebbero essere usate in futuri procedimenti giudiziari internazionali e insistono sulla necessità di costruire una memoria storica di quanto accaduto. Il 7 ottobre resta il giorno più sanguinoso della storia israeliana recente, ma ha anche aperto la strada alla guerra più devastante mai combattuta a Gaza.
Turchia e Siria
La Turchia ha riaperto ai civili uno dei principali valichi di frontiera con la Siria dopo dodici anni di chiusura. Il passaggio di Akçakale, nel sud-est turco, era stato chiuso nel 2014 a causa della guerra civile siriana ed era rimasto operativo solo per gli aiuti umanitari.
La riapertura è un nuovo segnale del riavvicinamento tra Ankara e Damasco dopo la caduta di Bashar al-Assad nel 2024 e l’arrivo al potere del governo di transizione guidato da Ahmed al-Sharaa.
Negli ultimi mesi la Turchia ha riaperto anche l’ambasciata a Damasco, mentre gli scambi economici tra i due paesi sono tornati a crescere rapidamente.
Sudan
In Sudan quasi 50 mila persone sono state costrette a fuggire nello stato del Blue Nile dall’inizio del 2026. Lo riferisce l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, parlando di oltre 9.800 famiglie sfollate a causa dei combattimenti nella regione sudorientale del paese.
La maggior parte delle persone in fuga arriva dalle aree di Kurmuk, Bau e Geissan, mentre migliaia si sono riversate nella capitale statale Damazin. Secondo l’OIM, il 78% degli sfollati vive in rifugi improvvisati, altri sono ospitati in scuole o edifici pubblici.
Nel Blue Nile continuano gli scontri tra esercito sudanese, Rapid Support Forces e il movimento ribelle SPLM-North, che da anni chiede maggiore autonomia regionale.
Dal 2023 la guerra civile tra esercito e paramilitari ha trasformato il Sudan in una delle peggiori crisi umanitarie del mondo: decine di migliaia di morti e circa 13 milioni di sfollati.
Uganda
In Uganda Yoweri Museveni ha giurato per il suo settimo mandato consecutivo da presidente, estendendo un potere che dura ormai dal 1986. A 81 anni, Museveni resterà in carica almeno fino al 2031, dopo la vittoria alle contestate elezioni di gennaio.
La cerimonia si è svolta nella capitale Kampala sotto imponenti misure di sicurezza, con mezzi blindati e una grande parata militare guidata dal figlio del presidente, il generale Muhoozi Kainerugaba, considerato da molti il possibile successore politico della famiglia Museveni.
L’opposizione, guidata da Bobi Wine, ha boicottato l’insediamento definendo il voto “fraudolento” e denunciando intimidazioni, arresti e repressione durante la campagna elettorale. Organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti hanno espresso forti dubbi sulla regolarità delle elezioni.
Belgio
A Bruxelles una giornata di proteste ha riempito le strade della capitale belga. Tra 40 e 70 mila persone hanno manifestato contro le riforme del governo guidato dal premier nazionalista fiammingo Bart De Wever, accusato dai sindacati di portare avanti politiche “antisociali”.
Al centro della protesta pensioni, costo della vita e salari, mentre l’aumento dei prezzi dell’energia legato alla guerra in Medio Oriente continua a pesare sulle famiglie europee. I sindacati denunciano anche gli attacchi al sistema automatico di adeguamento degli stipendi all’inflazione. La mobilitazione ha paralizzato parte del paese: trasporti pubblici ridotti e tutti i voli cancellati all’aeroporto di Charleroi.
Dentro questo clima di tensione sociale si è inserita anche la protesta contro la partecipazione di Israele all’Eurovision. Davanti alla sede della televisione pubblica RTBF, manifestanti con bandiere palestinesi hanno accusato l’emittente e l’European Broadcasting Union di “complicità”, ricordando che la Russia fu esclusa dal concorso dopo l’invasione dell’Ucraina mentre Israele continua a partecipare nonostante la guerra a Gaza.
Europa e i talebani
L’Unione Europea starebbe preparando un incontro senza precedenti con funzionari talebani a Bruxelles per discutere il rimpatrio di migranti afghani verso l’Afghanistan controllato dai Talebani. Lo rivela Reuters, spiegando che il confronto avverrebbe a livello tecnico e sarebbe stato richiesto da diversi Stati membri.
Secondo la Commissione europea, i colloqui riguarderebbero soprattutto persone considerate una minaccia per la sicurezza, precisando però che questo non significa un riconoscimento ufficiale del governo talebano.
La notizia ha però provocato dure reazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Molti attivisti accusano l’Europa di rischiare di diventare complice di violazioni gravissime, rimandando persone in un paese dove donne e ragazze sono private di libertà fondamentali e dove oltre 17 milioni di persone soffrono insicurezza alimentare.
Dal ritorno al potere dei Talebani nel 2021, centinaia di migliaia di afghani hanno cercato asilo in Europa. E mentre Bruxelles mantiene formalmente sanzioni e distanze diplomatiche, la Russia di Putin ha già aperto rapporti diretti con Kabul, definendo i Talebani un alleato strategico nella regione.
Regno Unito
Il primo ministro britannico Keir Starmer prova a resistere alla tempesta politica che sta travolgendo il suo governo dopo le pesanti sconfitte subite dal Partito Laburista alle elezioni locali.
Martedì Starmer ha detto ai suoi ministri che si assume la responsabilità del risultato, ma che non ha alcuna intenzione di dimettersi. “Il paese si aspetta che governiamo”, ha dichiarato, aggiungendo che nessuna procedura formale per sostituirlo è stata avviata.
Ma la pressione interna cresce rapidamente. Una giovane ministra del suo governo, Miatta Fahnbulleh, si è dimessa chiedendogli apertamente di “fare la cosa giusta per il paese” e preparare un passo indietro. Secondo il Telegraph, anche sei ministri di peso starebbero valutando di chiedere le dimissioni del premier.
Segnale di una leadership sempre più fragile, mentre il Labour rischia di entrare in crisi proprio nel momento in cui avrebbe dovuto consolidare il potere dopo anni di opposizione.
Ucraina e Russia
Unione Europea e Regno Unito hanno imposto nuove sanzioni coordinate contro istituzioni e funzionari russi accusati di aver deportato e indottrinato migliaia di bambini ucraini dall’inizio della guerra.
Bruxelles ha colpito 23 persone ed enti statali, mentre Londra ha annunciato un pacchetto ancora più ampio contro 85 individui e organizzazioni. Circa un terzo delle misure riguarda direttamente il programma russo di trasferimento forzato e militarizzazione dei minori ucraini.
Secondo l’Unione Europea, dalla grande invasione del febbraio 2022 la Russia avrebbe deportato quasi 20.500 bambini ucraini. Bruxelles definisce queste pratiche “gravi violazioni del diritto internazionale”, mentre il tema dei minori deportati continua a essere uno dei dossier più pesanti nelle accuse internazionali contro Mosca.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti la guerra con l’Iran ormai si sente ovunque, soprattutto nei supermercati e alle pompe di benzina. L’inflazione ad aprile è salita al 3,8% rispetto a un anno fa, spinta soprattutto dall’aumento dell’energia. La benzina costa oltre il 28% in più rispetto al 2025 e anche il cibo continua a rincarare. Gli economisti parlano di una vera stretta economica sulle famiglie americane: per la prima volta da tre anni, gli aumenti salariali non riescono più a compensare l’inflazione.
Intanto cresce anche la tensione politica e sociale. In New Jersey sorprende la corsa di Adam Hamawy, medico militare che ha lavorato volontariamente a Gaza, ora in testa alle primarie democratiche locali. Segnale di quanto la guerra stia entrando nel dibattito politico americano.
Donald Trump torna a provocare sul Venezuela. Mentre era in viaggio verso la Cina, il presidente americano ha pubblicato su Truth Social una mappa del paese sudamericano coperta dalla bandiera statunitense con la scritta “51st State”, cinquantunesimo Stato americano.
Il post arriva dopo un’intervista a Fox News in cui Trump aveva detto di stare “seriamente considerando” l’idea di trasformare il Venezuela in uno Stato degli Stati Uniti, sottolineando soprattutto l’enorme valore strategico delle sue riserve petrolifere.
La presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha respinto duramente l’ipotesi, dichiarando che il Venezuela “non sarà mai una colonia” e rivendicando l’indipendenza del paese davanti alla Corte Internazionale di Giustizia all’Aia
Sul fronte interno, la Corte Suprema ha aperto la strada a una nuova mappa elettorale in Alabama che potrebbe ridurre i distretti a maggioranza afroamericana da due a uno, in una decisione molto contestata dai giudici progressisti.
Nuovo stop anche alle politiche migratorie di Trump: una Corte d’appello federale ha bocciato il piano che prevedeva la detenzione quasi automatica degli immigrati in attesa di espulsione, persino per persone residenti da decenni negli Stati Uniti. Una battaglia che ora potrebbe finire davanti alla Corte Suprema.
E mentre Washington parla di sicurezza nazionale, emergono nuove polemiche sulla sorveglianza interna. Una società privata incaricata dall’ICE di sviluppare un sistema di controllo con intelligenza artificiale per tracciare migranti in tempo reale sarebbe accusata di aver falsificato dirigenti, partnership e testimonianze dei clienti.
Infine, scontro aperto anche con la stampa: l’amministrazione Trump ha convocato i registri telefonici e le comunicazioni di giornalisti del Wall Street Journal dopo un articolo sulle discussioni interne al Pentagono prima della guerra con l’Iran. Un caso che riaccende il dibattito sulla libertà di stampa negli Stati Uniti.
— The White House (@WhiteHouse) May 12, 2026
Cuba
Donald Trump sarebbe sempre più irritato perché mesi di pressioni contro Cuba non hanno prodotto il risultato sperato: la caduta del governo dell’Avana. Secondo NBC News, alcuni funzionari americani ritengono che il sistema cubano potrebbe crollare entro la fine del 2026 anche senza un intervento militare diretto, ma per Trump sarebbe troppo tardi.
Nel frattempo il Pentagono avrebbe aggiornato i piani di emergenza per una possibile azione militare contro l’isola, nel caso arrivasse un ordine diretto dalla Casa Bianca. Un ritorno a scenari che sembravano appartenere alla Guerra Fredda.
Da Cuba arriva la risposta del vice ministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío, che accusa Washington di non riuscire a trovare “alcuna scusa credibile” per giustificare un’aggressione militare o persino il mantenimento del blocco economico contro il paese. Un embargo che l’Avana definisce da tempo “una guerra” contro il popolo cubano, mentre l’isola continua a vivere una gravissima crisi energetica ed economica.
Haiti
Ad Haiti le elezioni presidenziali previste per agosto rischiano di saltare ancora. Il primo ministro Alix Didier Fils-Aime ha ammesso che le condizioni di sicurezza nel paese sono troppo instabili per poter votare.
Nella capitale Port-au-Prince gli scontri tra bande armate continuano a intensificarsi, costringendo ospedali a evacuare pazienti e centinaia di persone a fuggire dalle proprie case.
Haiti non organizza elezioni dal 2016 e la crisi umanitaria continua a peggiorare. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 1,4 milioni di persone sono state sfollate dalla violenza delle gang, mentre circa 200 mila vivono in rifugi improvvisati e sovraffollati nella capitale.
Un paese sospeso da anni tra vuoto politico, collasso istituzionale e guerra urbana.
Bolivia
La Procura boliviana ha chiesto una condanna a vent’anni di carcere per l’ex presidente Evo Morales, accusato di tratta aggravata di persone per una presunta relazione avuta nel 2015 con una ragazza di sedici anni, dalla quale sarebbe nata una figlia.
Il tribunale di Tarija ha dichiarato Morales “in ribellione” dopo la sua mancata comparizione in aula, ordinandone la cattura. Secondo l’accusa, i genitori della giovane avrebbero affidato la figlia all’allora presidente in cambio di favori politici ed economici.
Morales respinge tutte le accuse e denuncia una persecuzione politica, chiedendo un processo imparziale. Intanto resta protetto dai suoi sostenitori nella regione del Chapare, mentre in Bolivia cresce la tensione politica con proteste e blocchi stradali contro il governo.
Perù
In Perù la campagna elettorale entra nel caos giudiziario. I procuratori hanno chiesto una condanna a cinque anni e quattro mesi di carcere per il candidato presidenziale Roberto Sánchez, accusato di irregolarità finanziarie e false dichiarazioni amministrative.
Secondo l’accusa, Sánchez avrebbe trasferito circa 280 mila soles — oltre 80 mila dollari — dai fondi del movimento Juntos por el Perú verso conti personali, senza dichiararli nei bilanci del partito.
La notizia arriva mentre è stato confermato il ballottaggio del 7 giugno contro Keiko Fujimori, storica figura della destra peruviana. I magistrati chiedono anche l’interdizione permanente di Sánchez dagli incarichi pubblici.
Un’udienza decisiva è fissata per il 27 maggio, appena undici giorni prima del voto. La difesa parla di persecuzione giudiziaria, ma il caso rischia di trasformarsi in uno scontro politico e istituzionale nel pieno della corsa presidenziale.
Argentina
Migliaia di studenti, docenti e sindacati universitari sono scesi in piazza in tutta l’Argentina contro i tagli all’istruzione pubblica del governo di Javier Milei.
La protesta principale si è svolta a Plaza de Mayo, a Buenos Aires, dove i manifestanti hanno chiesto l’applicazione della legge sul finanziamento universitario approvata dal Parlamento nel 2025 ma contestata dall’esecutivo.
Le federazioni universitarie denunciano un crollo reale dei fondi pubblici di oltre il 45% negli ultimi tre anni e sostengono che migliaia di insegnanti abbiano lasciato le università per stipendi ormai sotto la soglia di povertà.
Il governo Milei definisce invece la mobilitazione “una protesta politica dell’opposizione”.
Pakistan
Almeno nove persone sono morte e oltre trenta sono rimaste ferite in Pakistan dopo l’esplosione di una bomba nascosta in un risciò in un mercato affollato della provincia nord-occidentale di Khyber Pakhtunkhwa, vicino al confine con l’Afghanistan. Tra le vittime ci sono anche due agenti della polizia stradale, che secondo le autorità sarebbero stati il vero obiettivo dell’attacco.
L’attentato è avvenuto nel distretto di Lakki Marwat, una delle aree dove negli ultimi mesi è cresciuta la violenza dei gruppi armati. Nessuna organizzazione ha rivendicato l’attacco, ma i sospetti ricadono sui talebani pakistani del TTP, che però hanno negato il coinvolgimento.
L’esplosione arriva pochi giorni dopo un altro attacco contro le forze di sicurezza nella vicina Bannu e conferma la crescente instabilità del Pakistan occidentale, mentre continuano le tensioni con il governo talebano afghano accusato da Islamabad di ospitare miliziani sul proprio territorio.
India
In India il governo lancia un appello che sa di emergenza economica. Il primo ministro Narendra Modi ha chiesto ai cittadini di ridurre consumi e spese mentre l’aumento globale dei prezzi dell’energia mette sotto pressione le riserve valutarie del paese.
Secondo Reuters, Modi ha invitato le aziende a tornare allo smart working e alle riunioni online, chiedendo anche di usare di più i mezzi pubblici e il car pooling. Ma non solo: il premier ha chiesto di ridurre il consumo di olio da cucina e persino di dimezzare l’uso di fertilizzanti in agricoltura.
Tra gli appelli più simbolici anche quello a evitare l’acquisto di oro, tradizionalmente molto diffuso durante la stagione dei matrimoni, e a rinunciare ai viaggi all’estero non essenziali per almeno un anno. Un segnale di quanto la crisi energetica globale stia iniziando a pesare anche sulle grandi economie emergenti.
Filippine
Nelle Filippine il senatore Ronald Dela Rosa, ex capo della polizia nazionale e figura centrale della guerra alla droga dell’ex presidente Rodrigo Duterte, si è rifugiato all’interno del Parlamento dopo che la Corte Penale Internazionale ha reso pubblico un mandato di arresto nei suoi confronti.
La CPI lo accusa di essere “coautore indiretto” di crimini contro l’umanità legati agli omicidi compiuti tra il 2016 e il 2018 durante la campagna antidroga che ha segnato uno dei periodi più sanguinosi della storia recente del paese.
Secondo organizzazioni per i diritti umani, migliaia di persone furono uccise in esecuzioni extragiudiziali durante la presidenza Duterte, spesso senza processo e con il coinvolgimento diretto delle forze di sicurezza. Ora la Corte dell’Aia prova a portare quella stagione davanti alla giustizia internazionale.
Cina e Stati Uniti
Donald Trump è partito per una visita di tre giorni in Cina dove incontrerà Xi Jinping in uno dei momenti più delicati degli ultimi anni nei rapporti tra Washington e Pechino.
Sul tavolo ci saranno la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, la crisi energetica globale e i rapporti commerciali sempre più fragili tra le due maggiori economie del mondo. Trump ha dato segnali contraddittori sul peso del dossier iraniano: prima ha detto che ne parlerà “a lungo” con Xi, poi ha minimizzato sostenendo che gli Stati Uniti hanno “l’Iran sotto controllo”.
Washington però continua a fare pressione sulla Cina affinché usi la sua influenza per aiutare a riaprire lo Stretto di Hormuz, cruciale per il mercato mondiale del petrolio.
Ma il vero cuore della visita sarà probabilmente economico. Trump è arrivato a Pechino accompagnato da Elon Musk, Tim Cook e dai vertici Boeing, mentre si lavora a nuovi accordi commerciali giganteschi, compresa una possibile commessa cinese per circa 500 Boeing 737 Max. Sarebbe il più grande accordo aeronautico della storia recente e il simbolo di una tregua commerciale ancora molto fragile tra Cina e Stati Uniti.
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