Israele e Palestina: La guerra delle parole

Scritto da in data Dicembre 27, 2023

“Enclave, striscia, vittime”, alcune di queste parole sono state vietate dalla linea editoriale di alcuni media italiani riferendosi a Gaza e ai palestinesi.

L’uso delle parole e la scelta della terminologia sono significativi quando si tratta di raccontare eventi globali, con parole portatrici di significati che hanno il potere di muovere o cambiare opinione, implicare o suggerire immagini e talvolta minimizzare la portata di quello che sta accadendo.

Nell’ultimo mese, giornalisti di grandi media come BBC, Washington Post , Reuters e il LA Times hanno alzato la voce contro la “retorica disumanizzante” usata dai media contro i palestinesi e i pregiudizi nel riferire sulla guerra israelo-palestinese in corso.

Una caratteristica che ha definito l’approccio di molti media occidentali riguardo alla guerra, è stata la totale mancanza di contesto. La maggior parte non menziona la prolungata occupazione israeliana delle terre palestinesi, la violazione da parte di Israele di molteplici leggi internazionali e la violenza quotidiana e la sottomissione del popolo palestinese che è andata avanti negli ultimi 70 anni.

Tutto questo indica una questione più ampia di parzialità nelle rappresentazioni dei media e la sua inestricabile connessione con la politica del linguaggio.

Dall’inizio dei bombardamenti a Gaza il 7 ottobre, c’è stata una forte attenzione sulla terminologia utilizzata da vari organi di informazione, commentatori e reporter nei loro servizi.

Ci si riferisce all’uso asimmetrico di parole o frasi per descrivere una comunità in un modo che rivela pregiudizi consci o inconsci. Ad esempio, in diversi media, parole come “atrocità”, “brutale omicidio” o “massacro” sono di solito riservate nel mainstream alle morti israeliane. Le vittime israeliane sono descritte come “brutalmente uccise da Hamas” mentre le vittime palestinesi “muoiono” come “danno collaterale” in “zona di conflitto”.

I titoli dei giornali parlano di edifici che “crollano” a Gaza senza alcuna menzione degli attacchi aerei israeliani che li hanno distrutti. Tali eufemismi travisano lo stato della guerra e nascondono l’entità del danno che Israele ha causato a Gaza.

Abdulkader Assad, linguista e giornalista residente negli Stati Uniti, interpellato da Middle East Eye, ha affermato  che quando si tratta dell’attuale copertura dell’assalto israeliano a Gaza, il linguaggio viene facilmente manipolato per distorcere significati e opinioni. “La lingua è lo strumento più potente fuori dal campo di battaglia, e i media occidentali lo sanno e la usano bene a vantaggio di Israele”, ha detto a Middle East Eye.

La scelta delle parola ha effetti sia psicologici che emotivi sui lettori o spettatori che siano e che possono vedere le proprie opinioni influenzate. “Il modo in cui i media occidentali “incorniciano” i titoli dei giornali e aprono la copertura giornalistica, è intenzionalmente inteso a influenzare le opinioni e contribuire a consolidare la percezione di Gaza con l”intera popolazione vista come “militanti”, e quindi il bombardamenti e uccisioni diventano più giustificabili”, spiega il linguista.

Israele e Palestina: i toni del giornalismo

Il New York Times ha recentemente cambiato tre volte il titolo di un articolo per mascherare il coinvolgimento israeliano, passando dal definire l’attacco a un ospedale di Gaza, un “attacco israeliano” al descriverlo come un’esplosione” in un ospedale di Gaza. Holly Jackson ha pubblicato uno studio nel 2021 evidenziando come i resoconti del NYT durante la prima e la seconda intifada (1987-1993 e 2000-2005) mostrassero un chiaro pregiudizio anti-palestinese attraverso criteri come l’uso della voce attiva o passiva e quello del linguaggio violento.

Il suo lavoro in corso, mostra che la menzione del NYT delle morti israeliane è aumentata man mano che sono morti più palestinesi nei primi 10 giorni dal 7 ottobre. Il lavoro rivela anche che parole come “massacro”, usate 53 volte in questo periodo di tempo, sono sempre in riferimento alle morti israeliane. e mai alla morte dei palestinesi. I suoi dati suggeriscono anche che ci vogliono 17 morti palestinesi invece di tre morti israeliane perché venga menzionato sul Wall Street Journal.

Nei casi in cui i palestinesi vengono descritti come “uccisi”, raramente Israele viene identificato come l’autore della violenza o addirittura menzionato insieme in un modo che possa creare un’associazione.

Un altro esempio che fa è un articolo del Wall Street Journal (WSJ)  pubblicato il 20 dicembre che scrive: “Hamas inizia a pianificare la fine della guerra con Israele”, titolo che da allora è stato modificato. “Questo titolo è formulato con forza dal WSJ per trasmettere l’idea che Hamas sia stato colui che ha iniziato la ‘guerra’ contro Israele”, dice. Spiega anche che il titolo è un esempio di “fanatismo linguistico”.

“Ha lo scopo di convincere i lettori che Hamas ha iniziato la guerra con Israele e sta pianificando di porvi fine”, dice. E questo, dice, può essere problematico perché presenta Israele come una vittima passiva della guerra e non rende l’idea della risposta sproporzionata che ha avuto luogo, che va avanti ormai da quasi tre mesi.

Disumanizzare i palestinesi

Un altro problema con la copertura mediatica tradizionale è appunto, l’uso della voce passiva, affermano i linguisti. Lara Gibson, scrittrice e linguista residente in Egitto, afferma che questo spesso disumanizza le vittime palestinesi. “Nei media occidentali, abbiamo visto ripetutamente i palestinesi descritti con la voce passiva, disumanizzare le vittime togliendo loro l’autonomia. Allo stesso tempo, Israele è tipicamente descritto come voce attiva, il che fa capire ai lettori occidentali che possono appoggiare l’iniziativa israeliana clausola e giustificare le loro azioni”, ha detto a Middle East Eye.

Oltre a disumanizzare la sofferenza palestinese, vengono anche minimizzati i crimini israeliani. “I media occidentali usano volutamente ‘eufemismi’, mascherando la verità di parole dure che esprimono atti di crimini di guerra israeliani – dice Assad – “Quando i media occidentali usano la voce passiva, ignorano intenzionalmente il principio ‘chi’ ha fatto ‘cosa’ e ‘chi’ necessario affinché un’informazione sia completa. Usano la voce passiva per eludere la verità e in qualche modo far sembrare dubbi i crimini di guerra israeliani”.

Assad cita un esempio tratto dalla Reuters, affermando che “ha tenuto le forze israeliane fuori dai guai” quando ha riferito dell’uccisione del fotoreporter dell’agenzia di stampa Issam Abdullah, il 13 ottobre. Il titolo della Reuters diceva: “Issam Abdallah, un videografo della Reuters, è stato ucciso mentre lavorava nel sud del Libano”.

“In questo modo, i lettori non sanno chi ha ucciso Issam, e ovviamente questo serve meglio per oscurare il fatto che le forze israeliane hanno ucciso il giornalista. Una volta che i lettori vedono questo titolo, “immagazzineranno” il fatto che un giornalista è stato ucciso. , ma senza ricordare chi che ha commesso il delitto”, afferma Assad.

La vaghezza del linguaggio

Alcune parole in particolare sono emerse durante l’attuale copertura, e sono considerate in gran parte problematiche perché suggeriscono l’equivalenza tra l’esercito israeliano e Hamas o perché utilizzano un linguaggio ambiguo per rimuovere la responsabilità.

“Diverse pubblicazioni importanti hanno deliberatamente utilizzato un linguaggio vago per descrivere gli attacchi devastanti contro Gaza, ma, al contrario, il linguaggio per descrivere gli attacchi contro Israele del 7 ottobre era incredibilmente chiaro e descrittivo – sostenendo implicitamente la causa israeliana”, afferma Gibson. “Termini come ‘guerra’ suggeriscono una competizione equa piuttosto che un genocidio perpetrato da Israele”.

La definizione di guerra dell’ Oxford Languages ​​è “uno stato di conflitto armato tra diversi paesi o diversi gruppi all’interno di un paese”.

Secondo un rapporto di Axios dell’inizio di quest’anno, Israele ha un budget militare annuale superiore a 20 miliardi di dollari e ha accesso ad alcune delle attrezzature militari statunitensi più avanzate. Israele controlla anche i cieli e gran parte del mare intorno al suo territorio. Israele afferma di essere a Gaza per “eliminare Hamas”, tuttavia, i soldati hanno utilizzato bombe, attacchi di droni e bulldozer per colpire i civili. Nel frattempo, il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, fa affidamento su strategie di guerra in stile guerriglia utilizzando razzi, cecchini ed esplosivi artigianali.

Usare il termine “guerra” implica quindi, che sia le Brigate Qassam che Israele, detengano un potere simile, e che Gaza sia un paese invece, che un’enclave assediata, oscurando la natura della violenza in atto, sostiene Gibson. “Il termine ‘militante di Hamas’ è stato ulteriormente utilizzato come arma da Israele poiché usa questa parola liberamente per giustificare il massacro di civili palestinesi”, dice. Poi da militanti, si è passato a “terroristi” per giustificarlo ancora di più.

Si utilizza un linguaggio figurato per riferirsi a una situazione senza doverla affrontare.

D’altro canto anche Hamas ha sempre usato un linguaggio feroce riferendosi ad Israele, spesso non distinguendo tra popolazione e istituzioni. Lo spesso citato “Hamas vuole la distruzione di Israele”, detto da molteplici leader dell’organizzazione è molto più pubblicato di quanto siano le stesse frasi di autorità israeliane che auspicano l’eliminazione dei palestinesi da tutto il territorio.

Durante questi ultimi due mesi, è raccontato grazie a chi sta dentro a Gaza quello che sta accadendo, grazie alla presenza di giornalisti, 101 dei quali sono stati uccisi, ma anche operatori umanitari, mentre poco è stato riferito dai media internazionali e in particolare da quelli italiani, su cosa stia avvenendo negli stessi giorni in Cisgiordania.

Raid notturni con centinaia di arresti, scontri a fuoco, paesi completamente isolati, attacchi dei coloni a civili palestinesi aumentanti e sotto la supervisione dell’esercito. Pochi si sono chiesti quale fosse il motivo motivo visto che Hamas non controlla Gaza. Pochi hanno parlato delle torture israeliane di cui parlano i detenuti palestinesi spesso, non accusati di nulla, cosa che avveniva anche prima del 7 ottobre.

Un esempio ampiamente utilizzato anche, è l’uso della parola “morire” invece di essere stato “ucciso”.

Terminologia imprecisa

E dopo il vago, si passa all’impreciso. Uno di questi esempi è il riferimento al Ministero della Sanità palestinese come il “ministero della Salute di Hamas” quando si citano vari rapporti sulle vittime. Il titolo non è accurato, poiché il movimento Hamas non è coinvolto nella documentazione del ministero e il ministero lavora a stretto contatto con altri funzionari che supervisionano i rapporti con sede nella città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, compreso il ministro della sanità Dr Mai al-Kaila.

L’attribuzione ad Hamas ha persino indotto alcune persone, tra cui il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, a mettere in dubbio la validità e l’affidabilità dei numeri diffusi dal ministero.  E già nelle guerre precedenti ci si era posta la domanda se le cifre che quotidianamente forniscono fossero attendibili, e non c’è nessuno motivo per credere che non lo siano, infatti quando altri attori hanno poi supervisionato la conta, hanno confermato la loro esattezza.

Il Council on American-Islamic Relations ha invitato Biden a scusarsi per i suoi “commenti scioccanti e disumanizzanti”, dopo aver affermato di non avere fiducia nei numeri.

Il Ministero della Sanità si è dimostrato affidabile anche per quanto riguarda la documentazione rilasciata, in seguito ai dubbi sul numero di persone uccise dopo il bombardamento israeliano dell’ospedale al-Ahli al-Arab, elencando i nomi completi e i dettagli delle persone uccise. Le informazioni fornite nel documento fornivano suddivisioni che includevano informazioni identificative su ciascuna persona. Il rapporto conteneva i nomi di 7.028 persone, insieme al loro sesso, età e numero di carta d’identità.

Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch , ha dichiarato al Washington Post che le cifre del ministero “si sono generalmente rivelate affidabili”. “Nelle volte in cui abbiamo effettuato la nostra verifica dei numeri per particolari bombardamenti, non sono a conoscenza di alcun momento in cui ci sia stata qualche discrepanza importante”, ha aggiunto.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

La denigrazione di un gruppo di persone normalizza la sensazione che non meritino diritti umani e serve a giustificare l’inflizione della violenza nei loro confronti. Questa non è una novità: in effetti, gli oppressori hanno consapevolmente manipolato il linguaggio per legittimare i genocidi nel corso della storia.

È noto che l’impresa coloniale britannica considerava gli indiani come barbari incivili che costituivano il “fardello dell’uomo bianco”. I nativi americani venivano descritti come “selvaggi spietati” e “animali senz’anima” che dovevano essere uccisi affinché i colonizzatori potessero possedere la “terra promessa” dell’America.

Dal genocidio ruandese del 1994 ai sistemi di apartheid sudafricani, la politica del linguaggio ha fortemente influenzato il dibattito su chi merita di vivere, di avere accesso alle risorse e ai diritti umani. I nazisti si riferivano agli ebrei come “ratti” e “parassiti”, legittimando i loro omicidi di massa. La propaganda americana durante la seconda guerra mondiale chiamava i giapponesi “parassiti gialli” e li descriveva come “bestie” che capivano il linguaggio della violenza solo quando sganciarono la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Il linguaggio disumanizzante ha accompagnato i massacri, la schiavitù e tutte le storie di oppressione, e continua nel genocidio dei palestinesi in corso. Attraverso l’uso coerente di tale retorica nei media, le persone diventano le metafore e i nomi usati per descriverli: parassiti che devono essere sterminati per non causare una piaga o sub-umani le cui morti non devono essere contate.

Le parole modellano le percezioni e le percezioni assegnano valore alla vita e alla dignità.

La guerra in corso e la politica del linguaggio che la circonda lo dimostrano ancora una volta. La storia funge da terribile avvertimento su dove porterà l’uso di tale linguaggio, se lasciato incontrollato.

Foto di copertina: Foto di Camille Brodard su Unsplash

Tra qualche giorno Radio Bullets partirà per la Palestina, se volete sostenere il nostro prossimo reportage, potete andare su www.radiobullets.com/sostienici soprattutto se pensate che questa storia nel mainstream non è stata raccontata con la stessa prospettiva da entrambi i fronti.

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