Israele, “guerra alla verità”
Scritto da Radio Bullets in data Ottobre 26, 2026
“La guerra di Israele contro i giornalisti e le giornaliste è una guerra contro la verità stessa”, dichiara un’esperta dell’ONU all’Assemblea Generale.
Israele

L’uccisione di giornalisti e giornaliste palestinesi, il controllo dell’informazione da parte di Israele e la copertura distorta offerta da influenti media occidentali e piattaforme digitali costituiscono un unico sistema che ha reso possibile il genocidio a Gaza, proteggendolo al contempo da qualsiasi controllo esterno.
È quanto ha affermato oggi un’esperta dell’ONU presentando il suo rapporto all’Assemblea Generale.
“Un genocidio non si sostiene mai solo attraverso l’uccisione. Richiede la distruzione delle condizioni che permettono di vedere, documentare, ricordare e giudicare tali uccisioni”, dice Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Mediacidio

“Israele ha eliminato i testimoni, controllato l’informazione, incitato all’odio e fatto affidamento su altri soggetti per diffondere la propria narrazione”, dice Albanese.
“Il risultato è ciò che definisco “mediacidio”: la distruzione sistematica della funzione pubblica dei media”.
Dall’ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso quasi 300 giornalisti e giornaliste e ne hanno feriti oltre 400.
Rendendo questo conflitto il più letale della storia per gli operatori dell’informazione.
Circa 70 di loro sono stati uccisi per ritorsione a causa del proprio lavoro.
Sono stati inoltre uccisi circa 710 familiari di giornalisti, oltre 100 operatori dei media sono stati arrestati – molti dei quali sottoposti a torture brutali – ed è stata distrutta la gran parte delle infrastrutture di comunicazione di Gaza.
Israele ha giustificato tali attacchi etichettando i giornalisti come “terroristi”, spesso dopo la loro morte.
Crimini di guerra e contro l’umanità

Il rapporto rileva che tali atti costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e che l’eliminazione sistematica dei testimoni può costituire una prova dell’intento genocidario.
“I giornalisti a Gaza sanno che documentare la distruzione della propria società può costare la vita a loro e alle loro famiglie. Eppure, continuano a informare”, sottolinea Albanese.
La censura

All’interno di Israele, la censura militare ha raggiunto livelli record: nel 2024 e nel 2025, quasi 2.400 articoli sono stati vietati e oltre 11mila sono stati sottoposti a censura parziale.
Ai giornalisti e alle giornaliste stranieri continua a essere impedito l’ingresso a Gaza, testate critiche sono state bandite e il governo israeliano ha speso circa 50 milioni di dollari in campagne pubblicitarie volte a negare l’esistenza di una carestia.
Alcuni emittenti israeliani hanno invocato che Gaza venga “cancellata dalla faccia della terra”, descrivendo i palestinesi come “un’escrescenza cancerosa” che “deve essere eradicata”.
“Quando degli emittenti invocano l’annientamento di un popolo e lo Stato, invece di perseguirli, li premia, non si tratta di libertà di parola. È istigazione al genocidio, in spregio a un ordine vincolante della Corte internazionale di giustizia”, dice Albanese.
Importanti media occidentali hanno riprodotto le narrazioni israeliane, amplificato affermazioni non verificate, omesso il contesto storico e ignorato i quadri giuridici.
Le piattaforme digitali hanno oscurato decine di milioni di post palestinesi, ospitando al contempo contenuti di odio anti-palestinese e traendo profitto dalla propaganda di Stato.
“Le aziende di media e tecnologia non sono canali passivi. Di fronte a un genocidio, la dovuta diligenza non è facoltativa”, dice ancora la Relatrice Speciale.
Ed esorta l’Assemblea Generale ad agire per garantire la conservazione delle prove dei crimini commessi, anche ai danni dei giornalisti e delle giornaliste,
Albanese sollecita poi gli Stati a perseguire gli attacchi contro la stampa, a collaborare pienamente con la Corte penale internazionale e a garantire che Israele rilasci i giornalisti detenuti, consenta l’accesso dei media internazionali a Gaza e ponga fine alla censura.
“La responsabilità dipende dalla sopravvivenza della documentazione dei fatti”, conclude.
“I giornalisti palestinesi hanno pagato con la vita per mantenere viva questa testimonianza. Il mondo deve loro protezione, oltre a un’azione immediata e basata su principi saldi”.